Bjork
(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
Debut, 7/10
Post, 6.5/10
Telegram, 5/10
Homogenic, 7/10
Selmasongs , 5/10
Vespertine , 6/10
Medulla (2004), 6.5/10
Drawing Restraint 9 (2005), 4.5/10
Volta (2006), 5/10
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The most influential female singer-songwriter of the 1990s was neither American nor British: Sugarcubes's singer Bjork Gudmundsdottir came out of Iceland, of all places. Debut (1993) employed massive doses of electronic keyboards and synthetic rhythms (conducted by producer Nellee Hooper of Soul II Soul) to sculpt dance-pop tunes that combined the savage, vital spirit of rhythm'n'blues with the psychic devastation of the post-industrial age. Along the way, Bjork garnered debris of gospel, jazz, house, hip hop, Broadway show-tunes, etc. Her eccentric vocal style, which was the musical equivalent of cinematic acting, dominated Post (1995), an album that focused more openly on the groove and that the producers (Hooper, 808 State's Graham Massey, Howie B and Tricky) turned into a hodgepodge of fashionable sounds. Her traumas sounded more sincere on Homogenic (1997), which was also her most cohesive album; while Selmasongs (2000) and Vespertine (2001) merely admitted her fundamental travesty of kitsch, easy listening and orchestral pop of the past.
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Nella sua carriera solista, iniziata in realta` con Bjork (Falkinn, 1977), la cantante dei Sugarcubes, Bjork Gudmundsdottir, ha ripreso il vizio peggiore dei loro monotoni dischi: la propensione per il ballo di massa e per la melodia orecchiabile, quel dance-pop che e` molto facile da digerire ma anche molto facile da dimenticare (di tutta la loro opera ci si ricorda forse una sola canzone). Bisogna darle atto di possedere qualita` vocali non comuni, ma anche imputarle una cronica deficienza in fase compositiva, che la obbliga ad affidarsi a produttori prestigiosi per arrangiare adeguatamente le sue canzoni.

Bisogno soprattutto darle atto di essere stata abilissima nell'assimilare e riciclare tecniche e stili della musica moderna, senza mai esserne protagonista, ma usandole per imporre la sua personalita`. La strategia (se non il sound) e` quella di Madonna, che rimane in effetti il modello di riferimento piu` naturale per analizzare la carriera di Bjork. La differenza e` che, laddove Madonna e` il simbolo dell'alternativa, della provocazione, dell'affronto, e, in una parola, dell'estetica punk, Bjork e` il simbolo del mainstream, dell'allineamento, della condiscendenza, e, in una parola, del riflusso borghese seguito al punk. Bjork non shocka il pubblico: lo intrattiene. Se il messaggio di Madonna era sguaiatamente ovvio, quello di Bjork e` quasi subliminale, ma non meno in linea con l'umore della sua epoca. Dalla sua Bjork ha una voce davvero valida e arrangiatori davvero creativi. La musica, nel suo caso come in quello di Madonna, e` un fatto secondario.

Fatto sta che, dopo Gling-Glo (Smekkleysa, 1990), una raccolta di classici islandesi, Bjork sforno` un disco di successo dopo l'altro imponendosi come una delle figure chiave della musica degli anni '90.

Su Debut (One Little Indian, 1993) l'idea e` quella di mescolare la vitalita` selvaggia del rhythm and blues con le turbe psichiche della musica industriale. Mentre la sezione ritmica fa di tutto per trascinare alla danza, gli arrangiamenti delle tastiere sono dissonanti, minimalisti, stranianti oltre misura.
Il trucco riesce in Human Behavior, ma poi il disco diventa una progressione da un funk sensuale (Big Time Sensuality, cantata con foga da tigre gospel) e vagamente jazzato (Crying) all'house espansiva di moda (There's More To Life Than This), per gettare la maschera nella danza irrefrenabile di Violently Happy. E forse la vera vocazione di Bjork e` il raffinato pop orchestrale di Broadway, che ispira Venus As A Boy e Like Someone In Love, gorgheggiate come sarebbe piaciuto a Liza Minnelli.
Bjork si conferma insomma interprete d'alta classe, erede tanto delle sofisticate cantanti jazz quanto del vocalismo d'avanguardia. Gli arrangiamenti (dovuti in gran parte alla produzione di Nellee Hooper dei Soul II Soul) sono invece confusi e incerti.

