One of the most moving voices of the decade was a humble violinist from
Indiana: Lisa Germano.
Her albums were comparable to the harrowing ending of a thriller.
Rather than songs, the carefully assembled elements of On The Way Down From Moon Palace (1991) were humble concertos that straddled the line between country, classical and new-age music. Her mournful melodies were reminiscent of Pachelbel's Canon and Albinoni's Adagio while the instrumental setting was a lesson in psychology.
Happiness (1993) "universalized" her grief, but also climbed one tier down into her personal hell, past, present and future merged in her feeble and confused stream of consciousness.
Geek The Girl (1994) was both a self-portrait and an allegoric concept. It was both an epic diaries of insecurity and a Dantesque journey into the psyche of a girl. It was her most atmospheric work, but also her most personal. In telling the story of her story, and making it the story of all (women's) stories, she performed the miracle of a kind of simplicity bordering on madness.
The majestic dejection of the episodes worked like the exhausting grief of a lengthy funeral. In the process, Germano reenacted Nico's most lugubrious nightmares as well as Leonard Cohen's saddest fables. Her songs had become pure existential shivers.
Excerpts From A Love Circus (1996) saw the light at the end of the tunnel, although the scene was still unfocused. Leaving behind the claustrophobic excesses of the previous albums, Germano entered a less creepy landscape. Rather than soliloquies, these songs sounded like dialogues between her touching voice and her ghostly violin.
But the romantic interlude ended with the maniacal intensity of Slide (1998), back to the inner wasteland that ever more eccentric arrangements likened to Alice's Wonderland.
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Gli album di Lisa Germano sono paragonabili al finale raccapricciante di un
thriller.
Le sue canzoni sono un suo rituale di vittimismo, o di esorcizzazione dal
vittimismo.
Il suo epico diario di insicurezze e paranoie e` il
reportage di uno stato mentale
alla disperata ricerca di una forma di redenzione, che per adesso e` soltanto
reclusione.
La sua arte e` un lungo, estenuante funerale, al termine del quale c'e` soltanto
la morte psichica.
Pochi musicisti hanno saputo toccare le sue vette artistiche durante gli
anni '90.
Lisa Germano, nata nel 1958 a Mishawaka (Indiana),
figlia di musicisti classici, venne avviata al violino all'eta'
di sette anni. Scoperta da Mellencamp, che le commissiono' anche due pezzi per
la colonna sonora del suo film "Falling From Grace", Germano scopri' poco
a poco le sue potenzialita' artistiche.
Germano registra soltanto nel 1991, trentatreenne, il suo primo album,
On The Way Down From Moon Palace (Major Bill).
I brani strumentali, soprattutto la title-track e Screaming Angels,
in cui lei suona da sola tutti gli strumenti (violino, chitarra, mandolino,
piano, fisarmonica), si situano al confine fra new age, musica classica e
country & western: piccoli concerti di accordi preziosi e contrasti sfumati
che seguono percorsi contorti e si perdono in visioni surreali.
alla fine di questi excursus nell'animo collettivo rimane la sensazione
delle melodie piu' tristi della musica barocca, e Dark Irie davvero puo'
stare fra il Canone di Pachelbel e l'Adagio di Albinoni.
Quelli cantati fanno leva sulla sua voce fragile e vellutata, che non ha ne'
il twang nasale delle interpreti country ne' il boato roco delle interpreti
gospel. Ad accentuare il senso di vulnerabilita' e' un arrangiamento che e'
quasi sempre poverissimo, in sordina. Quelli del Moon Palace sono pensieri
piu' che canzoni. Germano trova la sua vocazione in timidissime elegie come
Hanging With A Deadman e Cry Baby, librate da un ritornello che,
benche' appena bisbigliato, proprio in quanto spunta inaspettato da armonie
quasi silenziose, comunica una scossa emotiva su cui poi quel canto-lamento
puo' costruire ogni sorta di soliloqui.
Sembrano fiori appassiti il blues-jazz notturno di Blue Monday e la
filastrocca per banda paesana di Bye Bye Little Doggie.
