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Nel panorama del roots-rock, inflazionato di ibridi e incroci d'ogni sorta,
desta subito tentazione il tentativo dei Sixteen Horsepower,
ragazzotti del Midwest il cui pedigree parla
di bayou della Louisiana e di montagne del Colorado. Strimpellano alla
maniera dei gruppi piu` "acidi" del folkrock, ma sempre ammiccando alle
icone sonore delle tradizioni rurali, in gran parte per merito di tale
David Eugene Edwards (languidi accordi di steel, frenetico picking di banjo,
due note sul bandoneon), e intonano ballate dall'animo grande, che fanno pensare
alla condizione umana e alle disgrazie dei piu`. Una musica sincera, grande,
che a tratti richiama immagini del far west e a tratti fa meditare sul
futuro dell'umanita`. Ad accompagnare l'eroe sono il batterista francese
Jean-Yves Tola, laureato in jazz, e il bassista Keven Soll.
Il primo omonimo EP del 1995 (per la Ricochet), soprattutto
South Pennsylvania Waltz e
Straight-Mouth Stomp, mise in luce una buona disposizione per il country e
il blues piu` arcani, nonche' per la strumentazione piu` arcaica.
Sackcloth & Ashes (A&M, 1996) fece ben di piu`, lanciando Edwards
fra i grandi cantori del tormentato mondo dei vinti e dei dimenticati.
Lo stile intenso e compassato di piccole grandi meditazioni sul destino come
See What I Saw e Scrawled In Sap fa leva sul lamento acuto del cantante e
sul confabulare nervoso della chitarra. Piu` che canzoni sono gridi di dolore
collettivi, preghiere e anatemi di comunita` primitive per le quali il futuro
non esiste da tempo immemore. Il cupo melodramma Prison Shoe Romp rappresenta
forse il punto di massima depressione (lirica e sonora) del disco.
L'effetto e` ancor piu` commovente quando l'elegia piu` struggente si
accompagna a un'incalzante e sgangherata figura di valzer o polka alla
fisarmonica, come in Harm's Way e American Wheeze.
E diventa addirittura devastante quando, in Black Soul Choir e
Heel On The Shovel, su quelle tetre rovine di assoluta disperazione, mentre
Edwards strilla con fervore da predicatore, il banjo lancia un galoppante
country & western.
Al crescere della tensione cresce anche il senso di macabro, la puzza di
putrefazione, l'ombra immane della morte.
L'alternanza di ritmi lenti e ritmi veloci giova alla dinamica del disco,
conferendo un'aura epica al Calvario del redentore Edwards.
Edwards scrive liriche invasate degne di Nick Cave e le canta con lo spirito di
un Jeffrey Lee Pierce (Gun Club) che avesse gettato il saio del punk e indossato
una tuta da contadino degli Appalacchi. La sua opera e` un unico colossale
requiem.
David Eugene Edwards torna con
Low Estate (A & M, 1997), un'altra raccolta di
elegie rurali, questa volta affiancato da un Jeffrey Paul che si alterna a
violino, chitarra e organo. Anche quest'album puo` essere considerato un
concept. Tutte le canzoni sono impostate sui toni dello spiritual piu` macabro,
da Brimstone Rock, una specie di blues che vibra sulle corde di un banjo e
s'innalza furioso sui riff delle chitarre, a Golden Rope, il pianto piu`
tetro che coagula miracolosamente in un valzer maestoso.
Le orchestrazioni di queste tragedie morali sono magistrali.
Il combo scende all'inferno per la marcia funerea di Low Estate, trafitta
dai lamenti di organo, violino, fisarmonica, xilofono e pianoforte.
La voce di Edwards declama solenne For Heaven's Sake, incurante dei
taglienti fuzztone e feedback di chitarra e rincorsa dal galoppo della sezione
ritmica.
La melodia di Phyllis Ruth non esiste, ma gli strumenti si inseriscono uno
alla volta e il muro di accordi che costruiscono vale piu` di un ritornello.
La tensione e` sempre al massimo, grazie all'accorato crooning del leader e
a una suspence calcolata nei minimi dettagli.
