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Matt Keating inizio' cantando sui marciapiedi di Boston la sua malattia
esistenziale, ma avvio` la carriera discografica dopo il trasferimento
a New York.
Il bardo malinconico di Tell It To Yourself (Alias, 1993)
non aveva grandi prospettive, ma se non altro aveva chiaro il proprio
programma: Don't Suffer In Silence. Nacquero cosi` le vignette di
Sanity In The Asylum, Show Me How e A Little Talk,
che potrebbero servire come
saggi sociologici. La sua voce tonda ma monotona non lo mette pero`
particolarmente in vista.
Con lo stesso arrangiamento umile ma accordo, e lo stesso approccio
solipsista alla canzone d'autore, il successivo Scaryarea (Alias, 1994) scodella qualche
momento piu` vivace, dalla verve nello stile di Elvis Costello di
Pull Some Strings al rave-up da garage di Your Other Face.
Abbandonando un po' della sua ascetica coerenza, Keating approda anche a
Boxed Inn e Opportunist, nel segno del folkrock stralunato di Robyn
Hitchcock. Ricade nei suoi vizi depressivi a ogni pie' sospinto, ma questa
volta c'e` da un lato il folk solenne di The Wrong God e Never Fit In,
che sembrano cantate sull'attenti a salvarlo, e il modello di Neil Young che
aleggia su Way To Go e A Naggin' Feelin' quando flirta con il suicidio.
McHappiness, ritornello degno di Donovan bisbigliato su una delicata cadenza
marziale, e` quasi una canzone da classifica.
Keating e` maturato soprattutto sotto il profilo drammaturgico, forse anche
perche' ha capito l'importanza di far leva sulle musiche.
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