Bob Mould


(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
Workbook, 7/10
Black Sheets Of Rain, 7.5/10
Copper Blue, 7/10
Beaster, 7/10 (EP)
File Under Easy Listening , 6/10
Bob Mould, 7/10
The Last Dog And Pony Show , 6/10
Modulate , 4/10
Body Of Song (2005), 4/10
District Line (2008), 5/10
Life And Times (2009), 5.5/10
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Husker Du's Bob Mould was unique in excelling both at dejected, personal statements and at catchy popular music. The cathartic self-flagellation of the mostly-acoustic Workbook (1989) led to the brutal and bitter introspection of the wildly electric Black Sheets Of Rain (1990), which evoked Neil Young's storming and martial nightmares. Both albums were trips into his fragile psyche, mythomaniac orgies that collapsed into the punk contradiction of a nirvana of eternal damnation. Copper Blue (1992), instead, credited to his new band Sugar, offered guitar-driven power-pop which was only slightly neurotic and alienated, and the solo Bob Mould (1996), on which he played every instrument, crowned his quest for a sound that was both the sound of his music and the sound of his psyche, and turned out to be his most melodic effort.
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Bob Mould era stato il cantante e chitarrista degli Husker Du, gruppo fondamentale di Minneapolis che legittimo` la fusione fra punk-rock e pop. Il poeta esistenziale di Chartered Trips, Newest Industry, New Day Rising, I Apologize, Flig Your Wig, Makes No Sense At All, Crystal, Hardly Getting Over It, These Important Years, Ice Cold Ice, impiego` due anni a riprendersi dallo shock dello scisma degli Husker Du. Alla fine dell'avventura, infatti, Mould si ritrovo` imbottito di stupefacenti, con un amico morto suicida e il morale sotto i tacchi.

Per riprendersi, il cantante dovette passare attraverso la catarsi di due album solisti. Workbook (Virgin, 1989) e` la fotografia spietata della sua fragile e infelice personalita`. La foga punk degli Husker Du si e` ovviamente molto placata. Mould usa il suo baritono intenso, alla Stipe e il suo chitarrismo drammatico (per lo piu` acustico e con progressioni modali alla Richard Thompson) per comporre ballate vigorose ma mai violente, spesso tenebrose e atmosferiche. Le cadenze lente e marziali possono ricordare (a seconda della velocita`) una cerimonia funebre o una danza celtica. La formazione che lo accompagna e` di tutto rispetto, austera e composta: Anton Fier alle percussioni, Tony Maimone al basso e Jane Scarpantoni al violoncello compongono con lui quasi un quartetto da camera.
Il ritornello folkrock di See A Little Light rappresenta l'apice melodico di Mould, ma il vero tono del disco e` dato dal piglio apocalittico e profetico alla REM di Wishing Well e dall'apoteosi solenne e maestosa di Poison Years. Mould riesce a incantare anche con mezzi piu` semplici, da Sinners And Their Repentance, una cantilena d'intensita` religiosa, alla ballata in punta di piedi di Heartbreak A Stranger. Pochi sanno sfruttare la melodia e il contrappunto in maniera tanto lirica.
Cullata nei lamenti disperati di questo menestrello del purgatorio in Brasilia Crossed With Trenton ("Oh Lord what happened, what happened/ to make things run this way?"), terrorizzata dai fendenti terribili del blues arrabbiato di Whichever Way The Wind Blows, la generazione degli anni '90 trova la vera voce della propria condizione. La profondita` di questa musica e` talvolta sconcertante. Il ritratto di Mould che trapela dalle liriche e` quello di un eterno sconfitto, di un pessimista cronico, di un fatalista anemico, disperatamente solo e bisognoso di affetto.

Il secondo album solista, Black Sheets Of Rain (Virgin, 1990), segnala che Mould sta uscendo dal tunnel della sua crisi esistenziale con un suo sound bieco e furioso. Il cantante sembra voler sfogare tutte le frustrazioni della sua tormentata personalita` con la stessa nevrosi di un Neil Young. Gli accordi/rintocchi stentorei e marziali di questi trionfano nella title-track e nel suo contraltare Hanging Tree, e ancor piu` nitidamente nella piu` violenta di tutte, Stop Your Crying. A mitigare l'atmosfera sono due numeri pop, It's Too Late e Out Of Your Life, ma il resto e` di nuovo all'insegna di una cieca ferocia, dal ritornello alla Byrds di Hear Me Calling alla litania a ritmo martellante di One Good Reason. Il disco vanta comunque un'altra ballata acustica, The Last Night, tenera e marziale, e ancora un gran finale, con l'accorata cantilena di Sacrifice. Disco forse terapeutico, meno autunnale del precedente, grintoso, virile, gagliardo, Black Sheets Of Rain segna certamente il recupero definitivo di Mould.

