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Uno degli dei della chitarra moderna, Duane Denison delizia l'ascoltatore
di passaggi stupefacenti in tutti i suoi progetti:
Jesus Lizard,
Firewater e
i DK3.
Nel 1994 Denison registro` un album di jazz acustico,
Walls In The City (Skin Graft), accompagnato soltanto dal batterista dei
Mule, James Kimball. Nacquero cosi` i Denison Kimball Trio, o Denison Kimball
Three o semplicemente DK3.
Affine per l'atmosfera surreale a certe cose dei Lounge Lizards, il disco
si contraddistigue soprattutto per i timbri stridenti della chitarra
(campanaccio di mucca in Cold Light Of Day, campanello
tibetano in One If By Land, sirena di bastimento in Two If By Sea)
e per il ritmo sempre rigorosamente swingante, che propellano
voli romantici Walk Away o blues strascicati Romantic Interlude.
Ispirandosi per le musiche alle orchestrine da night club, Denison compie
una sottile operazione postmoderna, che lo porta ben al di la' dei confini
dell'avanguardia.
Non solo si tratta di uno dei migliori dischi strumentali degli anni '90,
ma anche di un'intima confessione che mette in luce la vera personalita'
artistica di Denison.
Su Soul Machine (Quarterstick, 1995) il trio non e` quasi mai un trio,
in quanto e` completato almeno dal sassofonista
Ken Vandermark
(NGR Ensemble e
Vandermark 5) e dal bassista Reg Shrader dei Seam.
Il loro e` un "cool jazz", intellettuale, interiore, quanto se ne puo` fare.
Meno "noir" e atmosferico del primo disco, questa volta l'attenzione maggiore
e` per la "groove", come nelle partiture swinganti di
Soul Machine, con una travolgente fuga tzigana della chitarra,
e Solitaire, o (versione briosa) nella
fanfara free-jazz di Blueball Avenue
o (versione lenta) nel radioso tema blues di Passing Blue.
Ma il senso ultimo del disco rimane quello di costruire musica in maniera
creativa. Ogni brano e` praticamente suonato in maniera diversa:
Terminal 2 e` un concerto per
droni di chitarra lasciati cadere nel vuoto,
la melodia di Ad Infinitum e` tintinnata un accordo alla volta,
Trans-mission e` un'improvvisazione di sibili e ronzii,
e Framed e` addirittura un brano in cui la chitarra imita le percussioni
africane. Il vocabolario di Denison si reinventa di continuo.
l'arte chitarristica di Duane Denison regna sovrana su
Neutrons (Quarterstick, 1997).
Basta assaporare in Downriver i suoi tocchi ineffabili
nel marasma percussivo della batteria, o in Heavy Water, annunciata
da un flauto fantasma, la sua tenebrosa affabulazione di dissonanze in
percussivo crescendo, o il suo singhiozzo clownesco in Neutrons,
per rendersi conto della distanza che lo separa dal resto del chitarrismo rock.
Il suo e` uno stile tutto fra le righe, da sorbeggiare senza lasciarsi troppo
coinvolgere, condotto per metamorfosi impercettibili e levigate, apparentemente
inerte, quasi privo di personalita`, ma in realta` carico di pensiero,
l'equivalente alla chitarra del pianismo di un Cecil Taylor.
Insomma un Peter Green del post-punk, del post-industriale, del post-ambientale.
La Lullaby chiude il disco in maniera geniale, con una melodia da madrigale
rinascimentale strimpellata distrattamente.
Non meno virtuoso si dimostra il batterista James Kimball (che ora fa parte in
pianta stabile dei Jesus Lizard, avendo Mac McNeilly gettato la spugna).
Per quanti pensavano che questo fosse il progetto solista di Denison,
Traveling Saleman e` uno show personale di Kimball.
Il sassofonista Ken Vandermark (NGR Ensemble e Vandermark 5) conferisce a
Landshark
un tono fortemente jazzato, che si sposa a meraviglia con lo stile di Kimball,
ma forse non con quello, molto piu` subdolo, di Denison.
Brani come Monte's Casino sono cosi` "forzati" verso un'esibizione gratuita
di esibizionismo che non potrebbe essere piu` lontana dalla personalita` del
timido chitarrista. Successe anche a McLaughlin nella Mahavishnu Orchestra,
mutatis mutandis...
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