San Francisco's Red House Painters, an acoustic quartet led by introverted poet Mark Kozelek, penned the depressed mantras of Down Colorful Hill (1992): shy guitars that played chords as if they were reciting rosaries, and moribund dirges that seemed to end before beginning but then lasted for eternity, created quietly unnerving atmospheres that blurred the border between sorrow and ecstasy. Like with the music of Leonard Cohen, Tim Buckley and Nick Drake , the effect was both subdued and majestic, a contradiction that became the quintessence of their art. The demo-quality of those recordings contributed to the sense of philosophical melancholy, but Red House Painters (1993), also known as Rollercoaster, revealed a much lighter and brighter mood: rather than whining, Kozelek was contemplating the universe. Each song was a moment in time, an impressionistic watercolor. Ocean Beach (1995) brought even more life to the compositions, dispensing with the most austere elements of their slow acoustic chamber folk.
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Mark Kozelek e' uno dei grandi poeti della musica rock degli anni '90.
Il suo stile, inizialmente avvicinato alla scuola folk-rock di San Francisco
che era stata capitanata dai Catheads ed
era culminata con lo stile introverso degli
American Music Club,
si riallaccia
in realta` ai cantautori piu` dimessi e anti-spettacolari degli anni '60:
Leonard Cohen, Tim Buckley e Nick Drake (anche se Kozelek sosterra` sempre di
non conoscere Nick Drake e di essersi ispirato a John Denver e Cat Stevens).
Come quelle dei suoi maestri, le sue storie sono tanto dimesse quanto
universali, tanto umili quanto metafisiche.
In effetti la tenue malinconia di questo umile cantastorie da caffe` di
periferia nasconde un'epica maestosita`.
Verso la fine degli anni '80,
Kozelek (canto, classe 1968, gia' capitano dei God Forbid in Ohio, con cui poi
si sposto' ad Atlanta) formo` con Gordon Mack (chitarra) a San Francisco un
quartetto acustico, i Red House Painters.
Down Colorful Hill (4AD, 1992) raccoglie sei
lunghe composizioni di due e tre anni prima. Piu' che canzoni sono tenui
vagiti e lenti sospiri. La musica e' ridotta al minimo, cantata in maniera
sonnambula, al limite del mantra; e i testi confessionali sprofondano in una
depressione abissale. I dieci minuti di Medicine Bottle non concedono
rivincita contro il destino, tolgono alla vita poco alla volta il suo senso
e la sua vitalita'. La chitarra inanella interminabili collane di accordi
soffusamente
melodici, quasi timorosa di interrompere l'agonia del ritmo e del canto,
cupo da far rimpiangere i lamenti di Morrisey.
Canzoni come 24 sono tanto gaie e tanto vivaci quanto le preghiere di un
moribondo.
L'inno sterminato della title-track si leva a ritmo marziale a redimere quasi
tutto il dolore di cui sono intrise le altre canzoni.
Il massimo di eccitazione lo tocca pero' Lord Kill The Pain, in cui
finalmente si fa largo la musica, un po' di folkrock e un po' di Lou Reed.
Red House Painters (4AD, 1993), noto anche come Rollercoaster,
verte su a quattro nuovi poemi di quello stampo: la classica
Katy Song, leggera ed elegante come una piuma che cada da una torre, dipana
la sua melodia in volute da "lento" anni '50.
Se Strawberry Hill e' distorta e urlata, in un raro esempio di emotivita',
Mother arranca con cadenza catatonica per tredici minuti e Funhouse sembra
sospendersi trasognata in una trance di riflessi sull'acqua.
Sono lente e trepidanti cantilene che cullano l'ascoltatore nella loro
ragnatela di accordi e di parole, nella loro calligrafia di sensazioni
trattenute, nel loro vischio di momenti magici trafugati al tempo.
Ogni loro nota non fa che ricordare quanto sia futile vivere.
Attorno a quel sistema di riferimento si muovono composizioni concise
e vivaci (relativamente parlando) come Mistress, quasi epica al confronto
della stasi delle altre, o New Jersey, quasi un gospel a cappella;
acquarelli impressionisti come Grace Cathedral Park, altro vertice
della sua arte, che riescono
a portare a galla dettagli ineffabili dal turbinio della vita.
Sempre sull'orlo del suicidio.
Il materiale escluso da quel disco
(fra cui un'ottima Evil) figura su un disco successivo,
sempre intitolato Red House Painters (4AD, 1993).
Era dai tempi di Chris Isaak che qualcuno non scriveva inni di questo genere
alla solitudine e al fallimento. Era dal tempo di Nick Drake che qualcuno non
faceva musica con cosi' pochi mezzi.
