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Il chitarrista Michael Van Portfleet (cresciuto a Grand Rapids, nel Michigan,
ma residente nel deserto di Mesa, in Arizona) e' Lycia (pronunciato
"laisi`-a" con l'accento sulla seconda "i"), un esperimento che fonde
elettronica cosmica, musica industriale e psichedelia strumentale.
Il primo album, Wake (Lycium, 1989), registrato soltanto da
Van Portfleet alle chitarre e da John Fair al basso e alle rhythm-box,
e` un esperimento ancora naif che tenta di assimilare i canoni del synth-pop
nel formato della ballata psichedelica (tenebrosa, suggestionante, onirica).
Van Portfleet riesce comunque a coniare uno stile unico di arrangiamento,
una nuvola di echi e di lunghi droni che volteggia in primo piano e avvolge il
canto lasciandolo sullo sfondo.
Sono soprattutto i brani strumentali, Wake e From Foam,
con i loro rintocchi paradisiaci e i loro crescendo maestosi, a inventare
quello che rimarra` il marchio di fabbrica dei Lycia: quel senso di
marziale e solenne, accoppiato a quel senso di desolato e apocalittico.
L'influenza del gotico britannico (Joy Division, Bauhaus, Public Image Ltd) si
palesa nella melodia ballabile di Nothing e nell'incubo tribale di
Time.
Da queste premesse scaturisce uno dei suoi primi classici,
Sing Like Siren, una melodia funerea avvolta sulle ispide distosioni
della chitarra e distesa su una cadenza martellante.
Il concetto di "canzone" si sgretola poco alla volta, e nelle vertigini
stordenti di Bells il testo si e` gia` ridotto a un vento
di parole incomprensibili.
Acquisito Dave Galas alle tastiere,
Ionia (Projekt, 1991) e A Day In The Stark Corner (Projekt, 1993)
sono concentrati di umori spirituali e soprannaturali, viaggi nei recessi piu'
reconditi e inquietanti dell'animo umano. Sono album profondamente influenzati
dallo scenario naturale del deserto, che riflette e viene riflesso dall'animo
di Van Portfleet.
Su Ionia Van Portfleet trova un magico equilibrio fra l'arte contemplativa di
Renewal, un nugolo di contrappunti melodici lasciati fluttuare senza peso,
un'arte che e' parente stretta degli acquarelli "ambientali" di Brian Eno,
e la new age cosmica di November, in cui si avverte un anelito alla
"Zarathustra" delle tastiere ma sostenuto da cadenze pneumatiche.
La title-track vive di bisbigli subliminali e melodie sintetiche, fondendo
tutto sommato le sensibilita' del synthpop e della psichedelia.
I momenti piu' drammatici sono quelli in cui Van Portfleet spicca il volo verso
tenebre metafisiche: A Brief Glimpse, come se i Faust eseguissero un requiem
gregoriano a bordo di una stazione spaziale, o la cupa e lenta marcia funebre
di This Moment, scandita da colpi metallici.
Le litanie scavate nei crepacci di questa tenue elettronica da salotto
coprono territori armonici smisurati,
ispirati dal paesaggio tortutato e terrificante del deserto.
A Day In The Stark Corner e' forse il documento piu' emozionante della
liturgia estatica, dell'anelito di trasfigurazione, che sottende la musica
di Lycia. And Through The Smoke And Nails e' una visione bella e terribile,
bisbigliata su una cadenza lenta e metodica, che, stratificando suoni
elettronici, passa dall'idilliaco (il tema melodico) all'eroico (i solenni
crescendo di tastiere), dal gotico (filtrando un coro gregoriano) al cosmico
(evolvendosi in un ronzio di infiniti ronzii).
La stessa andatura da funerale sospinge l'apoteosi strumentale di
Pygmalion, che nasconde nel suo "mix" note inquietanti di pianoforte.
Un campionamento di campane e' d'altronde alla base di The Body Electric,
altra premonizione futurista-orrifica.
In brani come The Morning Breaks So
Cold And Gray e The Remnants And The Ruins il tetro lirismo di Lycia
fotografa la natura e gli uomini da angolature sinistre, sfruttando armonie di
uno spessore davvero sinfonico, con partiture che rimandano piu' a Brahms che
alla musica rock. Daphne sprofonda anzi nell'opulenza dei suoni, lasciando in
superficie soltanto una parvenza di canto e di coro. Al tempo stesso studi
"architettonici" come Wipe Open Space, che esplorano fattori
sonori di luminosita', ampiezza e profondita', prendono le mosse dal sinfonismo
di Unnagumma (Pink Floyd); e d'altronde le languide melodie della chitarra
e il bisbiglio psichedelico di Gilmour riecheggiano un po' in tutti i brani.
