American Music Club stood apart in the late 1980s
as one of the groups that transformed roots-rock into an intimate,
almost transcendental experience.
Mark Eitzel's laconic pessimism, halfway between Gram Parsons's calm despair,
Nick Drake's funereal lament, and Tim Buckley's dreamy agony, acted as the
center of mass for the atmospheric psychodramas of Engine (1987).
The dialectics between instruments
(including hazy snippets of strings and keyboards) and vocals
punctuated the otherwise evanescent melodies of
Big Night, At My Mercy, Outside This Bar,
in a manner that was also reminiscent of Van Morrison.
Eitzel's stream of consciousness reached for a visceral tension on
California (1988), a work that was both more austere and more
introverted.
Firefly, Bad Liquor, Blue And Grey Shirt and
Highway 5 were not songs but swoons of communication breakdown.
The band indulged in psychological impressionism, letting Eitzel's words
fluctuate in a mist of emotions.
It was also a vocal tour de force of Eitzel, who followed his stories
modulating both anger and romance, impersonating both the crooner and the
shouter.
The bleak and lyrical United Kingdom (1989) seemed to complete
Eitzel's spiritual self-flagellation, besides absorbing more of the
jazz, soul and gospel eloquence for tracks as adventurous as
The Hula Maiden and Heaven Of Your Hands.
The nightmare relented on Everclear (1991), the album that marked a
transition from the "closed" landscape of the first phase to the "open"
landscape of the second phase. Less intense but more humane,
only a couple of moments (The Confidential Agent and
Miracle On 8th Street) recalled past agonies, but the playing was
more accomplished and the arrangements more articulate.
The more complex, dense and atmospheric sound Mercury (1993), which
features The Hopes And Dreams of Heaven's 10,000 Whores, and the
sophisticated soul-pop of San Francisco (1994), capitalized on
Eitzel's ability to merge elegant melancholy and roaring passion.
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Mark Eitzel e` uno dei poeti rock piu` importanti degli anni '90. La sua
carriera inizio` con gli American Music Club, gruppo titolare di un folk-rock
sui generis che ha anticipato la corrente dei nuovi cantautori crepuscolari,
ed e` poi proseguita con i dischi solisti. Nell'una e nell'altra veste, Eitzel
ha espresso con franca timidezza un solenne pessimismo esistenziale. La sua
dizione riesce a modulare il tono filosofico di Gram Parsons, quello
funereo di Nick Drake, e quello trasognato di Tim Buckley.
Eitzel, nato a San Francisco nel 1959 e cresciuto a Columbus (Ohio), torno`
a San Francisco nel 1980 alla testa di un complesso rock. In breve quella
formazione si stabilizzo` in un quartetto che assunse il nome
American Music Club.
A imporli furono i mesti racconti di solitudine e depressione nervosa di
Restless Stranger (Grifter, 1985 - Warner Brothers, 1998),
ancora improntati all'eclettismo stilistico della new wave e forse
influenzati dal nuovo melodismo britannico.
Il lamento in falsetto di Room Above The Club fa pensare a una versione
country & western degli Smiths, e Yvonne Gets Dumped a una versione
hard-rock degli stessi.
Eitzel sembra un po' fuori luogo nel crooning enfatico di Tell Yourself,
a meta` strada fra Cure e Nick Cave.
Il tono sfrontato e il tempo marziale di $1,000,000 Song sembrano usciti
dai primi dischi dei Talking Heads.
Il battito tribale e le distorsioni selvagge di Mr Lucky appartengono
all'era punk.
L'accompagnamento di Mark "Vudi" Pankler (chitarra), Brad Johnson (organo)
e' un ruspante folk-rock, con tinte da garage.
La vera indole di Eitzel viene alla luce altrove. Psicodrammi atmosferici come
Point Of Desire e Away Down My Street perdono il filo della
melodia e si abbandonano al delirio del cantante. Il quale "recita"
storie che si svolgono in un clima di sconfitta cosmica.
