Space Needle
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Voyager, 7.5/10
The Moray Eels Eat The Space Needle, 7/10
Reservoir, 5/10
Reservoir: Pink Machine, 4/10
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Gli Space Needle nacquero nel Rhode Island per opera di Jud Ehrbar (batterista degli Scarce) e Jeff Gatland (chitarre). Privo di bassista, il duo si affidava interamente alle tastiere e alle percussioni di Ehrbar.

Al momento di registrare Voyager (Zero Hour, 1996), Ehrbar si ricordo` di un ex compagno di liceo che viveva ora a Portland, all'altro capo della nazione, Anders Parker, titolare dei Varnaline e lo arruolo` come secondo chitarrista.
Ehrbar e Parker decisero di unirsi ciascuno al complesso dell'altro. Ehrbar e` pertanto il batterista dei Varnaline e Parker il chitarrista degli Space Needle, nel frattempo trasferitisi a New York.

Preceduto dal singolo Sun Doesn't Love Me (Zero Hour, 1995) e seguito da Panic Delaney (Zero Hour, 1996), Voyager (Zero Hour, 1996) dei Space Needle e` profondamente sperimentale. In superficie sembra semplicemente un altro album di rock amatoriale. Andando piu` a fondo, si scopre pero` che ogni canzone vanta una logica perversa e pessimista.
I primi brani, Eyes To The World (il tornado di percussioni, l'organo minimalista) e Dreams (bisbiglio onirico, scansioni industriali), fanno in effetti pensare soprattutto al progressive-rock di matrice newyorkese degli anni '80, quello alimentato dai vari Fred Frith e Chris Cutler. La componente psichedelica cresce pero` vertiginosamente nelle canzoni dalle melodie piu` regolari, tanto Beers In Heaven, con il suo pigro strimpellio in stile Luna, quanto Before I Lose My Style, con la sua lentissima progressione e il verso ripetuto come in un mantra.
Gli strumentali acuiscono questo effetto mistico, prima con la trance quasi raga di Put It On The Glass (per soli tintinni di chitarre), poi con il boogie chitarristico alla Velvet Underground in ciclico crescendo di Patrick Ewing.
Tutto e` amatoriale, provvisorio, improvvisato, infedele. Ma si tratta soltanto del mezzo, non del fine. Un mezzo che ricorda gli antesignani del bricolage elettronico in campo rock, il primitivismo tecnologico dei Silver Apples, come testimoniano gli sgraziatissimi accordi di tastiere (peraltro d'intensita` quasi religiosa) di quel baccanale/nonsense che e` Starry Eyes. E a loro e` infatti idealmente dedicata la suite conclusiva, i tredici abominevoli minuti di Scientific Mapp, dalla titanica apertura per carica di sintetizzatori super-distorti alla tempesta percussiva sorvolata a bassa quota da terrificanti glissando hendrixiani, fino al gran finale cosmico/ liturgico per organo gospel; roba da far impallidire tanto Gordon Mumma quanto Klaus Schulze.

The Moray Eels Eat The Space Needle (Zero Hour, 1997), il secondo e ultimo album dei Space Needle (si sono sciolti subito dopo la sua pubblicazione), si apre alla grande con i tredici minuti strumentali di Where The Fucks My Wallet, nella miglior tradizione del progressive-rock (improvvisazioni jazzate alla King Crimson, dissonanze chitarristiche alla Fred Frith, irregolarita` ritmiche alla Henry Cow). Ancor piu` sperimentale e` il secondo dei tre lunghi brani strumentali, Hyapatia Lee, un concerto di distorsioni lisergiche che parafrasano il salmodiare mediorientale e le suite psicologiche dei Pink Floyd, piu` una fuga spaziale alla Hawkwind. L'ultima escrezione, Bladewash, rappresenta un ulteriore passo in avanti, ed e` anzi un pezzo quasi ambientale nella maniera dei Seefeel (texture chitarristiche in lento movimento). La breve Hot For Krishna intona un bolero per violino che ricorda Hot Tuna e It's A Beautiful Day.
Le canzoni oscillano fra il pop catatonico di Never Lonely Alone e il mantra di feedback e bisbigli di Flowers For Algernon, fra una ballata soul-jazz come Love Left Us Strangers e un incubo shoegazing come More Than Goodnight, fra il blues-rock coperto di rumore di Old Spice e la marziale One Kind Of Lullaby che chiude il disco.
La differenza fra piece strumentali e brani cantati e` quasi schizofrenica: tanto complessi e dissonanti i primi, quanto semplici e gentili i secondi. Il disco e`, se possibile, ancor piu` criptico e introverso del precedente.

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Ehrbar, a sua volta, e` anche titolare di un album ambientale, Reservoir (Zero Hour, 1996), al quale fara` seguito Pink Machine (Zero Hour, 1997), sempre accreditato a Reservoir.

Jud Ehrbar is also the brain behind Reservoir (Zero Hour, 1996), a work of electronic ambient music for synthesizer and drum machine. The nine-minute melodic fantasy Moonstar is unusual, as Ehrbar swings between Brian Eno-ian mood pieces like Tributary and Geneva and industrial soundscapes like Hoover and Gate 21.

Reservoir's second album, Pink Machine (Zero Hour, 1997), changes completely palette, from electronica to lo-fi pop (Go Back, Weight of The World).

Recordings 1994-97 (Eenie Meenie, 2006) is a Space Needle retrospective.

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