La sperimentazione di Lycia e' una lente deformante, attraverso la quale nulla
sembra piu' cio' che e', e tutto sembra "altro", "oltre" e "dopo".
L'elettronica viene impiegata da Van Portfleet non come corredo, ma come struttura
portante, secondo le regole della new age "cosmica". Lycia conserva pero' un
approccio in qualche modo terrestre, volgare, barbaro. Qualche brano, anzi,
sarebbe stato l'ideale sottofondo sonoro per certi testi medievali
sul male, il demonio, l'apocalisse. Passato e futuro vengono in fondo unificati
dal tema di fondo dell'opera di Lycia: il tormento e l'auto-esaltazione
dell'uomo al cospetto di una forza smisurata che lo trascende.
Bleak e' un progetto collaterale di Michael Van Portfleet
e di Dave Galas. Vane (Projekt, 1994), e' un cupo reportage
della condizione dell'individuo nella civilta' industriale.
Ridotto a schiavo delle macchine, l'uomo brancola in
dedali tenebrosi di officine, assordato da battiti meccanici, accecato da
fiamme di fucina. L'elettronica e' densa, greve, sgradevole, opprimente, come
una nube gonfia di pioggia. Pesanti cadenze da ballo e un canto in trance
acuiscono la sensazione da fine del mondo.
Dilagano melodie d'oltre tomba come An Endless View e The Top Of The World,
urlate dall'elettronica fino a distorcerle, scandite in maniera solenne da un
arsenale di gong e timpani, immerse in armonie incandescenti. Piu' il brano e'
privo di parti cantate piu' sembra voler evocare visioni infernali.
La stessa tecnica serve a vestire di arrangiamenti apocalittici i bisbigli da
brivido di One Last Breath e Darkness, nonche' Forever And Ever, la
macabra cantilena con cui termina questo requiem.
La specialita' del duo sta proprio nel raggiungere climi di un'intensita'
terribile. A questo servono i
maelstrom caotici di dissonanze e campionamenti The Boiler Room,
e la sinfonia metallurgica di The Weather Vane,
e l'incalzante crescendo tribale di In Vain,
e la danza da tregenda di Deep Blue Sky.
Questi pezzi propongono in fondo una versione nevrotica della suspence
"ambientale" di Brian Eno, semplicemente portandola al fondoscala emotivo:
gli schizzi nervosi di Van Gogh invece che i tocchi leziosi di Monet, insomma.
The Burning Circle And Then Dust (Projekt, 1995), quarto album di Lycia,
e' invece un'opera monumentale, che idealmente completa il percorso morale dei
dischi precedenti.
Dal punto di vista musicale la novita'
piu' rilevante e' l'uso in primo piano della chitarra, che prende di fatto
il posto del sintetizzatore. Il ruolo dell'elettronica diventa pertanto quello
di affrescare sfondi e orizzonti, spazi infiniti.
Dal punto di vista tematico il sound rimane tenebroso e decadente, ma sono
scomparse le atmosfere piu' apocalittiche.
Nella penombra sembra finalmente entrare un raggio di luce,
il breviario volta pagina e trova qualche indizio di salvezza,
nell'animo tormentato di Van Portfleet si fa largo un minimo di speranza.
I ferri del mestiere di Lycia sono cantilene funeree che trasudano romanticismo
ottocentesco, visioni di titani che si schiantano al cospetto di un fato
inesorabile (Wandering Soul, Slip Away), vuoti penumatici della psiche
(The Return Of Nothing), la nostalgia per qualcosa di irrimediabilmente
perduto (Where Has All The Time Gone). La tecnica assomiglia a quella
dei Doors quando (In The Fire And Flames) lo stile diventa un lento raga.
I momenti piu' esaltanti sono contrassegnati dal sinfonismo melodrammatico dei
primi King Crimson e dei primi Pink Floyd
(August) o da melodie elettroniche che si librano estatiche
su una fitta nube di accordi di chitarra, di rintocchi di campane e di
"droni" iridescenti (A Presence In The Woods). Prendono corpo allora le
cadenze solenni di quelli che sono cerimoniali purgatoriali
(The Dust Settles e The Facade Fades) e che diventano
apoteosi trionfali della caducita' di tutte le cose.
