Ed Hall
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Albert , 7/10
Love Poke Here , 8/10
Gloryhole ,7.5/10
Motherscratcher ,7/10
La-La-Land ,7/10
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Gli Ed Hall (non a caso di Austin, Texas) furono forse i massimi discepoli dei Butthole Surfers nell'era del grunge. Se possibile, gli Ed Hall aumentarono persino il quoziente di follia psichedelica. Al tempo stesso, aumentarono il volume e la velocita`. Il risultato fu uno dei sound piu` comicamente catastrofici dell'epoca. In realta`, fra le righe si puo` leggere un atteggiamento seriamente apocalittico, o quantomeno depresso, in linea con lo spirito nichilista di gran parte dell'hardcore. L'arte degli Ed Hall e` in fondo una forma di truce espressionismo aggiornato alle istanze della societa` post-nucleare.

Formati nel 1986, esordirono su album con Albert (Boner, 1988), un glorioso accumulo di detriti musicali che ricorda i Red Crayola per il modo in cui sono eseguiti: distorsioni violentissime, canto luciferino, ritmi a cateratta. Il bislacco power-trio, Gary Chester (chitarra), Larry Strub (basso) e Kevin Whitley (batteria), persegue quelle sadiche missioni sonore con il piglio dei cowboy piu` rissosi e sporcaccioni. Cracked caracolla gagliarda con ritmo da western swing assimilando per strada gorgheggi demenziali, cornamuse scozzesi e cakewalk da circo. La stessa cadenza swingante viene tramandata di brano in brano, culminando nell'assolo bruciante di chitarra di Candyhouse, degno di Alvin Lee. Con due solide danze tribali per punk ubriachi come Who's Ed e Jungle Lobot, una scorribanda bluegrass alla Fetchin Bones come Poo Poo e uno strumentale psichedelico come Ball Dirt Cookie il gruppo mette in luce le sue riserve di energia allucinogena.

Love Poke Here del 1990 e` forse il loro classico. Nei suoi baccanali disordinati, sfregiati da una chitarra affilatissima e deturpati dalle peggior armonie vocali, a trionfare e` soprattutto l'aspetto parodistico. Molti brani sanno di girotondo d'ubriachi, e valgano per tutti un canto da birreria come Ollie e una sarabanda scollacciata come Filbert (variazione sul tema di Summertime Blues). Ma altri sono autentiche feste da saloon, che non nascondono il retroterra culturale del gruppo, sia esso il bluesrock (Pay For Me, Blue Poland), sia esso il country-rock. E` forse nel secondo genere che gli Ed Hall danno le pantomime migliori, prima caracollando nella quadriglia sincopata e campagnola di Hearty Tom Foolery e poi lanciandosi invasati nel bluegrass sincopato di Sam Jackson. Hardcore per loro significa caos a rotta di collo: Cornbull e Car Talk ne sono gli esemplari. A imperitura testimonianza del loro stile sgangherato rimangono i due strumentali: Turkey, dall'incedere orientaleggiante (e con tanto di miagolii ad accompagnare le distorsioni da capogiro di Chester), e Go To Sleep, un surf tragicomico per twang stentoreo a ritmo di panzer.

Non stupisce pertanto che Gloryhole (Trance Syndicate, 1991), le cui canzoni sono tutte intitolate con nomi propri di persona, riscopra il lato piu` goliardico dei Butthole Surfers (vedi l'ubriaca Scam Cobliber), ma al tempo stesso accentui l'irregolarita` delle armonie, fino a lambire gli eccessi di Beefheart nella caotica Roger Mexico. Le partiture strumentali sono violentissime, densissime, lancinanti, ma al tempo stesso rallentate come nel "dark rock" dei Black Sabbath: Hortense Buttermilk e` uno show del chitarrismo funambolico di Chester, capace di alternare frasi martellanti alla Led Zeppelin, dissonanze alla Sonic Youth e accenni di jazzrock; Luke Flukenstock e` invece soltanto una parete spessissima, granitica, di suoni violenti; ma la prova definitiva di questo infernale power-trio si ascolta probabilmente nei tornadi hardrock dello strumentale Bernie Sticky.
Dalla combinazione di humour e rumore ha origine una variante del rock dell'assurdo dei Surfers, di cui e` emblematica la gloriosa rievocazione di Rachel Hourglass, fra coretti anni '60 e un chiasso boogie da far impallidire i Lynyrd Skynyrd. Comunque sia, sono ora soprattutto la grinta e la coesione strumentale ad eccellere: gli Ed Hall sono diventati loro malgrado un complesso di torrido e fragoroso "southern rock", che un filo di follia alla Red Crayola spinge verso posizioni sempre piu` eterodosse.

Nel frattempo Whitley ha deciso di dedicarsi ai Cherubs e il suo posto alla batteria e` stato preso da Lyman Hardy.