Aperto da un breve strumentale di sapore campagnolo, Cabezon,
Ocean Beach (1995) lascia intravedere la luce alla fine del tunnel.
Nonostante la depressione sia ancora acuta su Shadows (accompagnato
soltanto da un pianoforte quasi new age) e Brockwell Park si aggiri nel
cimitero di Nick Drake, il country disimpegnato e swingante di
Over My Head e San Geronimo, insolitamente vivace e pop, persino
celtica, appartengono a un genere indubbiamente piu` ottimista.
Il lento e acustico folk da camera con melodia commossa che lo contraddistingueva
affiora soltanto nella breve fotografia di Summer Dress.
La composizione piu` lunga, Drop, rende inutile la discussione, propendendo
per uno stile ipnotico e trascendente in cui non trovano posto ne' gioia ne'
tristezza. Kozelek non ha forse capito molto della vita, ma ha finalmente capito
come guardarla con occhio distaccato.
Songs For A Blue Guitar (Supreme, 1996) e` un album registrato quasi in
presa diretta, rinunciando alla precisione maniacale delle registrazioni
precedenti. Mark Kozelek si lascia andare, e lo dimostra anche il fatto che
il sound sia piu` maschio, benche' sempre ancorato alla sua voce e sempre
riluttante a dar spazio alle percussioni.
L'effetto della maggiore spontaneita` e` curioso: il disco e` radicato
nella storia della musica folk.
Have You Forgotten si riallaccia al cantautore piu` tradizionale,
quello dimesso e acustico, melodioso ma non maestoso, quello convertito al
rock da cantanti gentili come Donovan
(cosi` anche Priest Alley Song, con appena un filo di mellotron).
Il gospel languido e marziale di Song For A Blue Guitar riecheggia la Knocking On Heaven's Door di Bob Dylan.
Make Like Paper riecheggia l'Harvest di Neil Young (ed e` un vero
e proprio tributo all'arte chitarristica del cantautore canadese, con tanto di
cadenza marziale e assolo nevrotico di chitarra, per un totale di dodici minuti).
I Feel The Rain Fall e` invece un esperimento per loro insolito: un tempo
brioso e saltellante, come nei blues di New Orleans, una melodia da "lullaby",
e lo schitarrare del folk-rock.
La musica di Kozelek funge sempre piu` da ponte fra il folk e lo spiritualismo
orientale. La qualita` trascendente della sua musica viene esaltata dallo
strimpellio ipnotico e dal cantilenare tibetano di Trailways,
nonche' dall'impressionismo chitarristico di Revelation Big Sur,
a due passi dalla musica new age.
Songs For A Blue Guitar e` il disco piu` ambizioso di Kozelek, cosi`
come Red House Painters e` il piu` poetico e
Ocean Beach e` il piu` musicale.
Down Colorful Hill, pur breve e ingenuo, rimane il lavoro piu` originale.
Retrospective (4AD) e` un disco di composizioni gia` edite e un disco
di materiale inedito. Il secondo disco serve soltanto a far aumentare il prezzo
dell'antologia.
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While Red House Painters' Old Ramon still remains in a limbo due
to litigations with the previous label,
Rock'N'Roll Singer (Badman, 2000),
the solo mini-album by Mark Kozelek
(four covers), tries in vain to repeat the charm of the early albums.
Find Me Ruben Olivares and Ruth Marie get close.
The next Kozelek EP is a reading of ten AC/DC songs,
What's Next To The Moon (Badman, 2001).
The single Duk Koo Kim (Vinyl, 2003) is a ten-minute psychedelic ode
in the vein of Tim Buckley.
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(Translation by/ Tradotto da Carlo Crudele)
Mentre Old Ramon dei Red House Painters rimane ancora in un limbo per le beghe in corso con la etichetta discografica precedente, Rock'N'Roll Singer (Badman, 2000) il mini-album solo di Mark Kozelek (quattro covers), prova senza successo a replicare il fascino dei primi albums. Find Me Ruben Olivares e Ruth Marie ci vanno vicini.
L'EP seguente di Kozelek e` una rilettura di dieci brani degli AC/DC, What's Next To The Moon (Badman, 2001).
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Red House Painters' long-delayed Old Ramon (Subpop, 2001), originally
recorded in the spring of 1998, finds the band in top form and Kozelek in an
existentially adult mood. The absorbed compositions of the album surround their
insinuating melodies with a magical, fantastic atmosphere, that lends the
music an almost spiritual quality.
The Indian-tinged lullaby Wop-A-Din-Din
(with a female chorus straight from the Pacific islands) recalls
Kevin Ayers' imaginary-exotic vignettes,
while the ecstatic vocal tone and dilated guitar licks of Void
(stretched over nine minutes) resemble the psychedelic psalms of
David Crosby's If I Could Only Remember My Name.