Il singolo Play Dead (Island) compare in una colonna sonora.

Post (Elektra, 1995) replica puntando piu` sulla suggestione esotica/psicotica della cantante (Army Of Me, sulla scia del trip-hop) e sulle rigogliose cadenze da ballo (Enjoy) che sulle sue qualita` canore. L'ubriaca performer di jazz che affiora in Modern Things e Possibly Maybe, con il suo repertorio di acuti sperduti nel buio e rantoli agonizzanti, scade sovente (Isobel) nella posa imbarazzante di una Liza Minnelli delle discoteche house, che faccia le fusa dietro una muraglia di percussioni. I produttori (tutti di grido, Nellee Hooper, 808 State's Graham Massey, Howie B, Tricky) ce la mettono tutta a "scenografare" i suoi gorgheggi eccentrici con una valanga di stereotipi della musica di consumo, tanto che alla fine il disco pare un tributo ai generi di moda nel 1995. Musicalmente, forse, il disco e` superiore al precedente. E aver domato le scorribande vocali della cantante serve se non altro a mettere a fuoco le canzoni.

Telegram (Elektra, 1996) e` un album di remix dei brani di Post, che quasi vale piu` dell'originale per via di alcune revisioni/stravolgimenti di grande prestigio (fra cui il Brodksy Quartet). Ma troppe sono soltanto occasioni per cedere il microfono a ospiti d'onore. Bjork sta inondando il mercato di dischi che ripetono testardamente lo stesso archetipo di art-pop sofisticato. Bjork ha rilevato Laurie Anderson nel ruolo della chateuse elettronica transnazionale.

Homogenic (Elektra, 1997) rompe gli indugi e presenta Bjork finalmente nei panni della compositrice matura. Non solo la voce e` di nuovo protagonista, ma questa volta i produttori sono asserviti ai suoi capricci. Il risultato e` che le canzoni sono meno imparentate con i generi di moda e piu` coerenti con l'emozione che Bjork tenta di trasmettere. Una volta artisti come questi si chiamavano semplicemente "cantautori"... Bjork e` diventata una cantautrice, anche se sempre accompagnata da uno stuolo di professionisti del suono. La musica sembra essersi come calmata: campionamenti, effetti elettronici, battiti elettronici, dissonanze, accordi di violini,
Quello di Bachelorette e` ben piu` che un trip-hop alla Portishead: un ritmo incalzante sostiene una melodia degna dell'opera, e un tetro movimento sinfonico accompagna il crescendo drammatico del canto. Quella di Immature e` una strardinaria cantante soul-jazz, capace di melismi tanto arditi quanto psicologici, in un'atmosfera altrettanto noir e financo cadaverica. Lo spunto classicheggiante di Joga pecca forse di presunzione, ma l'orbita del suo contralto e` una delle piu` alte della sua carriera.
Bjork scorre il suo catalogo passato con gli occhi di un'artista matura che ha qualcosa da dire (anche se per la verita` i testi rimangono il suo punto debole). Alarm Call e` la migliore di quelle (poche) canzoni che si riallacciano direttamente al dance-pop elettronico che l'ha resa celebre.
Per spunti suggestivi e traumatizzanti come il racconto terrorizzato di Hunter, accompagnato da un bolero alla Ravel per orchestra da camera, il delirio stentato e titubante di Unravel, condotto su un'ostica melodia immersa in un arrangiamento che sembra un acquario sonoro, la musica elettronica dissonante su cui si staglia l'austera dizione di 5 Years (quasi gli Art Bears), Bjork merita finalmente almeno un posticino al fianco delle grandi cantautrici del suo tempo, Lisa Germano e Tori Amos. L'uso quasi "teutonico" (cupo, espressionista, catastrofico, spigoloso) delle tastiere elettroniche conferisce finalmente un senso piu` profondo alla sua intera opera.