Motherscratcher del 1993 adotta invece sonorita` piu` drammatiche, arrangiamenti piu` fitti e plumbei. I collegiali mattacchioni sono maturati, o perlomeno si sono intristiti. Il caos e la cacofonia di brani come Big Head (che ha l'incedere dei rock and roll piu` travolgenti dei Kiss), Lungs (i Black Sabbath a doppia velocita`), e soprattutto White House Girls (un grottesco voodoo-blues in cui riecheggia ancora una volta il loro ritornello favorito di Summertime Blues) diventano truci ed enfatici, hanno l'effetto di disorientare invece che divertire. Il programma eversivo degli Ed Hall conserva una parvenza di humour nei brani che (memori di David Thomas come di Captain Beefheart) sperimentano sulla forma della ballata: Twenty Dollar Bill, che e` tutta stonata, sgangherata e scordata; Urgent Message For All Mankind, che ovviamente e` invece un baccanale incalzante senza senso; e Dave The Prophet, che sfodera un fraseggio canoro da "shouter" e un passo swingante.
La novita` piu` saliente e` pero` che gli Ed Hall hanno deciso di mettere al servizio di una causa piu` nobile la loro eccentricita` armonica: nei due brani piu` ambiziosi si ascoltano alcune delle improvvisazioni piu` sconnesse e deraglianti del rock moderno, con alcuni degli assoli chitarristici piu` "sbagliati" e sguaiati dai tempi di Hendrix. Si tratta di Gnomes (in cui una lunga introduzione di dissonanze, colpi sordi e distorsioni melodiche lancia un riff travolgente di heavymetal) e di quella pantagruelica jam di blues psichedelico che e` Afghani Harvest Period. Sono jam in cui succede davvero di tutto e tutto e` fine a far succedere di tutto. Al confronto, lo strumentale Satori In Manhattan, Kansas e` un'oasi di pace.

La-La-Land (Trance Syndicate, 1995), con Lyman Hardy alla batteria, non soltanto conferma la statura del gruppo ma raffina ulteriormente il suo stile eretico. E' anzi uno dei loro dischi piu' densi di eventi sonori, e certamente il meglio strutturato.
Del nuovo bizzarro equilibrio sono testimonianza canzoni come Pollution, che riescono a trovare un miracoloso equilibrio fra il boogie sudista piu' macho, il jamming assordante e il falsetto jazzato dei Cream, le filastrocche robotiche dei Gong e il passo horror dei Black Sabbath. Avendo meglio messo a fuoco l'energia, risultano fra i brani piu' potenti della loro carriera.
E' sempre presente una forte componente ridanciana, che trabocca da Weird Song, una canzonacca vernacolare a passo di quadriglia scalcagnata, da The Hybrid, un sermone recitato/sbavato in un'atmosfera da film noir anni '30, e Music For Couches, brano strumentale pastorale e classicheggiante che parodizza la new age.
Il tema del disco vorrebbe forse essere la propensione per le armonie arabe (le note di copertina dichiarano un'improbabile registrazione ad Algeri). Fanblades Of Love e' in effetti un incrocio a tutto volume fra una vertiginosa danza araba e una grandinata di riff dei Led Zeppelin. Ed elementi mediorientali emergono anche da Angel, salmodiata a ritmo tribale.
Il forte del gruppo e' pero' una versione demenziale del ritualismo horror, di cui sono prova Huge Giant Omen, un voodoo-blues strascicato in un'atmosfera da sabba, e la grottesca sarabanda free-jazz di Flipper. In queste colossali aberrazioni sonore trionfa lo spirito piu' autenticamente piratesco del trio.
Da qui al delirio di Parallel Universe, strillato da un predicatore invasato su un singhiozzo di stecche chitarristiche, il passo e' breve. Il gran finale di martellante hardrock spaziale alla Hawkwind di 1970-71 arriva quasi come l'inevitabile conseguenza dei peccati che l'hanno preceduto, come la coronazione naturale di tanta empiezza.
Il disco pero' continua. Continua con una traccia senza titolo di venti minuti che e' un collage d'avanguardia di rumori (slot machine, videogame, roulette, passaggi a livello) sotteso da una cupa vibrazione di fondo. Il disco finisce pertanto all'insegna dell'eccentricita' piu' folle, ma anche forse di un'allegoria minacciosa della loro arte.
I loro baccanali a ritmo infernale fanno sempre paura, ma sono decisamente molto piu' ordinati di un tempo. Anche loro stanno invecchiando, ma, come nel caso degli altri grandi terroristi d'America, i Cows, stanno invecchiando in maniera estremamente dignitosa; ovvero ripugnante. Il loro stile strumentale e' compatto, roccioso e rapido, come insegnano i manuali dei commando, affidato al rumore fantasioso della chitarra e al battito inarrestabile della batteria.
Sorprendentemente in questo disco gli Ed Hall sembrano aver ascoltato molta musica tedesca degli anni '70 (Faust, Neu, Amon Duul) e di Canterbury (Kevin Ayers e Daevid Allen su tutti) e finiscono per proporre un improbabile ponte fra le allucinazioni di oggi e gli esperimenti di allora.
Ultimi freak d'America, gli Ed Hall scorrazzano nella musica rock con lo stesso humour irriverente di Frank Zappa, Captain Beefheart, Pere Ubu, Residents e tutti i loro discendenti.

If possible, Ed Hall even increased the psychedelic-madness quotient of the Butthole Surfers, beginning with the repellent bacchanals and hallucinations of Albert (1988). At the least, they grotesquely increased volume and speed on their classic Love Poke Here (1990), a gargantuan, shameless blunder that evoked Captain Beefheart's blues, voodoo exorcisms, drunk bluegrass hoedowns, Jimi Hendrix, breakneck hardcore and redneck boogie. Gloryhole (1991) was the punk equivalent of Beckett's absurd theater. The slightly more serious (at times even melodramatic) Motherscratcher (1993) and the slightly better structured (at times even linear) La-La-Land (1995) were also their densest stews of heretical sonic events.
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