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I Green Day si formarono giovanissimi
nel 1987 a Berkeley e divennero
presto protagonisti della scena hardcore di Gilman St.
Guidati dal cantante e chitarrista Billie Joe Armstrong,
(all'epoca quindicenne), affrontarono l'angoscia esistenziale dei teenegar
all'insegna di un power-pop che prendeva dall'hardcore soltanto la velocita`.
Il modello dei loro primi dischi e` chiaramente quello degli
Stiff Little Fingers.
Dopo un EP ancora a nome
Sweet Children (1987), i Green Day esordirono con l'EP
1,000 Hours (Lookout, 1989). La title-track fonde
folkrock, raga e psichedelia come i Byrds sapevano fare, ma piu` indicative del
proseguio sono gli altri brani, bozzetti melodici senza pretese, forti peraltro
di riff distorti a tutto volume (Dry Ice e Only Of You).
Il secondo EP del gruppo, Slappy (Lookout, 1990),
vanta Paper Lanterns, altra cantilena tutta d'un fiato,
e 409 In Your Coffeemaker, una melodia maliziosa.
Il loro punk-rock e` irruento, ma non feroce, e alla base delle loro
mitragliate c'e` sempre un ritornello orecchiabile.
Il primo album, 39 Smooth (Lookout, 1990), e` cosi`
un concentrato di ritornelli fulminei (come At The Library)
che si susseguono a rotta di collo.
La memoria dei Kinks (che furono i primi ad accoppiare melodie facili a
riff "duri") viene lambita a piu` riprese, da Don't Leave Me a 16.
Scalmanati ma non idioti come i Ramones, i Green Day recuperano in
Going To Pasalacqua e I Was There lo spirito innocentemente goliardo e
sarcasticamente autobiografico (ragazze, party, scuola) del rock and roll.
Su Kerplunk (Lookout, 1992)
i Green Day perdono un po' della verve del 1990, ma guadagnano in
equilibrio. Il "songwriting" di Billie Joe e` ancora una cornucopia di motivi
memorabili, ma l'esecuzione e` appena rallentata e meno "rumorosa",
alla ricerca evidentemente di un pubblico piu` ampio.
Private Ale, Android e Who Wrote Holden Caulfield
riportano alle scatenate danze da party del primo album, ma sono l'eccezione
non la regola.
Se 2000 Light Years Away e` l'anthem esistenziale a cui viene affidato il
compito di definire il tema dell'opera, i capolavori Mersey-beat si chiamano
One For The Razorbacks, Welcome To Paradise,
One Of My Lies. Sono questi i nuovi Green Day.
Compaiono qui anche No One Knows e Dominated Love Slave.
Billie Joe e` il trascinatore: canto forte e cristallino, chitarra rovente
e acrobatica; e la sezione ritmica gli tiene dietro come un treno, senza
lesinare colpi. Mike Dirnt (basso) e
Frank "Tre Cool" Wright (batteria) sono perfettamente
in sintonia con il suo spirito mattacchione.
Esemplari del revival della melodia nell'hardcore, i Green Day avevano
ereditato lo scettro dei Descendents
e stavano replicando il vecchio trucco di catturare la frenesia e
l'insoddisfazione degli adolescenti attraverso ritmi veloci e ritornelli
elementari.
Dookie (Reprise, 1994) fa fruttare commercialmente quell'idea, ma a
scapito dell'esuberante scipitezza che li contraddistingueva.
Le melodie di Burnout e
Chump scorrono senza lasciare il segno.
Having A Blast e She citano
Replacements e
Husker Du come li
citerebbero i cantanti da classifica che non hanno mai ascoltato un loro disco.
Raramente l'elettricita` sale a livello di un "rave-up" da party, raramente
l'arrangiamento riesce ad essere genialmente oleografico.
Ma la nuova versione di Welcome To Paradise li catapulta in testa
alle classifiche e Longview consolida il nuovo stile: un inizio in
sordina, battendo il tempo in maniera casual, e poi un'esplosione di chitarra
che lancia in orbita il ritornello. E cosi`
Basket Case comincia a cappella, con un brusio di chitarra in sottofondo,
prima che esploda nel doppio tempo della batteria, si fermi con un singhiozzo
controtempo e poi riprenda al galoppo.
L'altro classico del disco, When I Come Around, si accompagna alle rudi
movenze sudiste dei Lynyrd Skynyrd. Questi brani bastano a farne delle star.
Poco conta che In The End sfoderi una delle loro filastrocche memorabili
a rotta di collo: quello e` un complesso punk-rock che non esiste piu`.
L'album vendera` dieci milioni di copie nel giro di cinque anni.
Quanto poco il gruppo abbia da dire in confronto a tanti altri onesti
complessi di hardcore lo dimostra Insomniac (Reprise, 1995),
uno degli album piu` ottusi della storia del punk-rock.
Armatage Shanks, Stuart And The Ave e Geek Stink Breath
tentano semplicemente di ripetere il successo dei loro omologhi sul disco
precedente. Le liriche aggiungono ulteriore imbarazzo:
Armstrong e` patetico nel suo atteggiarsi a eroe alienato e nichilista.
I vecchi fans si eccitano per le anomalie strumentali di Panic Song e
Brain Stew, le uniche canzoni che segnano un qualche progresso.
Nimrod (Reprise, 1997) dimostra che il successo e` venuto per caso:
Nice Guys Finish Last, The Grouch, Scattered
sono cantilene mosce e ripetitive, tanto intelligenti quanto quelle dei Beatles,
che riciclano stereotipi e raramente provano anche a emozionare.
L'album e` piatto e, alla lunga, tedioso. Il cantante vi sfoga le sue fobie
personali, ma senza la fantasia di un Gorgan (Smashing Pumpkins).
C'e` comunque di peggio: il pop imbarazzante di Redundant
e Hitchin' a Ride, entrambi usciti su singolo,
lo strumentale esotico e gotico Last Ride In.
Il disco si risveglia all'improvviso nella seconda parte, ed e` come se i
Green Day strizzassero l'occhio ai fans: le scosse hardcore di Platypus,
Jinx, Reject e Haushinka cambiano completamente scena.
Peccato che sembrino scarti dei primi album. Il gruppo si diverte persino a
parodiare death metal (Take Back), vaudeville (King For A Day)
e folk-rock (Prosthetic Head), mostrando in questi brani il meglio
di se stessi.
Ma i Green Day si ri-inventano una carriera con la ballad Good Riddance,
indubbiamente sospita da una melodia memorabile, e per di piu` arrangiata
con violini classicheggianti. Per il gruppo storico del punk-pop, e` poco meno
che un requiem da morto. Per la casa discografica, e` la ragione stessa
d'esistenza di questo album.
Decisamente perduto lo spirito infantile del loro "popcore", i Green Day non
possono che tentare
di fare sul serio quello che prima facevano per ridere. Come gia` successo a
tutti i loro predecessori (dai Ramones ai Devo), questa metamorfosi ha effetti
deteriori: quella che prima era la colonna sonora
per i party piu` demenziali, adesso diventa un qualcosa senza identita`,
troppo liscio, troppo pulito, troppo educato, e i Green Day assomigliano agli
Young Fresh Fellows senza il senso dello humour.
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