|
Il gruppo che ha ri-definito il concetto di "progressive-rock" per gli
anni '90 e' quello dei Phish, eredi al tempo stesso di Frank Zappa e dei
Grateful Dead. Dai primi ereditano lo stile di composizione, che mescola rock,
jazz e classica in maniera quasi orchestrale, e il senso dello humour. Dai
secondi ereditano la predilezione per l'improvvisazione e per i concerti
dal vivo.
Trey Anastasio alla chitarra, Jonathan Fishman
alla batteria, Mike Gordon al basso, Tom Marshall alle liriche
iniziarono a suonare nel campus della universita' del Vermont
(a Burlington per l'esattezza). Presto si aggiunse
Page McConnell (tastiere), proveniente da una scuola di musica
d'avanguardia, con le sue propensioni per la musica jazz. Il primo impegno
semi-professionale del gruppo fu un musical, interamente composto da Anastasio.
Presto il gruppo pote' vantare un carnet di decine di canzoni, che costituiranno
per diversi anni il canovaccio delle loro (leggendarie) esibizioni dal vivo.
In breve la fama del gruppo, e di quei suoi show per nulla formulaici e
incredibilmente virtuosistici, supero' gli angusti confini del New England e
si sparse ovunque. Venne istituito un "fan club", nacque una "newsletter"
e la rete nazionale di computer prese a trasmettere le loro imprese come un
tam-tam. Fenomeno piu' unico che raro della storia del rock,
senza aver ancora inciso un solo singolo, i Phish si permisero il lusso di
compiere due tour nazionali, riuscendo a riempire teatri da migliaia di posti.
Ai concerti veniva distribuita una cassetta auto-prodotta che vedra` la luce
soltanto anni dopo: Junta (1988 - Elektra, 1992).
Le lunghe jam di David Bowie, Fluff's Travels e
You Enjoy Myself, Esther, The Divided Sky
non potrebbero essere piu` anacronistiche, ma trovano
un pubblico di ferventi ammiratori.
Con quei concerti i Phish rivalutarono gli assoli di chitarra, gli
accompagnamenti jazz-rock delle tastiere, i cambi di tempo,
le improvvisazioni di gruppo, e tutto il linguaggio del progressive-rock.
Il primo album, Lawn Boy (Absolute A Gogo, sep 1990), alimenta un
fenomeno di culto che stava gia` dilagando.
L'opera non e' soltanto una delle piu' varie e fantasiose
di sempre, e' anche un saggio di montaggio scientifico, di assemblaggio
certosino di temi e partiture eterogenei, di camaleontismo musicale.
Il rock torna improvvisamente indietro alle suite caleidoscopiche dei primi
anni '70.
Tutti i brani sono prevalentemente strumentali, e tutti dilatano ad oltranza
la forma-canzone del rock. Tutti sono caratterizzati dalle continue mutazioni
(di melodia, di ritmo, di strumentazione, di chiave), per cui le vere
protagoniste di questa musica finiscono per essere le suture; e la composizione
diventa l'arte di saper cucire assieme gli spunti piu' disparati.
Capita cosi' di ascoltare all'interno dello stesso pezzo cadenze di
calipso, fraseggi di jazzrock, vocalizzi da "barbiere", rumori "trovati", lenti
da ballo, fanfare rhythm'n'blues perfettamente integrati fra
di loro, al punto da non capire dove finisca l'uno e dove inizi l'altro.
La cucitura e' ancor meglio mimetizzata che nelle prime suite di Zappa, ma
l'otto volante degli arrangiamenti non e' meno avventuroso.
I Phish hanno la stessa cultura enciclopedica della Bonzo Band, ma con un savoir
faire e un piglio da devoto collezionista invece che da liceale mattacchione,
con lo spirito insomma di una Penguin Cafe' Orchestra del jazzrock.
