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Liz Phair, figlia di uno scienziato famoso e di un'insegnante d'arte,
laureata in Belle Arti, balzo` prepotentemente alla ribalta a Chicago
con una personalita` e una musica che ne facevano un "caso".
Entrata nell'entourage degli Urge Overkill, fotogenica ed estroversa, con alle
spalle un passato sentimentale tanto precoce quanto turbolento, nonche' dotata
di una voce forte e bassa, Phair incise due cassette senza grandi pretese,
poi raccolte sul mini-album Juvenilia (Matador, 1995).
A lanciarla, in maniera stratosferica, all'eta` di 26 anni, e`
Exile In Guyville (Matador, 1993), un doppio album modellato
(canzone per canzone) sul celebre capolavoro dei Rolling Stones
(con lei nei panni dell'amante di Jagger che risponde da
un'angolatura post-femminista alle sue sguaiate profferte maschiliste).
Il trucco post-moderno si presta in realta` per confessare le proprie
ossessioni nei confronti dei rapporti sessuali e pertanto per un intenso e
scabroso scavo autobiografico (Fuck And Run, forse la piu` violenta,
Girls Girls Girls).
Con versi come "I want to fuck you like a dog/.../I want to be your blowjob
queen" (Flower) e "I can feel it in my bones/ I'm gonna spend another year
alone/ It's fuck and run" sembra piu` che altro voler offendere se stessa.
Per quanto arrangiato in maniera spartana, con un folkpop alla Juliana
Hatfield, il disco annovera momenti di rock trascinante, come Never Said e
Johnny Sunshine. Nel lungo "sogno" psichedelico di Canary e nella romanza
pianistica di Divorce Song sfoggia anche ambizioni sperimentali.
Eccelle comunque nelle canzoni in cui trionfa la melodia, in particolare
nella Help Me Mary che ruba una nota accorata a Bob Dylan.
Alla fine (a parte forse Shatter) a latitare dal novero delle citazioni
sono proprio loro, i Rolling Stones.
Sia pur con diverse cadute di tono e una certa monotonia, il disco risulta
per la sua stessa unicita` una pietra miliare del moderno cantautorato.
L'opera fornisce anche uno spaccato realista di Wicker Park, il quartiere bohemien di Chicago.
Rispetto a quell'orgia iper-realista di lussuria,
Whip-Smart (Matador, 1994) e`
un'opera meno tematica e piu` cerebrale: rotto il ghiaccio con una specie di
mantra per pianoforte (Chopsticks), che inquadra il suo paradigma
preferito della relazione sentimentale ridotta ai minimi termini, Phair
s'inoltra nell'atmosfera marziale e sognante di Nashville,
degna del Dylan di Blonde On Blonde,
scimmiotta Lou Reed in Go West,
sferragliando a ritmo "ferroviario" in Jealousy e
crogiolandosi nel languido jazzino di Shane,
ma sempre con quel suo tono disincantato e fondamentalmente volgare.
Sono canzoni il cui romanticismo fa da contraltare al volgare cinismo
dell'esordio.
Ma forse Whip-Smart e` soltanto un lavoro piu` musicale, tant'e` che
l'orecchiabile Supernova potrebbe essere il suo primo hit, X-Ray Man e`
degna dei girl-group piu` grintosi degli anni '60, Cinco De Mayo
ha l'incedere di una gioviale filastrocca e la title-track e` una tiritera
venata di calypso come usano le cantanti generiche.
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Chicago's Liz Phair came to prominence with a highly intellectual post-modernist and post-feminist exercise, Exile In Guyville (1993), theoretically a diary of brutal confessions (and superficially a hyper-realistic orgy of lust) but in practice a vast fresco of the women of her generation, musically modeled after the Rolling Stones' masterpiece but also quoting everybody from Bob Dylan to Juliana Hatfield. Less cynical and more romantic, Whip-Smart (1994) and especially Whitechocolatespaceegg (1998) focused on her eclectic musical skills. Phair now engaged in a more oblique approach to her sexual and moral appetites, to reconciling sex and love, an approach which revealed her as an impressive innovator of the folk-rock idiom.
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(Traduzione di Cinzia Russi)
Whitechocolatespaceegg (Capitol, 1998) segna la fine di una lunga
assenza dalla scena di Liz Phair dovuta al matrimonio e alla maternita’ e
prova che, superata ormai la puberta’, Phair e’ una "rocker", una
"rocker" di gran lunga piu’ calda e decisamente meno girlcentric
di quanto non lascino ad intendere i suoi testi eccessivamente intimi. Liz
Phair e’ una musicista impegnata (engaged) nel tentativo di gestire i propri
appetiti sessuali e morali in maniera piu’ indiretta, e riconciliare sesso e
amore; un nuovo approccio questo, che si sbarazza della sua arguzia polemica
che viene sostituita da una persoggio musicale piu’ melodioso.