Il modo spettrale in cui racconta i drammi quotidiani delle donne (usando
soltanto il mandolino e colpi di tamburo in lontananza in Riding My Bike)
e' al tempo stesso commovente e agghiacciante.
Guessing Game e Dig My Own Grave tradiscono l'influenza del
blues incalzante di Mellencamp, ma debitamente filtrato da una personalita'
che non e' ribelle bensi' liricamente femminile e trasferito in un contesto
piu' country, piu' "bianco", piu' domestico e soprattutto piu' melodico.
Il disco e' coronato da un brano che e' praticamente impossibile,
quell'incrocio fra musica da chiesa e un lungo respiro che e' The Other One.
La versatilita' e' dei grandi arrangiatori bianchi, ma i testi sono quelli
dialettici e allegorici dei grandi bluesman neri. L'umore funereo, da
peccatrice che non puo' piu' essere redenta, da vittima di una maledizione
che nulla puo' esorcizzare, e' peraltro un frutto dell'esistenzialismo europeo
piu' che della letteratura blues.
Nel complesso Moon Palace passa alla storia come uno dei dischi piu'
originali e creativi del canto d'autore di sempre.
Ad attirare l'attenzione su di lei e' comunque Happiness (Capitol, 1993),
un'auto-analisi psicanalitica piu' consapevole della sua debole personalita'
nella quale la sua paranoia viene mitigata soltanto dalla certezza di
un'alternativa.
La presenza di un vero complesso di accompagnamento e la
produzione piu' pesante (soprattutto nella versione "rimixata" dell'anno dopo)
tolgono qualcosa di personale al sound. Uscendo dal suo guscio, Germano riesce
pero' a scrivere un inno universale come Everyone's Victim, immerso
in un bailamme di sonorita' grunge e synthpop piuttosto insolito per lei;
nonche' la sua antitesi, la title-track, che si perde nel frastuono di violino,
chitarra e mandolino.
Cio' che non manca mai e' la musicalita': Energy e' forse il ritornello piu'
insidioso, forte anche di una cadenza incalzante, e certamente il suo
brano piu' rock di sempre; You Make Me Want Wear Dresses prende le mosse
dal gorgheggio mondano di Joni Mitchell e dal boogie leggero di Lou Reed,
mimetizzati dentro un reel celtico.
L'altra Germano, la donna che parla con se stessa, quella che comunica con
il suo passato e il suo futuro tramite parabole di fallimenti,
quella di Bad Attitude e Puppet,
compone canzoni impercettibili che sono spesso soltanto l'equivalente di un
flusso di coscienza in cui ricorrono infiniti ritornelli ascoltati da bambina.
Su diversi dei cerimoniali piu' tragici, quando Germano prende fiato per
immergersi nelle sue auto-flagellazioni, alita il fantasma di Nico.
Il lento girotondo di Around The World, avvolto in strati e strati di
accordi struggenti, e il canto solenne di Sycophant, solcato dai sibili alieni
delle tastiere e dei violini,
sono altrettante tappe del Calvario di un'anima innocente che
si appresta a fare i conti con i propri fantasmi interiori.
Entra in un labirinto ancor piu' fitto quando si ritira in solitudine ad
intonare il proprio requiem, The Darkest Night Of All, e davvero e'
difficile immaginare una notte piu' buia di quella.
Il ridimensionamento dei brani strumentali esprime forse anche la rinuncia a
confessarsi per segni.
Happiness
e' il prodotto di un senso di confusione che si riflette nelle
musiche. E' l'auto-ritratto di una donna attanagliata dalla paura,
ma che riesce a deridere continuamente se stessa, anzi ne fa quasi una ragione
di vita. Caso psicanalitico fra i piu' scoperti dai tempi di Joni Mitchell,
Germano si conquista definitivamente un posto d'onore fra le musiciste piu'
creative del suo tempo.
L'album verra` successivemente riveduto e riedito con lo stesso titolo,
Happiness (4AD, 1994).