Infine li contraddistingue una perizia strumentale e compositiva
che ha pochissimi eguali, tanto nel rock quanto nel jazz, soprattutto per la
capacita' di amalgamare l'assieme. Anastasio e' il principale compositore ed
arrangiatore, e a lui si deve anche quel sound ovattato, confezionato con cura
artigianale.
Per esempio, The Squirming Coil diluisce un delicato jazz da camera in
un crescendo travolgente, usando il piano per battere il ritmo con eleganti
figure boogie, per approdare inaspettatamente a una ballata alla Dire Straits,
e per culminare poco dopo in un ritornello solenne (con raddoppio in
falsetto). La sfilata di travestimenti prosegue di questo passo fino a
Bouncing Around The Room, brano invece classicheggiante, impostato come un
gioco di sofisticati contrappunti vocali e di crescendo minimalisti, ma con
un finale evanescente alla Grateful Dead.
Split Open And Melt inizia come una fanfara jazzfunk ma finisce con un
lamento a cappella rinascimentale. La quantita' e qualita' di trame e'
impressionante.
Che non si tratti soltanto di uno show di acrobati della musica, che il
programma sia contaminato da forti dosi di comicita', e' dimostrato da
canzoni-gag alla Zappa come Bathtub Gin. A sdrammatizzare ulteriormente
l'atmosfera, portandola quasi ai livelli del circo equestre,
contribuiscono i brevi intermezzi sparsi qua e la': My Sweet One che dipana
con naturalezza un country & western, o
il bluegrass d'avanguardia di The Oh Kee Pa Ceremony.
L'obiettivo dichiarato da Anastasio e' quello di resuscitare il codice delle
vecchie "big bands", ovvero prendere un motivo e "farlo ascoltare" in diverse
varianti: quello da ballo, quello per intellettuali, quello per relax e cosi'
via. L'obiettivo e' cioe' di riscoprire la flessibilita' insita nel linguaggio
musicale, che la commercializzazione spinta dell'era capitalista ha finito
per castrare a favore di una forma di espressione piu' rigida (e pertanto
piu' facilmente vendibile).
Ma il codice linguistico dei Phish ha un'ulteriore livello di interpretazione,
in quanto non e' legato a un genere specifico. Il pretesto di un brano puo'
venire da un ritornello pop come da una filastrocca bluegrass; ma per strada
quel tema cambiera' in un altro, blues o funk o reggae o chissa', e la sua
destinazione finale e' del tutto casuale. La dinamica e' altrettanto
imprevedibile, con una successione di alti e bassi, di ritmi incalzanti e di
ritmi lenti, di passaggi assordanti e di passaggi impercettibili.
Abilissimi nel creare progressivamente stati di suspence,
nell'orchestrare alternanze di tensione e di relax,
nel far scomparire il ritmo in un flusso continuo di sincopi,
nel coagulare
all'improvviso tutte le energie per esplosioni selvagge, maestri della
tecnica classica della fuga, i Phish riescono ad amalgamare lo spirito razionale
(occidentale) e quello irrazionale (africano) della musica moderna.
In tal senso il capolavoro nel capolavoro e' Reba, che inizia come un
vaudeville cantato sottovoce al ritmo di un tip-tap leggero e di un
pianismo subdolo, per tuffarsi in un contesto di cartoni animati e orchestrine
di ragtime e finire in un bandismo buffo e "totale" alla Zappa, con
sequenze di jazzrock chitarristico superbamente arrangiato.
Ma dal punto di vista strettamente tecnico meglio ancora riesce a combinare
lo strumentale Run Like An Antelope, che parte con uno scoppiettante
country-rock, cambia marcia con un'incalzante "jazzblues fusion",
propulsa da un pianismo da saloon in rapido crescendo, sempre piu' swingante,
sempre piu' elettrico, lambendo atmosfere magiche alla Peter Green,
per culminare in un jamming scatenato guidato dalla chitarra,
e terminare in uno spumeggiante bluesrock memore dei Little Feat e della Band.