Completata la sua auto-flagellazione, Mould torna al rock vero e proprio con i Sugar, un power-trio formato con due matricole dell'ambiente. Inevitabilmente su Copper Blue (Rykodisc, 1992) aleggia lo spettro degli Husker Du (l'epica Fortune Teller, che, guarda caso, e` anche una confessione col cuore in mano, con il verso "I feel like a part of something died") e quello della ballata elettrica alla Young (la monumentale The Act We Act, che potrebbe essere uno dei capolavori di Neil Young su Tonight's The Night). Il fatto saliente del disco e` invece la conquista da parte di Mould di uno stile davvero personale di cantautore, proprio adesso che ha deciso di smettere di fare il cantautore. Mould conia infatti un idioma melodico che rappresenta il naturale coronamento di tutti questi anni di ricerca. Mould fonde il vocalismo leggiadro e orecchiabile, colmo di pathos e di nostalgia, del folkrock con le atmosfere strumentali incendiarie del punkrock e con le raffinatezze armoniche della new wave. Le parti strumentali sono in effetti sature di trenodie alla Television (A Good Idea), di distorsioni psichedeliche (Slick), di progressioni heavymetal, di tutto il vocabolario di "barbarie" coniato dal rock negli ultimi anni; ma le parti vocali ripetono gli eleganti schemi ancestrali del melodismo bianco di sempre, dall'armoniosa Changes all'orecchiabile Helpless.
In fondo e` la stessa prassi adottata dagli REM, semplicemente rivista da una prospettiva non intellettuale ma autenticamente popolare. Mould finisce per coniare quasi per caso questa forma di "pop esistenziale", che in realta` costituisce una delle invenzioni piu` significative degli anni '80. Il nuovo genere trionfa nel motivo arioso di Hoover Dam (addirittura un synth-clavicembalo classicheggiante) e nella piu` semplice di tutte le canzoni, quella in cui e` piu` diretta la discendenza dai Byrds: If I Can't Change Your Mind. Con questo disco il registro forte e tenebroso di Mould, versione adulta di quello di Stipe, si impone definitivamente come uno dei classici della musica rock.

L'EP Beaster (Rykodisc, 1993) e` di fatto un concept autobiografico, le cui canzoni erano state registrate contemporaneamente all'album precedente, ma sono di argomento piu` cupo e piu` personale. Pretenziosa e mitomane, l'opera e` di fatto un'allegoria per esprimere la venuta (Come Around), la persecuzione (Tilted), il tradimento (Judas Cradle), la crocefissione (JC Auto), la resurrezione (Feeling Better, uno dei suoi brani piu` pop) e l'ascensione (Walking Away di Bob Mould. Questa sorta di "Bob Mould Superstar" si rivela una studio paranoico della psicologia della star e della dinamica della stardom (per esempio, Giuda e Gesu' sono la stessa persona).

Dopo quell'orgia mitomane, File Under Easy Listening (Rykodisc, 1994) ritorna alla normalita` del suo power-pop alla nitroglicerina, forte di un power-trio sempre piu` fragoroso (ma di un fragore che e` saldamente ancorato alla dinamica delle canzoni, e in particolare che sottolinea la melodia, piuttosto che essere soltanto rumore di sottofondo). La carica melodica di Gift e Your Favorite Thing esprime tutto l'opposto di Beaster: una serena, se non felice, riflessione sulle disavventure della vita. L'esuberanza delle musiche, il travolgente rock and roll di Gee Angel e il riff bruciante di Can't Help You Anymore, ne e` l'altra faccia della medaglia. Non a caso Mould, che dopo quattro anni si e` trasferito da New York a Austin, riesuma Neil Young per il gran finale esistenziale di Explode And Make Up. Anche se a volte un po' corrivo (What You Want It To Be assomiglia a Top Of The Pops degli Smithereens), il sale di questo genere e` sempre il pop.

Chiude la parabola dei Sugar l'antologico Besides (Rykodisc, 1995), che raccoglie inediti, rarita` e versioni live.