Con il Geek The Girl (4AD, 1994) di sei mesi dopo Germano ritorna al solipsismo del
primo lavoro, per nulla vergognosa delle sue fobie. Ne fa anzi un concept sulla
condizione della donna liberata. Con una dizione ancor piu' bambina, Germano
fa della sua protagonista l'agnello sacrificale della societa' moderna.
Nei panni della malata mentale che ripete il suo mantra ad occhi chiusi,
sperando che i cattivi del mondo scompaiano per incanto, Germano finisce per
far rivivere gli incubi piu' lugubri di Nico e le favole piu' tristi di
Leonard Cohen.
Le sue canzoni sono adesso diventate dei puri brividi esistenziali.
La sua dote maggiore e' la semplicita' disarmante con cui allestisce le
atmosfere piu' terribili
(la confessione di impotenza di My Secret Reason,
le turbe sessuali della title-track,
il senso di fallimento di A Guy Like You).
Sono canzoni che vivono di nulla, di un atomo di fiato, di una favilla
rimasta a fluttuare nel camino sul fuoco spento, di un gesto fermato a
mezz'aria, di un andare alla deriva nel mare magnum della malinconia.
Sono spifferi di vita che trapelano da quel sottile pertugio dello spirito in
cui si incontrano speranza, desiderio, ansia, paura e delusione.
E' un disco che sfuma con le ultime canzoni in pochi accordi sparuti.
Gran parte del disco e' cantato e suonato al limite della follia, dalla
filastrocca di Trouble, sullo sfondo di un allegro dissonante degno della
Penguin Cafe' Orchestra, al dialogo schizofrenico di Cancer Of Everything,
travolto da un tripudio di strumenti ad arco. Il clou e' rappresentato dallo
psicodramma autobiografico Psychopath, che rivive il dramma di una donna
violentata in casa senza che nessuno accorra ad aiutarla e canticchia bambina
un tema da canzone popolare (Egidio LaRocca scrive che la melodia e` quella
dell'antica canzone siciliana La Vinnigna).
Altre agghiaccianti denunce si trovano in Sexy Little Girl Princess,
sul macabro carillon del clavicembalo, e in Cry Wolf, ma
il suo modo di raccontare le storie piu' orrende non e' quello dell'accusa,
ma quello della commozione fino alle lacrime.
Cosi', quando sboccia il piu' tenue dei sorrisi, in Of Love And Colors e
Stars, sembra che si spalanchi il cielo. E si apprezza appieno quella
subdola e tenerissima musicalita' che entra nelle ossa, da far innamorare un
sordo.
L'unico strumentale, Phantom Love, sembra un'ouverture sinfonica, cosi'
marziale e imponente. Piu' che un concept, Geek sembra una messa.
Il quarto album e` Excerpts From A Love Circus (4AD, 1996).
Il tema "infantile" che permea tutta la sua opera e` subito in primo piano
in Baby On The Plane: il girotondo del violino, il carillon delle tastiere,
i botti della grancassa costruiscono un'atmosfera al tempo stesso gioviale
ma impotente a gioire. Non malinconica e non nostalgica, ma quasi
involontariamente pensierosa. La giostra psichedelica di I Love A Snot non
conosce limiti di timbriche e di effetti sonori, che proliferano attorno
alla cantilena recitata dietro un filtro.
La drammaturgia di Germano e` in realta`
subdola e smaliziata. La qualita` psicanalitica della sua arte viene alla luce
in meditazioni autobiografiche come A Beautiful Schizophrenic, rivelata dalle
sue dissonanze sinistre, ma mimetizzata nel suo arioso ritornello.
La Germano che bisbiglia timidissima Bruises e` un'attrice impassibile,
mediatrice fra una realta` truce e miserabile e un sogno ancora intatto.
Il valzer appassionato di We Suck si spegne negli accordi desolati e
vertiginosi del pianoforte e del violino, ancora una volta frustrato nel suo
romanticismo.
Il monologo blues quasi impercettibile di Forget It, degno di Nick Drake, ha
la fragilita` perversa di un suicidio o di una pazzia.