Nonostante l'album divenisse subito irreperibile per il fallimento della
compagnia discografica che lo doveva stampare,
la fama del gruppo crebbe ulteriormente, ponendoli in testa alle classifiche
dei critici musicali di mezza America.
A Picture Of Nectar (Elektra, feb 1992) raggiunge il formato ideale,
riducendo i funambolismi al minimo indispensabile in maniera che il tema
melodico funga da baricentro e controbilanci le
forze centrifughe con un nucleo piu' pesante.
Al tempo stesso il disco esalta l'eclettismo del gruppo,
saltando con disinvoltura da comicissimi bozzetti bluegrass e ragtime
(Poor Heart)
a seriose disgressioni sull'arte pianistica di Thelonious Monk (Magilla),
da Santana (Landlady) a Yes (The Mango Song),
dal calypso di Stash al reggae di Guelan Papyrus, disseminando qua e la'
fughe atonali e carillon natalizi, serenate romantiche e filastrocche
da vaudeville, con McConnell in maggiore evidenza e una maestria quasi
"orchestrale" nei contrappunti di basso e chitarra.
Senza contare il boogie incalzante alla ZZ Top di Chalk Dust Torture, il
jazzrock torrido di Llama e
la canzonaccia jazzfunk alla Zappa di Cavern (con una delle loro melodie piu'
memorabili).
Essendo meglio focalizzato, ogni brano ha modo di sviluppare il tema fino
in fondo, invece che interromperlo e capovolgerlo di continuo.
Ancora una volta i momenti piu' suggestivi sono pero' quelli in cui i Phish
affrontano le loro sorgenti sonore piu' kitsch (worldmusic, jazz e pop) con
lo stile della Penguin Cafe' Orchestra, in particolare Glide, su uno
splendido duetto di contrabbasso e chitarra acustica, nonche' coro da doo-wop.
Nel campo delle jam improvvisate i Phish mettono a segno Tweezer,
in cui rendono omaggio al "roots-rock" degli Allman Brothers e della Band.
Cio' che mantiene lontani i Phish dall'acidrock degli anni '60 e' il
tocco "classico", la pulizia sonora, gli schemi musicali formalmente
impeccabili. Lo spirito non e' quello degli hippie ma quello di forbiti
cameristi.
Nel tour del marzo 1992 il gruppo eseguiva settantasette canzoni diverse,
a fronte di sole venticinque registrate su disco.
L'arguto bluegrass di Rift,
la jam jazzata di Maze (un incrocio fra Frank Zappa e In A Gadda Da Vida),
la fuga classicheggiante di All Things Reconsidered (un incrocio fra Zappa
e Bach), il toccante flamenco di My Friend e il vaudeville comico di
Sparkle, vennero raccolti soltanto anni dopo su
Rift (Elektra, 1993), coerentemente con
la loro etica rigorosamente anti-commerciale.
The Dude Of Life e' un personaggio leggendario di New York che ogni tanto
compare agli show dei Phish bardato da re o da folletto e canta una delle
sue canzoni. Il repertorio di questo bizzarro bardo ha fama di essere composto
da sarcastiche meditazioni sull'essenza della vita come quella celeberrima
di TV Show che e' uno dei graffiti piu' usati nei cessi del college di
tutta l'America: "Life is a TV show/ that should've been cancelled long ago".
L'amicizia con Trey Anastasio risale ai tempi del liceo, quando
entrambi militavano negli Space Antelope. Dude ha scritto alcune delle
canzoni dei Phish, in particolare lo strumentale Run Like An Antelope e
un paio di brani della mitica cassetta auto-prodotta Junta, piu' un paio
di brani tuttora inediti (sono almeno una cinquantina i brani dei Phish
mai comparsi su disco).