Mould, liquidati i Sugar, sistema i conti spirituali con Bob Mould (Rykodisc, 1996), disco interamente suonato e prodotto da lui, forse la sua opera piu` melodica e classica. Gli arrangiamenti sono esemplari nella loro equilibrata miscela di suoni spavaldi di chitarra e di accompagnamento discreto. Le canzoni sono fra le piu` perfette mai scritte da Mould. Il marziale e maestoso folk-rock di Next Time That You Leave funge da archetipo per molte di queste confessioni, ma il vero Mould e` il disperato che in Egoverride strilla stralunato la sua filastrocca su una violenta distorsione di chitarra (quasi un'imitazione della viola di John Cale) e che nel solenne Roll Over And Die sembra intonare le proprie esequie funebri. Mould indovina anche un paio di numeri orecchiabili e trascinanti come Deep Karma Canyon e I Hate Alternative Rock.
La claustrofobia del personaggio prende poco a poco il sopravvento, e Mould si ritrova in Thumbtack a piangere solo con la sua chitarra e sprofonda nell'abulia della ballad sperimentale Hair Stew, che non potrebbe essere piu` antitetica dell'assunto (il pop, il folk-rock, la melodia). Il sound di questo disco e` il sound della psiche tormentata di un grande autore rock. Come ha cantato lui stesso, "It's the sound of my ego spinning out of control".

Anche su The Last Dog And Pony Show (Rykodisc, 1998) cio` che impressiona e` la facilita` con cui Mould scrive ritornelli memorabili come New #1 (una delle migliori della sua carriera) e Moving Trucks, e poi li anima poi delle sue turbe psichiche. In questo caso gli arrangiamenti (alla sempre vigorosa base rock e` sovrapposto un arrangiamento classicheggiante) danno una mano. Al tempo stesso il registro e il fraseggio di Mould si avvicinano sempre piu` a quelli di Michael Stipe, tanto nella filastrocca folk-rock di Taking Everything quanto nel lamento eroico di Who Was Around. Per sfuggire a se stesso e a Stipe, Mould deve rifugiarsi nel riff insistito di hard-rock di First Drag Of The Day o nel boogie assordante di Sweet Serene, che snaturano un po' l'operazione di scavo psicologico.

Sono tutti dischi che, fatti da un altro, sarebbero un evento storico, mentre fatti da lui lasciano l'amaro in bocca.

Mould e` uno dei massimi talenti d'autore del rock moderno e negli anni e` semplicemente venuto sempre piu` interiorizzando la propria musica, seguendo tutto sommato il corso degli eventi nel resto dell'universo rock. La carriera solista ha semplicemente portato a galla i recessi piu` intimi del suo animo. Se non e` riuscita ad eguagliare gli splendori degli Husker Du, ha comunque rappresentato ancora un faro di riferimento per tutto l'ambiente musicale degli anni '90.

On Modulate (Red Ink, 2002) Bob Mould follows the example of Madonna and Cher and delivers an album of cheesy disco-music.

At best, Body Of Song (Yep Roc, 2005) recapitulates Mould's career: calm guitar-based power-pop (Best Thing, Missing You, High Fidelity), jarring confessional rants (Circles, Underneath Days, Paralyzed), middle-age ballads (Days of Rain, Always Tomorrow), disco-music (Shine Your Light and I Am Vision I Am Sound). At worst, it is another massive failure for a songwriter of Mould's talent. Not only is he shamelessly repeating himself but doesn't seem to find the strength to deliver even the kind of songs that his own disciples can place in the middle of their fourth album.

The middle-age ballads rule on District Line (Beggars Group, 2008), shamelessly in the case of the yawn-inducing Old Highs New Lows. There is still some electronics (the disco anthem Shelter Me, Miniature Parade) and the awful vocoder (Stupid Now), but mostly the album harkens back to Sugar's power-pop (The Silence Between Us, Who Needs to Dream, Return to Dust, Very Temporary). Not exactly a step forward.

Life And Times (Anti, 2009), introduced by Life And Times in his typical dejected anthemic tone, is basically Mould's memoirs set to music. The stormy and noisy guitar arrangements in songs such as MM17 provide a fitting counterpoint to the schizophrenic dialogue between the two egos of Mould: the guru and the punk. Argos even harks back to Husker Du's hardcore, something he had rarely done in his solo career. However, it may be the majestic ballad Bad Blood Better (a` la Neil Young's Harvest) and the passionate elegy I'm Sorry Baby (a` la R.E.M.) that represent the true voice of the middle-aged Mould. There was still too much filler, but this was probably Mould's best albums of the decade. It should have been a five-song EP.

(Translation by/ Tradotto da xxx)

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