Sometimes, Bjork can't help proving that she is one the most over-rated songwriters of the 1990s, and she manages the task wonderfully on Selmasongs (Elektra, 2000). Cvalda and I've Seen It All are probably the least pretentious tracks here, and it is no surprise that they rank also among the most sincere. Elsewhere, orchestral arrangements and synthetic rhythms (both designed and performed by other musicians) reduce her voice to a mere marketing device for what is, ultimately, passionate easy listening set to dance beats, "show tunes" in the most conservative Broadway tradition. (Translation by/ Tradotto da Luca Versace)

A volte sembra che Bjork non riesca a fare a meno di dimostrare di appartenere ai cantautori piu' sopravvalutati degli anni '90, e sembra riuscirci alla grande in Selmasongs (Elektra, 2000). Cvalda e I've seen it all sono probabilmente i pezzi meno pretenziosi dell' intero album e il fatto che si collochino anche tra i piu' sinceri non sorprende affatto.
Gli arrangiamenti orchestrali ed i ritmi sintetici di Elsewhere (progettati ed eseguiti da altri musicisti), riducono la sua voce a quella semplice componente di marketing che essa effettivamente rappresenta, ovvero easy listening e beats dance, "show tunes" nella tradizione Broadway piu' conservatrice.

The first impression with Bjork's music is always of something terribly trivial, obnoxious and, ultimately, boring. Vespertine (Elektra, 2001) is no exception. The "modern" rhythms are a masquerade. The tenuous arrangements are hardly innovative. Bjork is a plastic fantastic vocalist, who can turn pretty much any sequence of notes into a song and add a magical, oneiric feeling to whatever plays around her, but Hidden Place is merely easy listening with echoes of 1960s' film music in the ethereal choir.
The bubbling, sparkling, delicate tapestry of It's Not up To You (a veritable jungle of sound effects) eventually releases a string-driven aria that belongs to Broadway shows. The coda, again, brings in the female choir, a recurring trick throughout the album (oddly reminiscent of the Rolling Stones' You Can't Always Get What You Want). A similar pattern occurs in An Echo A Stain.
The subdued, disjointed, timidly noisy electronics (courtesy of Matmos) perfectly complement Bjork's wandering and overdubbed vocals in Undo, ranking as the second most important trick of the album, soon joined by the ever more cosmic choir. By the fifth track you are beginning to sense that there is very little of substance, just those two tricks and Bjork's voice. Bjork's quasi-operatic talent does shine in Aurora, that sounds like the soundtrack to a happily lost Alice In Wonderland. A childish atmosphere populates the closing Unison as well.
Too mellow to display any significant emotion, the album lives of romantic and surreal soundscapes, broadly reminiscent of film and show tunes.
She is not a genius of composition, but her paradisiac, fairy-queen crooning has indeed created something new the way Hendrix's guitar invented something new. She doesn't own the arrangements, and often seems indifferent to them (Heirloom is simply Bjork's vocals on top of Console's instrumental Crabcraft), but the album's complexity is the ideal setting for her art, whatever her art is.

Just like the Beatles before her, Bjork has made trivial pop music enhanced with studio wizardry. It's the studio wizardry, not the music, that people buy. And the tv-friendly image, of course. Anybody who thinks Bjork is a genius should try to listen at least to Solex. Let your ears, not publicity, judge.

Family Tree (Elektra, 2002) is a six-CD box-set that collects rare and previously unreleased material. Greatest Hits (Elektra, 2002) is a career retrospective.

If an unknown musician makes a wildly experimental album, few will notice. But if a pop star makes a mildly experimental album, critics will go beserk writing how daring and adventurous she is. Medulla (Elektra, 2004) is ostensibly a vocal album with electronic and digital production work, but no traditional instruments at all; and ostensibly inspired by the September 11 terrorist attacks on New York (where she now lives). The album is an exhibition of her knowledge of the state of the art in recording technology and her good taste in picking collaborators (Mike Patton, Robert Wyatt, Matmos, Rahzel of the Roots). That's the whole "experimental" concept. Beyond this, the album contains the radio-friendly Who Is It and Oceania, the hip-hop of Triumph of the Heart, the mildly entertaining Pleasure Is All Mine and Submarine, the pulsing production tour de force of Where is the Line and the laid-back, almost angelic, Desired Constellation. This part of the "experiment" is certainly recommended as background music for fireplace evenings. But it bears the same relationship to experimental art that Christmas wallpaper bears to impressionist painting.
This is not to say that the album is a bore. There are career highlights: the harrowing a-cappella kammerspiels of Show Me Forgiveness and Vokuro and the chilling Freudian soundscapes of Oll Birtan and Ancestors. This is an album of "vocal atmospherics", and that would be enough to make it an interesting piece of work, although a far cry from the truly experimental "atmospheric vocalists" of our time (Diamanda Galas docet).
Just do not exaggerate her merits. During the 1990s, countless black soul stars have made albums that relied entirely on electronic production instead of traditional instruments. In a veiled case of "blackxploitation", Bjork has adopted that idea and bent it to the intellectual aesthetic ideals of the European culture. Like all pop stars, she pretends to straddle the line between experimentation and commercial sell-out, when in fact she is simply advertising her "product" over and over again, the ultimate commercial trick. Just like Madonna at her (commercial) best. It is an insult to all the experimental musicians in the world to claim that there is even a bit of experimentation in this album.
The change in mood is, all in all, even more interesting than the music: gone is the naive and/or erotic tone of her former self, and Bjork is suddenly a scared human being adrift in the wild river of history.