La musica di Crimes Of The Mind (Elektra, 1994), registrato nel 1991 e
rimasto per anni nel cassetto, e' quella che ci potrebbe aspettare dai Phish,
con appena un vizio di humour bislacco in piu' del normale. Insomma,
il classico impasto di Little Feat, Band, Grateful Dead, forti dosi di
gospel, blues e jazz in una struttura che si presta alla jam.
Dude dimostra di valere molto piu' degli spezzoni di avanspettacolo che
gli regalano i Phish dal vivo. Come cantautore, si situa a meta' strada
fra Warren Zevon e Neil Young. Il passo epico e fatalista del primo sospinge
diverse delle canzoni piu' lineari (Dahlia su tutte) e
satire affilatissime come Self. La nevrosi solenne del secondo trapela dalla
title-track. Gli sketch per cui e' diventato famoso lasciano invece un po'
a desiderare, tanto la gag alla Zappa di Family Picture quanto l'ovvia
parodia di Lucy In The Subway With Daffodils.
Il personaggio e' meglio rappresentato da commosse celebrazioni della
propria insipienza come King Of Nothing.
Mentre gli album precedenti riciclavano semplicemente il loro repertorio live,
Hoist (Elektra, 1994) venne composto e rifinito in maniera unitaria.
Il risultato fu, non a caso, piu` organico e levigato. I suoi brani non sono
jam da eseguire a oltranza, ma canzoni concise e melodiche.
Qual che fosse l'intento, il risultato e` chiaramente commerciale.
Le pietre dello scandalo sono Down With Disease, un funkysoul
caracollante e melodico, a un pelo dall'umore farsesco degli Spin Doctors,
che furoreggia alla radio; e il disimpegnato soulrock di Sample In A Jar,
sincopato e orecchiabile quanto basta per imporlo alla nazione sudista.
Anche l'epica cantilena di If I Could, avvolta in spirali elettroniche, e
la delicata parabola country di Lifeboy, infiorettata di violini e banjo,
sono confezionate per un ascolto di massa.
Ma quando Julius intona quel boogie alla ZZ Top,
fra le sortite funky della sezione di fiati dei Tower Of Power e
il raddoppio swingante di un coro gospel, o quando Axilla sfodera il suo
fraseggio travolgente, viene fuori l'indole ribelle del gruppo.
Il loro leggendario jamming rimane relegato alla fine del disco, nella lunga
Demand, a segnalare che quella stagione e' ormai finita.
Maestri del kitsch come soltanto Zappa ha saputo essere, i Phish si permettono
anche il lusso di una rievocazione degli anni ruggenti come Wolfman's Brother
e di un bluegrass a rotta di collo come Scent Of A Mule.
Nella solita bolgia di Grateful Dead, Band, Doobie Brothers, Little Feat
e Allman Brothers, i Phish scolpiscono un altro lavoro magistrale.
Per farsi perdonare dai fans estremisti, i Phish pubblicarono poi
A Live One (Elektra, 1995), degno discendente
dei grandi doppi dal vivo degli anni '70.
I Phish celebrano la leggenda uscendone con grande classe, e dalla stessa
porta da cui ne erano entrati, quella delle esibizioni dal vivo.
Dal vivo vengono a galla senza trucchi le parentele con i Grateful Dead,
perlomeno in canzoncine pepate come Bouncing Around The Room (da Lawn Boy) e
Chalk Dust Torture (da Nectar), con la buona aggiunta al repertorio
dell'epica veemenza di Wilson.
A guadagnare dal formato live sono soprattutto i brani piu' estesi, che hanno
modo di risplendere in tutta la loro genialita' compositiva ed esecutiva,
senza la patina di humour ciarlatano a cui eravamo stati abituati.
In effetti c'e' piu' Zappa che Dead nelle partiture jazzate di
The Squirming Coil (da Lawn Boy) e Stash (da Nectar), per via delle
divagazioni gettate li' con nonchalance (celebre il calypso del secondo)
e di una scioltezza orchestrale che non ha molti eguali nella storia del rock.