Engine (Grifter, 1987) venne registrato da una formazione che era
profondamente cambiata, e non soltanto per la perdita di Johnson e l'ingresso
in pianta stabile del chitarrista Tom Mallon (che aveva prodotto il primo
album) e di un nuovo batterista, ma per la nuova
impostazione degli arrangiamenti. La musica e` un folk-rock che si avvale di
dosatissimi interventi di archi e tastiere e che pone al centro il canto di
Eitzel. Gli interventi strumentali sono funzione delle sue storie, e non
viceversa. A risaltare sono cosi` le liriche, non le melodie o i ritmi.
Il cuore del disco sono le delicate tragedie
domestiche di Big Night, un brano cosi' nudo da incutere claustrofobia,
di Mom's Tv, forse la sceneggiata piu' movimentata e piu' patetica,
di Nightwatchman, con una delle sue atmosfere piu' catatoniche.
Si lambisce spesso la stasi. E quanto labile sia il confine fra la visione
onirica e l'allucinazione psichedelica e' evidente in brani come Asleep.
Queste canzoni vivono all'insegna di una sapiente arte di fratture ritmiche e
di dialettica fra strumenti e canto.
Talvolta l'armonioso flusso di coscienza in crescendo
ricorda il Van Morrison piu' invasato (in At My Mercy soprattutto).
Di tutt'altra natura sono Outside This Bar (una delle migliori)
e Clouds,
affidate a melodie evanescenti alla Morrisey e
sottolineate da potenti riff distorti di chitarra;
e completamente fuori dal tracciato e' l'assordante boogie elettrico di
Art Of Love. Ma anche la tensione viscerale di questi "rocker" e' al servizio
del disperato malessere esistenziale di Eitzel. Ogni nota, ogni accordo, ogni
timbro, ogni parola e ogni pausa hanno lo scopo ben preciso di trasmettere
angoscia.
California (Grifter, 1988) abbandona le atmosfere folkrock
per un sound ancor piu' austero.
Le litanie introverse di Eitzel appartengono sempre piu' all'universo dei
cantautori
depressi.
E' una musica crepuscolare e impressionista, incommensurabilmente triste ma
attenta osservatrice, che nel rendere situazioni personali cosi' infelici
sembra esorcizzare le terribili emozioni che esse generano. Eitzel canta in un
bisbiglio agonizzante, il complesso lo segue con un contrappunto sottovoce.
Appena piu' comunicativo del solito in Firefly, con una bella melodia cantanta
a tutta voce e un languido Westcoast-sound di "steel" hawaiana, Eitzel
risprofonda subito nelle sue tenebrose elucubrazioni:
la delicata serenata di Jenny, la stornellata folkrock di Lonely, il
ritratto drammatico di Pale Skinny Girl.
Sono brani che impiegano spunti melodici di prim'ordine, ma quasi sempre immersi
con pudore in un contesto armonico piu' adulto, nobile, elegante, come se un
ritornello in se fosse un fatto volgare. Eitzel sfrutta un'arte che e'
stata raffinata negli anni da Cohen e tanti altri cantautori in punta di piedi.
La tenue cartilagine si sfalda un po' ad ogni accordo, fino ai deliqui onirici
di Tim Buckley (Laughingstock e soprattutto Blue And Grey Shirt),
e all'atmosfera irreale di Highway 5. Li' la musica diventa pura emozione,
senza un vero scheletro armonico che la sostenga.
Nel genere della ballata elettrica, che il gruppo ha reinventato, lasciandosi
alle spalle i modelli di Neil Young e Gram Parsons (le nevrosi del primo, le
fragilita' del secondo), Eitzel cesella Somewhere.
Bad Liquor (altro
classico) e' persino un blues alla Beefheart, tanto esuberante quanto
fuori misura. L'eclettismo del gruppo e' al suo apice, cosi' come la
tormentata drammaturgia del leader.