Brani come Dead Run e
vivono soprattutto del baritono enfatico di Edwards, a due passi dal Cave
piu` invasato.
Pure Clob Road si spinge persino oltre, con un delirio senza pause su un
concitato magma di fisarmoniche.
A scuotere l'album dall'abulia sono un paio di intermezzi briosi, la
scalmanata quadriglia di My Narrow Mind, il caracollante country & western di
Ditch Digger e la comica canzonaccia di Hang My Teeth On Your Door,
eseguiti da un gruppo di ubriachi del saloon. Ma anche questi brani piu`
tradizionali violano la tradizione in innumerevoli modi. Tutto cio` che conta
viene eseguito sopra le righe o fra le righe. Non c'e` nulla di letterale
in questa musica.
Edwards e` un po' il Nick Cave del country-rock americano, un predicatore
invasato alla disperata ricerca della redenzione. L'operazione che compie
sul blues e sul country ricorda quella dei Gun Club, ma senza l'enfasi
punk-rock.
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Colorado's Sixteen Horsepower attacked the sonic icons of America's rural traditions (whether Louisiana's zydeco or Kentucky's bluegrass) from the vintage point of California's "acid" folk-rock; and the painstakingly orchestrated elegies of Low Estate (1997) shifted the focus towards David Eugene Edwards' noble empathy.
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The music on
Secret South (Glitterhouse, 2000)
is so old-fashioned that sometimes
(Praying Arm Lane, Straw Foot)
it feels like they are playing covers
(and in a couple of cases they are).
But what they lack in style, they may be gaining in emotional depth:
the stately, martial as well as neurotic
Clogger
(worthy of Stan Ridgway and
Warren Zevon),
the litany Silver Saddle (that blends Spanish melody and Indian droning),
and the ballads
(the piano-based Burning Bush,
the vibrant Splinters)
are impregnated with the fatal tone of noir cinema.
The drawback of the album is that it is a bit too pensive and austere
for its own sake.
Hoarse (Checkered Past, 2001) is a live album.
Woven Hand (Glitterhouse, 2002) is David-Eugene Edwards' first solo
album, a haunting journey in the land of
John Cale
and
Nick Cave,
and easily beats the Sixteen Horsepower's last album.
My Russia sounds like a bluesy-tragic version of Leonard Cohen's spectral odes.
The emotional core of the project lies in the solemn Wooden Brother,
the emphatic The Good Hand,
the agonizing Story and Pictures,
down to
the introverted Pail Blue Fever and
the almost funereal Your Russia.
Musically, the best ideas come with the locomotive-boogie of Glass Eye
and the Celtic-tinged Arrow Head.
Blush Music (Glitterhouse, 2003), a theater piece, is more avantgarde.
Consider The Birds (Soundsfamilyre, 2004) is another powerful,
dark journey into the psyche.
Sixteen Horsepower's Folklore (JetSet, 2002)
is chamber music for an existential thriller.
The playing is impeccable and the arrangements are tasteful.
Unfortunately, it contains mostly covers.
Lilium, i.e. bassist Pascal Humbert, released the all-instrumental album
Transmission Of All The Goodbyes (Glitterhouse, 2000 - Smooch, 2005), that collects
home recordings of the previous decade and introduces an evocative and
psychedelic folk sound in the vein of Souled American and Calexico;
and especially Short Stories (Twist & Shout, 2003 - Smooch, 2005), a group-oriented effort (this time fronted by a vocalist, the raspy Kal Calhoone) that used the same kind of
gloomy ambience (Calexico,
Black Heart Procession) to pen intense existential ballads.
Woven Hand, aka David Edwards, achieved a synthesis of sorts of all its
influences on Mosaic (Sounds Familyre, 2006), another bleak fresco of
the contemporary world highlighted by a calm mastery of the folk tradition
and a tormented brand of existential mysticism, peaking with the
Dylan-esque apocalypse of Dirty Blue. Edwards work his way through
magic/gothic atmospheres
(Twig,
Little Raven,
Elktooth) and tender elegies
(Whitsling Girl, Truly Golden), never missing a step and
rarely using more instruments than needed.
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(Translation by/ Tradotto da xxx) Se sei interessato a tradurre questo testo, contattami
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