La carovana orientale e trasognata di Lovesick,
l'armonia onirica e classicheggiante di Victoria's Secret nascondono la
perversione masochistica della Nico dei primi Velvet Underground.
Anche i momenti piu` spensierati traggono in inganno: Small Heads, che
potrebbe essere un orecchiabile hit di musica pop, e` un'ode alla solitudine.
Germano ripete testardamente la sua parte di amante nevrotica e insicura,
perpetuamente abusata dalla vita.
Le sue impersonazioni lambiscono la parodia, come quando indossa i panni della
chanteuse parigina in Messages From Sophia, accompagnata da una
fisarmonica funerea e da un pianoforte solenne. O come quando osserva
esterrefatta, con tono quasi francescano, le meraviglie della Natura,
di Singing To The Birds
dentro i nuvoloni di violoncelli di Big, Big World, a due passi dal paradiso.
Ma in realta` questi sono i momenti piu` toccanti, come se la donna tentasse di
cantarsi ninnananne e serenate da sola.
Il violino spettrale e` la sua seconda voce, quasi sempre petulante in sottofondo,
ma giusto quel tanto che basta per far sentire una controcorrente drammatica,
una stonatura nell'armonia, un monito di inquietudine.
Dal punto di vista tecnico, gran parte di queste melodie sono arrangiate in
maniera simile al folk-rock, attraverso il contrappunto di una pletora di
strumenti dal timbro squillante e le cadenze di una marcetta. E qualcosa,
all'inizio, al centro o alla fine, sia un lamento del violino o un canticchiare
a mezza voce, riesce sempre a stringere il cuore.
Meno agghiacciante di Geek The Girl, meno claustrofobico
(grazie anche a un paio di eccentricita`, come quella di far cantare i suoi
gatti), immerso in un paesaggio meno sterile, Love Circus trova una
via d'uscita dal cunicolo in cui si era rintanata.
Howie Gelb, comuffato dietro lo pseudonimo OP8 e
accompagnato dalla solita sezione ritmica di John Convertino e Joey Burns
(i Calexico) le fornisce
il controcanto e l'accompagnamento su Slush (Thirsty Ear, 1998).
Disco minore, di transizione, sul quale figurano soltanto tre sue canzoni
(il mantra di If I Think Of Love, la ninnananna classicheggiante di
It's A Rainbow, il solenne garage-rock di Tom Dick & Harry),
serve comunque a evidenziare la cristallina purezza dell'arte di Germano.
Slide (4AD, 1998) rappresenta invece il ritorno alla forma consueta,
alla maniacale intensita` delle sue opere maggiori.
Soltanto Wood Floors e Guillotine affondano davvero gli artigli
nel suo sconsolato panorama interiore, entrambe austere e compite, affidate al
pianoforte come si compete alle grandi intellettuali del rock.
Germano e` pero` un folletto che difficilmente si sente a suo agio nei panni
dell'intellettuale: la sua vera personalita` e` quella che
si lascia cullare nel tenero ritornello innocente che spunta dal desolato
canto delle piantagioni di Way Below The Radio.
La romanticissima "geek" che costituisce il nocciolo del suo ego rispunta nel
girotondo appena dissonante di Electrified.
Forse l'onirismo del disco e` un po' troppo scoperto, ma melodie in punta
di piedi come If I Think Of Love hanno bisogno di una scenografia mossa.
Gli arrangiamenti eccentrici (organetti da fiera suonati come organi a canne,
violini eterei, languidi accordi di chitarre, tastiere decorative, nonche'
cadenze stralunate) rimangono uno dei capisaldi della sua arte, in quanto
complementano a meraviglia i suoi deliri psicanalitici.
Crash e Turning Into Betty vivono quasi interamente
dell'imprevedibilita` dei ritmi e degli arrangiamenti.
Reptile e` un'apoteosi alla sua maniera, ovvero tutto fuorche' trionfale,
ma con quei carillon e quei bisbigli che s'inseguono in una foresta di suoni
surreali e quella grancassa stanca in primo piano.
Questa Alice del rock non ha ancora finito di girovagare nella sua Wonderland.
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