Another nine-minute confession, Cruiser, proceeds at a slow, country
pace while the guitars jingle a free-form shuffle, the whole sounding like
a cross between Neil Young and Tim Buckley.
Eleven minutes of River present the same pattern in a
more electric format, crackling guitars lulling the singer's elongated wail
at a skewed waltz tempo, thereby bridging the gap between confessional auteurs
and Nirvana's lyrical grunge.
But, no matter how many references to the classics creep into the
cartilage and corrupt the skeleton, the flesh is uniquely Kozelek,
romantic and dreamy in an almost frightening manner,
stinking of metaphysical and personal insecurity,
rotting inside while it looks healthy outside.
Kozelek was deeply shaken by John Denver's death, and at least two of the
simpler, catchier songs remind us of the sweet country folksinger:
Michigan and Golden. The contrast with the lenghtier, tortured
pieces couldn't be starker.
The band rocks in the bass-heavy Byrd Joel, while Kozelek weaves
his hypnotic mantra, in the distorted, syncopated, Rolling Stones-inspired
boogie of Between Days. Just to prove that they know how to.
Overall, the mood is far less depressed than on the earlier albums, the
landscape has added colors to the black and white silhouettes of their
beginnings.
If some of the "poetry" has been lost, and the message is not as deep as it
used to be, the musical skills are just beginning to bloom.
The Red House Painters have become more musicians than painters.
Mark Kozelek's new project, Sun Kil Moon (featuring
Red House Painters' Anthony Koutsos, American Music Club's Tim Mooney, Geoff Stanfield), debuted with
Ghosts Of The Great Highway (Jetset, 2003), a work that closely resembles
Red House Painters' best moments and carefully shuns the cliches of 2003.
The 14-minute cryptic Duk Koo Kim is the tour de force that best
interprets Kozelek's new existential mood, while the superb
Carry Me Ohio, Last Tide, Floating, Gentle Moon,
and the acoustic R.E.M.-ish ballad Glen Tipton,
are typical Kozelek fare.
Even the oddities, the upbeat Lily And Parrots and
the solemn and vibrant Salvador Sanchez, display the same kind of
subdued desperation.
Overall, Kozelek returns to his most
artistically successful spectrum of sounds, and does so with enough
self-awareness but no excess baggage to keep the proceedings from sounding
merely nostalgic.
Sun Kil Moon's Tiny Cities (2005) was a collection of Modest Mouse
covers.
Little Drummer Boy (2007) documented live Kozelek performances.
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Old Ramon (Subpop, 2001), registrato originariamente fra l'autunno del
1997 e la primavera del 1998, e rimasto intrappolato in beghe contrattuali la
vecchia casa discografica, mostra i Red House Painters ancora in splendida
forma, e Kozelek in un umore sempre esistenziale ma piu` adulto.
Le composizioni intense di questo album circondano le loro subdole melodie
di atmosfere magiche e fantastiche, che conferiscono alla musica una qualita`
quasi spirituale.
La favola indianeggiante Wop-A-Din-Din
(con un coro femminile delle isole pacifiche) fa venire in mente persino
le vignette esotiche di Kevin Ayers, mentre l'estasi vocale e le chitarre
dilatate di Void (spiegati nell'arco di nove minuti) riecheggiano
i salmi psichedelici di David Crosby.
Un'altra confessione di nove minuti, Cruiser, procede a un passo lento,
country, mentre le chitarre solfeggiano uno shuffle dimesso, e il tutto
sa contemporaneamente di Neil Young e di Tim Buckley.
Undici minuti di River presentano lo stesso schema in un formato piu`
elettrico, con chitarre scoppiettanti che cullano il vagito del cantante a un
tempo semi-valzer, e un ideale ponte steso con il grunge lirico dei
Nirvana.
Kozelek rimase profondamente scosso dalla morte di John Denver, e almeno due
delle canzoni piu` semplici ne risentono:
Michigan e Golden. Il contrasto con i pezzi lunghi e torturati
non potrebbe essere piu` cupo.
Il complesso si concede piu` grinta in Byrd Joel e
Between Days (quasi i Rolling Stones), giusto per dimostrare che lo
sanno fare.
Nel complesso, l'umore e` meno depresso che nei primi album, e il paesaggio
e` piu` colorato. Se un po' della poesia e` andata perduta, e il messaggio
non e` piu` profondo com'era, il talento tecnico sta forse appena cominciando
a sbocciare.
I Red House Painters sono oggi meno pittori e piu` musicisti.
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