California rappresenta uno dei vertici espressivi di Eitzel e di tutta la
nuova scuola di cantautori.
Mallon, che era stato protagonista degli arrangiamenti, lascio` Eitzel dopo
quel disco. Dopo l'ennesimo cambio di batterista usci`
United Kingdom (Grifter, 1989), in teoria una raccolta di leftovers
e di brani dal vivo. Eitzel, padrone assoluto del sound,
realizza un'opera di umore
tetro. Nel suo terribile paesaggio psicologico quest'ego tormentato affresca
le rovine di Never Mind (quasi impercettibile il crooning soul-jazz),
Dream Is Gone (partitura dissonante e caotica, da sballo eroinomane),
Kathleen (un duetto fra il grido roco del cantante e i guaiti della sua
chitarra acustica); brani il cui grado di musicalita' e' ridotto al minimo, ma
da cui trasuda il pathos piu' rovente.
Eitzel emerge dalla bruma di accordi di Here They Roll Down come un
Tim Buckley che canti una preghiera gospel; cavalca l'ossessivo riff "celtico"
della title-track come un Nick Drake che si sia innamorato di un'ombra;
ulula e geme come gli shouter neri nel magistrale blues di The Hula Maiden,
uno dei suoi capolavori.
I momenti piu' sereni sono quelli di Dreamers Of The Dream, una delle sue
ballate country piu' cadenzate e melodiche, e di Heaven Of Your Hands, una
liricissima serenata.
L'arduo esercizio spirituale, quella sorta di rituale di auto-flagellazione
replicato nei primi quattro dischi, trova uno sbocco commerciale in
Everclear (Alias, 1991), in parte composto nel 1989.
L'inno tempestoso Rise, il "lento" per innamorati Why Won't You Stay,
la novelty danzabile Crabwalk, la rabbiosa arringa di Dead Part Of You
sono di gran lunga i brani piu' facili della carriera di Eitzel.
Quelli che si rivelano ormai come veri e propri deliri psichedelici,
The Confidential Agent e Miracle On 8th Street, e la nervosa ballata
Sick Of Food, costituiscono il trait d'union con i vecchi American Music Club.
L'album fa giustizia di tanti anni di incomprensione, ma non e' il loro
migliore.
Il chitarrista Bruce Kaplan si e` intanto aggiunto alla formazione, e proprio
alla sua arte melliflua si deve il tono piu` rilassato dei nuovi American
Music Club.
Everclear (Alias, 1991) fu salutato dalla critica (che si era persa i
precedenti) come uno degli album piu` importanti dell'anno. In realta`
rappresentava un momento di transizione per Eitzel, che si esibiva sempre piu`
spesso da solo, come documentato dal suo Live (Demon, 1991),
e cantava anche con gli amici
Toiling Midgets.
Il batterista Tim Mooney di quest'ultimi suona su
Mercury (Reprise, 1993) e completa quella che e` forse la formazione
piu` matura degli American Music Club.
Il disco sfoggia un sound ancor piu' complesso, sia nei brani
vivaci (Keep Me Around e soprattutto Johnny Mathis' Feet) sia in
quelli
d'atmosfera (The Hopes And Dreams of Heaven's 10,000 Whores).
Alcuni brani sembrano persino parodie
(soprattutto il valzer Challenger). Gli arrangiamenti
lussureggianti di questo album dimostrano una sorprendente discendenza
dall'art-rock dei Genesis (Apology For An Accident).
San Francisco (Warner, 1994) prosegue l'evoluzione di Mercury
verso uno stile piu` articolato, alternando momenti di elegante malinconia
(Fearless, Cape Canaveral) a momenti di ruggente passione
(It's Your Birthday, Wish The World Away)
Gli American Music Club sono diventati un sofisticato combo di soul-rock, sulla
falsariga di quello di Bruce Springsteen e Eitzel un baritono smaliziato.