Le improvvisazioni piu' coraggiose si trovano forse nelle tre jam inedite:
You Enjoy Myself (venti minuti, compariva sulla prima cassetta), Slave To The Traffic Light (undici minuti)
e Harry Hood (quindici minuti). Qui la spettacolarita' si riduce spesso
al minimo. Il motivetto funky della prima spunta soltanto dopo sette minuti e
scompare quasi subito, sommerso dagli assoli logorroici delle tastiere, della
chitarra, della batteria e persino del canto in stile jug.
Bisogna aspettare fino alla fine prima che la seconda si sollevi in un glorioso
tema hard-rock.
Harry Hood e' in gran parte dominata da un cincischiare in sordina delle
tastiere.
Tuonino i cannoni: una versione colossale di Tweezer, la loro jam improvvisata
per eccellenza, scardina il limite dei trenta minuti (con momenti di caos
assoluto).
L'atmosfera dal vivo e' la piu' ideale per i Phish.
Quel grande clown della composizione che e` Trey Anastasio mette insieme
nel 1996 un'orchestrina jazz raccattando vecchie e giovani glorie (Marshall
Allen e Michael Ray dell'orchestra di Sun Ra, il John Medeski titolare del
trio con Martin e Wood, nonche' Marc Ribot, ex Lounge Lizard) e registra
Surrender To The Air (Elektra, 1996).
Divertendosi a speculare sulle intuizioni di Miles Davis nell'ambito
della funky fusion, quelle di John Coltrane nel campo del free trascendente
e quelle di Sun Ra nel campo della spiritualita` cosmica, Anastasio lascia
ampio spazio ai comprimari (soprattutto nelle quattro parti di
And Furthermore).
Il fare sornione e (volutamente) inconcludente dei Phish costituisce la
cartilagine su cui si appoggiano queste dotte improvvisazioni di virtuosi.
Un disco di splendide serenate per intellettuali hippie.
La suite acquatica di Billy Breathes (Elektra, 1996) rappresenta invece
la prima delusione della carriera di Anastasio.
I Phish si auto-riducono a gruppo di
studio, quando in passato i loro dischi erano stati prima di tutto registrazioni
dal vivo (poco importa se davanti a folle oceaniche o dentro auditorium
deserti), e la musica ne soffre
Le canzoni sono tutte calcolate per colpire le masse radiofoniche, semplificate
fino a sembrare scheletri di canzoni dei Phish: di Free e
Theme From The Bottom sono rimaste soltanto le melodie e le cadenze
briose, di Character Zero la grinta rock.
Anastasio e compagni si riprendono dal tonfo di Billy Breathes (Elektra,
1996), primo album mediocre della loro carriera, con
Slip Stitch And Pass (Elektra, 1997). L'approccio sfacciatamente
commerciale di quel lavoro non ha pagato, e quindi la truppa tenta di farsi
perdonare perlomeno dai fans con un lavoro registrato dal vivo.
Wolfman's Brother (14 minuti) va annoverato fra i classici, forte di una
melodia gospel-soul da manuale e di una cadenza sincopata da country-rock,
ma soprattutto per il modo maturo ed elegante con cui il quartetto snocciola
il suo repertorio di fraseggi e ritmi jazz, blues e rock, nonche' per i superbi
e camaleontici assoli di Anastasio.
Mike's Song, frenetica, funky e dura, denota
la crescente intraprendenza del bassista Mike Gordon. Taste ritorna alle
loro radici rurali e scodella l'atmosfera piu` jazzata,
con Anastasio succube degli accenti tropicali di Carlos Santana e il piano
letteralmente "picchiato" da Page McConnell.
Ma su tutto svetta la scoppiettante e trascinante Weekapany Groove, a
meta` strada fra una piece di Peter Green, le vertigini mistiche della
Mahavishnu Orchestra e un boogie da saloon.
Queste quattro lunghe jam bastano a riconciliare giovani e anziani con i Phish.