Army Of Me (One Little Indian, 2005) collects remixes and covers of the namesake song. It would have been the biggest swindle of her career if it had not been a charity album (all profits go to UNICEF).

Bjork debuted as a composer of soundtracks in Matthew Barney's film Drawing Restraint 9 (One Little Indian, 2005). Her eleven vignettes, inspired by Japan's noh theater, were performed by an international cast of musicians including Zeena Parkins, Will Oldham, Akira Rabelais, Mayumi Miyata, She is definitely a better vocalist than musician.

La prima impressione con la musica di Bjork e` sempre quella di qualcosa di terribilmente banale, ottuso e, alla fin fine, noioso. Vespertine (Elektra, 2001) non fa eccezione. I ritmi "moderni" sono un camuffaggio. Gli arrangiamenti tenui non sono gran che' innovativi. Bjork e` una cantante plastica e fantastica che puo` trasformare qualsiasi sequenza di note in una canzone e aggiungere un senso onirico e magico a qualsiasi cosa le stia suonando attorno, ma Hidden Place e` semplicemente una forma di easy listening con echu della musica da film degli anni Sessanta nel coro etereo.
La tappezzeria borbogliante e scintillante di It's Not up To You (una vera jungla di effetti sonori) irradia un'aria per violini che appartiene ai musical di Broadway. La coda resuscita nuovamente un coro femminile, uno dei trucchi ricorrenti dell'album (un po' alla You Can't Always Get What You Want dei Rolling Stones). Uno schema simile prende forma in An Echo A Stain.
Un'elettronica timida, sconnessa e sottotono (dono dei Matmos) complementa alla perfezione i vocalizzi nomadici e sovrapposti di Bjork in Undo, proponendosi come il secondo trucco fondamentale dell'album, subito raddoppiata dal coro sempre piu` cosmico. Alla quinta traccia uno comincia a rendersi conto che c'e` molta poca sostanza, al di la` di quei due trucchi e della voce di Bjork. Il talento quasi operatico di Bjork splende in Aurora, che sembra la colonna sonora a una Alice In Wonderland felicemente perduta. Un'atmosfera bambinesca sprigiona anche dalla Unison che chiude il disco.
Troppo soffice per manifestare emozioni importanti, l'album vivo di paesaggi romantici e surreali, genericamente ispirati a musiche da film e da Broadway.
Bjork non e` un genio della composizione, ma il suo crooning paradisiaco, da fatina, ha davvero creato qualcosa di nuovo nel modo in cui la chitarra di Hendrix invento` qualcosa di nuovo. Bjork non e` padrona degli arrangiamenti, e spesso sembra del tutto indifferente ad essi, ma la complessita` dell'album fornisce davvero lo sfondo ideale per la sua arte, qualunque cosa sia la sua arte.
Chiunque ritiene che Bjork sia un genio dovrebbe provare ad ascoltare almeno Solex. Lasciate che siano le vostre orecchie, non la pubblicita`, a giudicare.

(Translation by/ Tradotto da Antonio Buono)

Family Tree (Elektra, 2002) è un box-set di sei cd che raccoglie rarità e materiale inedito. Greatest Hits (Elektra, 2002) è una retrospettiva della sua carriera.