Da quell'oceano di tetra malinconia emergono comunque i primi barlumi di vita,
melodie che fluttuano radiose (The Better Things To Come) o balletti quasi
gioiosi (Pray).
L'impalcatura della redenzione si piega e scricchiola quando Resigned intona
un lungo salmo per organo a canne, quando una voce femminile guida le due
trance piu' sognanti (Nimble e Surrender), quando These Memories Pass
s'immerge in un minimalismo dimesso per pianoforte e rumori. L'animo sembra
cedere sotto il carico di un peso insopportabile, ma e' invece il segno che
la crisi e' stata superata.
Il rantolo di The Burning Circle, annunciato da campane a morto, con lo
strimpellio in crescendo della chitarra, sfuma nel bisbiglio di The New Day.
La palingenesi si e' compiuta. La voce d'oltretomba di Van Portfleet e'
diventata un'umile voce umana.
Quelle di And Then Dust non sono canzoni, sono frammenti di un trattato
filosofico, tappe di un calvario metafisico.
Come nel caso del doppio degli Swans, "Children Of God",
questo disco rappresenta la fine di un ciclo.
Nel complesso i quattro album di Lycia rappresentano
un concept sul tema della Morte che salpa dalla disperazione spasmodica e
approda a una pacata rassegnazione.
"I remember things/ things from long ago/ days that were so bare/ times that
seemed so low".
Live (Projekt, 1995) contiene la lunga
The Last Thoughts Before Sleep (diciotto minuti).
Van Portfleet si trasferisce in Ohio e il cambiamento di scenario naturale
(dal deserto alla neve) ha un forte impatto sulla sua musica.
Galas ha lasciato il gruppo e anche questo contribuisce a cambiare il sound.
Cold (Projekt, 1996) prosegue la regressione iniziata da
Burning Circle verso un sound piu` umano, anche se non meno tetro.
Si ha l'impressione che con Burning Circle il duo avesse esaurito un filone e
concluso una fase, e Cold sia un'opera di transizione. La presenza di
una cantante in pianta stabile, Tara Vanflower (gia` sul precedente), fa si` che il formato dei brani
propenda per la ballata arcaica alla Dead Can Dance.
Il cerimoniale comincia un po' in sordina, con la marcia solenne di Frozen,
ma Baltica si immerge presto nei loro consueti climi catastrofici. Con pochi
elementi (lente melodie elettroniche che ondeggiano ipnotiche, rintocchi funerei
di campane, e cantilene infantili che fluttuano nel nulla) il trio riesce a
costruire un'atmosfera pesantissima di incubo.
Colder perfeziona lo stile delle loro ouverture sinfoniche dell'altro mondo,
delle loro colonne sonore per spettri alla deriva in catacombe e inferni senza
fine, con un adagio romantico di pianoforte che solca i vortici tenebrosi
dell'elettronica.
Piu` che i consueti funerali a passo di marcia (come Drifting),
o le armonie dominate dai vocalizzi liberi (la cantante gigioneggia un po' nei
gorgheggi eterei alla Enya di Bare e nelle litanie mediorientali e
rinascimentali di Snowdrop), fanno colpo
i numeri in cui la loro arte di ipnosi perpetua, di trance catatonica, acquista
nuove prospettive, come nella stasi surreale di December o nei grandi laghi
ghiacciati di Polaris, brani astratti, senza i fini necro-pedagogici delle
ballate, al limite dell'ambientale e del minimalismo.
Cold e` innanzitutto una meditazione, e in tal senso formalizza un
atteggiamento che si era venuto definendo di disco in disco. In particolare,
e` una meditazione sull'inverno, sul freddo, sul gelo. E` un disco di una
classicita` che fa paura, all'insegna di un sound lontano e terribile.
Cold e` anche il primo album composto a partire dalle parti di
sintetizzatore. Burning Circle era stato il primo composto alla chitarra,
mentre tutti i precedenti erano stati composti sui ritmi.