Il sound rotondo e rilassato di The Story of the Ghost (Elektra, 1998)
conferma pero` che Anastasio e McConnell (principali responsabili delle
musiche) hanno perso per sempre lo smalto di un tempo, e l'unica consolazione
e` la leggiadria con cui compongono canzoni formalmente impeccabili.
I discografici gongolano per il soul-jazz di Ghost e il funky-soul di
Birds Of A Feather (con profumi dell'acid-rock californiano) e forse
anche per la musica leggera brasiliana di Frankie Says.
Ma Limb By Limb sposa le armonie vocali e le progressioni sontuose
degli Yes al blues-rock degli Allman Brothers, e
Wading In The Velvet Sea e` una ballad solenne che mette in orbita
una delle melodie piu` memorabili della loro carriera.
I Phish si concedono anche di dissacrare il bluegrass con la scoppiettante
Water In The Sky e di prendere in giro la musica da ballo con
The Moma Dance.
E non lesinano di sperimentare, in particolare con
i bozzetti surreali di Fikus e Shafty, che rinunciano al formato
tradizionale della canzone a favore di cadenze etniche e di bizzarrie armoniche,
e risultano, pur nella loro brevita`, fra gli episodi piu` intriganti.
Mancano le suite che li hanno resi celebri, ma il brano piu` ambizioso,
Gayute (guarda caso, brano risalente al 1994) contiene otto minuti di
eleganti variazioni su un tenue tema folk, in particolare prima fischiettato
alla Jethro Tull e poi suonato alla chitarra a mo' di fuga barocca.
Le note di copertina dicono che il gruppo ha composto una quarantina di canzoni
nell'ultimo anno e soltanto tredici sono finite su quest'album.
Venuti alla ribalta quasi di nascosto, sorprendendo la stampa ufficiale,
forti di adunate oceaniche che facevano impallidire i pellegrini del grunge,
entrati in classifica senza sfruttare nessuna delle regole tradizionali di
marketing, i Phish sono diventati un'istituzione e hanno rifondato l'idea
stessa di cosa sia la musica rock.
Con un singolare collage di jazz, rock, classica, country, blues, worldmusic,
e forti di un talento enorme, ma ancor piu' del giusto spirito, i Phish
si sono posti all'avanguardia di un movimento di rivalutazione dei valori
anti-commerciali e comunitari degli anni '60.
Il loro jazz psichedelico ne fa i diretti e legittimi eredi dei Grateful Dead.
|
In the age of hardcore punk-rock, the aesthetics of
Phish, a quintet based in Vermont,
bordered on the suicidal. Nonetheless, the band became one of the
most significant phenomena of the decade. Phish focused on the live concert,
a concept that had been anathema during the 1980s, and rediscovered the
guitar solo, the ornate keyboard arrangements, prog-rock tempo shifts,
group improvisation and the whole vocabulary of intellectual music, as proven
with the lengthy tracks on the cassette Junta (1988).
The encyclopedic tour de force of Lawn Boy (1990) focused on
mostly-instrumental melodic fantasies that quoted from an endless list of
genres.
Guitarist Trey Anastasio inherited Frank Zappa's clownish compositional style, which blended rock, jazz and classical music in pseudo-orchestral fashion, while his cohorts inherited Grateful Dead's dizzy jamming style, and keyboardist Page McConnell added a strong and elegant jazz accent.
Their art of stylistic montage peaked with A Picture Of Nectar (1992). Its kaleidoscopic suites balanced the melodic center of mass and the centrifugal forces of the instrumental parts, while surfing through an impressive catalog of styles, juxtaposing kitsch sources (exotica, lounge, easy-listening, doo-wop) and chamber duets or jazz solos.
The smoother and slicker sound of Hoist (1994) closed the epic phase and opened the commercial one, in the lighter vein of the Band, the Doobie Brothers, Little Feat and the Allman Brothers.
If English is your first language and you could translate this text, please contact me.
Scroll down for recent reviews in english.
|