Questo nuovo aspetto di Phair vivace, orecchiabile e groovy e’
magnificamente rappresentato dal tirato crescendo country-rock di Jonny
Feelgood. I suoi non meno pungenti soliloqui indulgono ora in
un’abbondanza di ritornelli pop e di progressioni (Big Tall Man,
Love Is Nothing) accompagnati da una punta di rock-folk psichedelico
(Ride) ai quali la sua voce ordinaria conferisce un epos sentimentale
alla Billy Joel (Polyester Bride). Il talento melodico e musicale di
Phair culmina nel nostalgico valzer epico Shitloads Of Money; il
suono diventa un complesso puzzle di accordi pieni di colore, semplice al
punto da imitare l’acustico canto popolare del tempo che fu (Uncle
Alvarez), o tanto elegante da diventare una sorta di rock da camera
(Perfect World, con tanto di strumenti a corda).
E’ fin troppo evidente che Phair e i suoi produttori hanno studiato
attentamene la storia del rock, in quanto resti degli stili classici
(l’organo del gospel, la batteria e gli accordi del blues, i timbri
lisergici, le arie folk) emergono un po’ dovunque. Sorprendentemente, il
tratto piu’ duro che caratterizza pezzi come il grunge Chocolate Space
Egg, tutto avvolto in una cascata di distorti riff alla chitarra, o
Baby Got Going, col suo frenetico da garage-harmonica e il resto,
risultano totalmente fuori luogo (ma in effetti, Phair non ha composto la
musica di nessuno dei due). Basta paragonarli al delicato movimento di
Haedhache dove Phair sussurra appena la sua litania
sull’arrangiamento scarno e vagamente psichedelico di una chitarra arruffata
e di un organo cinguettante.
Meno ambiziosa e arrabbiata, libera ormai da ogni vincolo con il controverso
tumulto ringhioso di Guyville, Phair emerge come una grande
innovatrice nell’ambito della musica folk-rock.
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Ending a long absence due to marriage and maternity,
Whitechocolatespaceegg (Capitol, 1998) proves that, out of puberty, Liz
Phair is a "rocker", and a far warmer and far less girlcentric one than her
overly intimate lyrics would imply.
Phair is a musician, engaged in a more oblique approach to dealing with her
sexual and moral appetites, to reconciling sex and love, and approach which
disposes with her controversial wit in favor of a more melodious musical persona.
Phair's new side is playful, catchy and groovy, well represented by
upbeat and taut country-rocker Johnny Feelgood.
No less poignant, her soliloquies now indulge in plenty of pop refrains and
progressions (Big Tall Man, Love Is Nothing), with a tinge of
psychedelic folk-rock (Ride). Her ordinary voice lends them the
sentimental epos of a Billy Joel (Polyester Bride).
As a matter of fact, the album, as well as Phair's melodic and scoring talent,
peak with the epic and nostalgic waltz of Shitloads Of Money.
The sound is a complicated puzzle of colorful chords, simple to the point of
mimicking the acoustic folksinger of days gone (Uncle Alvarez),
elegant to the point of coining a sort of rock chamber music
(Perfect World, complete with strings).
Phair and her producers have obviously studied the history of rock and roll,
as debris of classic styles (gospel organs, rhythm and blues drums, blues
chords, lisergic timbres, folk arias) surface almost everywhere.
What does not fit is, surprisingly, the harder edge, i.e. songs like
the grunge-y Chocolate Space Egg, wrapped in a shower
of distorted guitar riffs, or Baby Got Going, garage-harmonica and
frenzy pace and all (as a matter of fact, she didn't write the music of either).
Compare with the suave motion of Headache, as she whispers her litany
over a spare and vaguely psychedelic arrangement of fuzz guitar and chirpy
organ.
As a less ambitious and angry songwriter, freed of any vestigial ties to the
controversial riot grrrrl of Guyville, Phair ranks as an impressive
innovator of the folk-rock form.
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Votata tanto al successo quanto all'emarginazione (con un programma dichiarato
che consiste nel registrare dischi tanto melodici quanto osceni, ovvero tanto
radiofonici quanto censurabili), Phair proietta un'immagine che riassume
vent'anni di emancipazione femminile nella musica rock, un misto spavaldo
Joni Mitchell, Chrissie Hynde, Joan Jett, Madonna e Kim Gordon.
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Liz Phair (Capitol, 2003) not only introduces a new Phair (a divorced, 36-year-old single mom), but also a new musician, one that strives to reinvent the canon of folk-pop (Red Light Fever, Why Can't I?, Firewalker, It's Sweet).
When she harks back to her past, she falls flat:
the erotic imagery of Rock Me, H.W.C. and Favorite sounds tired and strained, and a little embarrassing at her age (more like a midlife-crisis than a confessional urge).
But elsewhere (Extraordinary, Friend of Mine) she manages to find a new voice that is both gritty and sophisticated.
The unremarkable, bland and frequently obnoxious
Somebody's Miracle (Capitol, 2005)
could have been made by any of the many aspiring divas of pop muzak.
And the lyrics are even more obtuse than the music.
Everything to Me was the first single.
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(Translation by/ Tradotto da xxx)
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