Mike Vanportfleet, nuovamente coadiuvato da Tara Vanflower al canto,
nel comporre Estrella (Projekt, 1998),
sacrifica gran parte dell'arsenale macabro/magico che caratterizzava i
suoi primi lavori. L'insistenza sul tono gotico e` mitigata (soprattutto
nelle partiture solo strumentali di Distant Fading Star e di
Clouds In The Southern Sky)
da un approccio all'arrangiamento sintetico che si situa a meta` strada fra il
corriere cosmico e l'acquaiolo ambientale.
Vanportfleet non ha mai avuto un orecchio particolarmente felice per la
storia del rock (una delle ragioni per cui i suoi dischi suonavano cosi`
originali), e oggi fatica a diversificare la sua ispirazione.
El Diablo finisce per ricordare le colonne sonore dei film di James Bond,
Estrella quelle di Morricone (ma forse anche le suite di Mike Oldfield),
con l'unico vantaggio di risultare crepuscolari e "noir".
Tongues propone una versione nevrotica della new age di Enya (l'atmosfera
arcana ed esotica, creata dai solfeggi del canto e dalla cadenza delle
percussioni, innestata su una trance alla Pink Floyd).
Le orchestrazioni solenni e maestose, che avanzano lentamente in una selva
lussureggiante di melodie elettroniche, sono quelle piu` legate alle sue
origini gotiche, ma anche quelle, per chi lo conosce, piu` scontate.
Per risultare ancora interessante, questo stile ha bisogno di essere
continuamente rinnovato. Vanportfleet ci riesce, per esempio, quando
la marcia funerea di Tainted si arresta in un ralenti` soprannaturale,
una lunga stasi composta da un fascio di droni a frequenze diverse.
Orion, nell'ottica di quel riavvicinamento alla musica cosmica, si
affida a una figura melodica elementare, che si ripete come un lento
vortice, a una cadenza marziale, e ai vagiti protratti della cantante,
con un effetto finale che e` piu` psichedelico che gotico.
Fugati i dubbi che Lycia potesse diventare semplicemente un'imitazione di
Dead Can Dance, Vanportfleet deve ancora spiegare quale sia la sua
nuova direzione. Un disco ridondante, che mostra l'artista in preda a una
crisi tanto esistenziale quanto artistica.
L'EP The Time Has Come And Gone (Lycium, 2000) esce a nome
Estraya, un progetto collaterale di musica acoustic.
I dischi di Lycia sono lavori immensi, in cui confluiscono innumerevoli segni
sonori dell'epoca.
Con loro la musica gotica elettronica e` diventata un'arte altissima, che
lambisce i toni del requiem e del canto gregoriano. Con loro il gotico e`
tornato ad essere innanzitutto un genere metafisico, che medita sulla morte
e non si limita ad esaltarne gli aspetti macabri.
Nelle loro partiture sinfoniche sembra succedere tutto cio` che puo` umanamente
succedere in un brano musicale.
Tara Vanflower ha pubblicato in proprio il mediocre concept
This Womb Like Liquid Honey (Projekt, 1999).
Lycia sta scrivendo alcune delle pagine piu` arditamente
belle della musica moderna al confine fra industriale, psichedelia, new age,
ambientale e gotico.
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Lycia, the brainchild of guitarist and vocalist Michael Van Portfleet, achieved a solemn and profound synthesis of cosmic electronics, synth-pop, psychedelic-rock, and industrial music.
Ionia (1991), featuring Dave Galas on keyboards, coined Van Portfleet's favorite setting of ghostly vocals floating in a soundscape of electronically-processed guitar tones and glacial orchestral counterpoints.
A heavily-layered instrumental backbone sustained the emotional tension of the formally impeccable A Day In The Stark Corner (1993): on one hand, a lyrical, idyllic, dreamy undercurrent that percolated every fibre of the music;
and, at the same time, a haunting and harrowing sense of despair, hinting at inescapable supernatural forces.
The monumental The Burning Circle And Then Dust (1995), with Tara Vanflower on vocals, completed the moral Calvary of the previous works: a less catastrophic atmosphere revealed an ocean of somber melancholy, a foreign sense of beauty that underlined a process of self-discovery. This album codified Lycia's message, halfway between a philosophical treatise, a religious prophecy and the last thoughts of a dying man. By now free of the semiotic burden of his two masterpieces, Van Portfleet proceeded to sculpt the abstract ballads of Cold (1996), in a vein that evoked Dead Can Dance and that amounted, de facto, to a repudiation of his gothic roots.
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