Forse anche troppo leggero e ironico (How Many Six Packs), tanto da
lambire gli Abba nel boogie orecchiabile di Hello Amsterdam, il disco
non ha pudori e paure:
I Broke My Promise fa il verso al soul della Tamla,
Revolving Door impiega cadenze da discoteca, e cosi` via.
Le liriche non offrono compromessi: la vita e` una prigione, da cui non e`
possibile fuggire.
A questo punto Eitzel decide, pero`, di sciogliere il gruppo e continuare da
solo.
60 Watt Silver Lining (Warner, 1996) e` peraltro una mezza delusione,
perche' Eitzel decide di vestire
i panni del crooner elegante di cocktail lounge.
Quello di Sacred Heart sembra un incrocio fra il Morrisey piu` petulante e il
Van Morrison piu` tormentato. Quello di Cleopatra Jones e` un Morrisey
accompagnato da un complesso smaliziato dal sound latino, funky, soul e
jazzato.
Quello di Saved e` un allievo di Burt Bacharach, accompagnato dalla
tromba jazzata di Mark Isham.
Il problema e` perche' queste mascherate dovrebbero interessare il pubblico.
Gli Everything But The Girl fanno di meglio in questo campo.
Le pause, che sono sempre state il suo forte, vengono sistematicamente soffocate
dall'arrangiamento, come se Eitzel avesse paura di suonare come se stesso.
Finisce persino per sembrare verboso e un po' isterico.
Lo schema funziona soltanto in un paio di casi, Southend On Sea e
Mission Rock Resort, che sono anche i piu` briosi, e piu` per merito del
complesso che del cantante: quando le parti strumentali sono cosi` attillate e
raffinate non si puo` criticare.
Le inconfondibili atmosfere autunnali di Always Turn Away,
When My Plane Finally Goes Down e Some Bartenders sono isole nell'oceano.
Anche il fatto che dedichi quasi tutte le canzoni a San Francisco finisce
per dare un po' fastidio. Possibile che non ci sia altro da dire a questo
mondo che cantare i romantici panorami e le tristi vicende della propria citta`?
Eitzel sceglie di collaborare con Pete Buck degli REM per
West (Warner, 1997). Il disco sembra piu` di Buck che di
Eitzel: Eitzel ha scritto canzoni per chitarra o pianoforte, che Buck ha
arrangiato a suo piacimento. A Eitzel va dato atto di aver abbandonato i toni
melensi dell'album precedente e di aver trovato un maturo equilibrio di dizione.
Un paio di melodie (Stunned And Frozen, per quadriglia celtica, e
sono da annoverare fra i vertici musicali della sua carriera.
Ma a far da protagonista e` l'arrangiamento, con quei tocchi sottilmente
orchestrali di pianoforte, chitarra, vibrafono, violini, marimba, tabla,
conga, sassofono, organo e cosa non altro.
In Your Life, Move Myself Ahead e Three Inches Of Wall
sono le piu` orecchiabili e briose della sua carriera.
Se il processo finisce per diluire l'effetto delle sue storie, Eitzel trova
pero` il modo di aggirare l'ostacolo con Then It Really Happens
in cui conia uno stile non meno atmosferico che questa volta si sposa a
meraviglia con l'arrangiamento. Bisognera` vedere se da solo, senza l'aiuto
di Buck, riuscira` a ricostruire quel certosino intreccio di accordi per
futuri sottofondi.
Se Old Photographs e Helium rimangono fedeli al suo standard di cantautore
introverso e malinconico, e pertanto If You Have To Ask e Live or Die
incappano nei problemi del disco precedente, nelle atmosfere melense e
sofficemente jazzate del cocktail lounge.
Eitzel e` anche diventato prolifico: e` gia` pronto un altro album,
Caught In A Trap (Matador), forse ritardato soltanto per consentire
all'opera maggiore di sfondare.
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