Se un musicista sconosciuto fa un album fortemente sperimentale, in pochi lo notano. Ma se una pop star ne fa uno appena sperimentale, i critici vanno subito a scrivere quanto ardito e avventuroso sia. Medulla (Elektra, 2004) è apparentemente un’opera vocale con un lavoro di produzione elettronica e digitale, senza il ricorso a strumenti tradizionali; e apparentemente ispirato all’attacco terrorista dell’11 settembre a New York (dove adesso vive). L’album è una prova della sua conoscenza delle più aggiornate tecnologie di registrazione e del suo buon gusto nella scelta dei collaboratori (Mike Patton, Robert Wyatt, Matmos, Rahzel dei Roots). E questo è tutto quello che è "sperimentale" in esso. Oltre ciò, ci sono le radio-friendly Who Is It e Oceania, l’hip hop di Triumph of the Heart, le divertenti Pleasure Is All Mine e Submarine, il pulsante tour de force di produzione di Where is the Line, e la placida, quasi angelica Desired Constellation. Questa parte dell’"esperimento" è certamente da consigliare come musica di sottofondo per serate accanto al caminetto. Ma è vicina all’arte sperimentale come la carta da parati di Natale può esserlo alla pittura espressionista. Questo non significa che tutto l’album non sia degno di interesse, specie per gli angoscianti kammerspiel a cappella di Show Me Forgiveness e Vokuro e i freddi paesaggi musicali freudiani di Oll Birtan e Ancestors. Questo è un album di atmosferica vocale, e ciò basterebbe a renderlo un lavoro interessante, sebbene parecchio lontano dalle "cantanti atmosferiche" davvero sperimentali del nostro tempo (Diamanda Galas docet).

I meriti che le vengono attribuiti restano spropositati. Nel corso degli anni ’90, innumerevoli star di musica black/soul hanno realizzato album che facevano interamente affidamento sull’elettronica piuttosto che su strumenti tradizionali. Bjork ha adottato l’idea, rivolgendola agli ideali estetico/intellettuali della cultura europea. Come tutte le pop star, fa credere di stare al confine tra la sperimentazione e la commerciabilità, quando in effetti si limita per l’ennesima volta semplicemente a pubblicizzare il suo "prodotto", il massimo stratagemma commerciale. Proprio come Madonna al suo meglio (commerciale). È un insulto per tutti i musicisti sperimentali del mondo sostenere che ci sia anche un briciolo di sperimentazione in questo album.

Il cambiamento di umore, è tutto sommato persino più interessante della musica: messo da parte il suo tono candido e/o erotico, Bjork è improvvisamente una creatura terrorizzata alla deriva del fiume selvaggio della storia.

Army Of Me (One Little Indian, 2005) raccoglie remix e cover del brano omonimo. Sarebbe stata la più grossa fregatura della sua carriera se non fosse un’opera di beneficenza (tutto il ricavato va all’UNICEF).

Bjork debutta come autrice di una colonna sonora per il film di Matthew Barney Drawing Restraint 9 (One Little Indian, 2005). Le sue undici vignette, ispirate dal teatro noh giapponese, sono eseguite da un cast internazionale di musicisti tra cui Zeena Parkins, Will Oldham, Akira Rabelais, Mayumi Miyata. Bjork conferma che sa più fare la cantante che la musicista.

Bjork entered a new stage of life with Volta (Atlantic, 2006). Having refined the moody meditative ballad underpinned by tortured rhythms, she confronted domestic and political themes in a more masculine manner (almost anthemic in Declare Independence). Innocence and Earth Intruders stand as manuals of how to blend ethnic accents, hip-hop beats, electronic arrangements and pop crooning. Nonetheless she manages to waste the contributions of such virtuosi as Mali's kora player Toumani Diabate and Chinese pipa player Min Xiao-Fen. The horns, as it often the case with Bjork, are the most effective counterpart to the voice, so that Wanderlust and the seven-minute Dull Flame of Desire (a duet with Antony Hegarty) become the emotional centerpieces of the set. And if the substance is not always self-evident, Pneumonia (for voice and French horns only) displays Bjork's indisputable class as a performer. (Translation by/ Tradotto da Alessandro Capuano)

Bjork è entrata in una nuova fase della sua carriera con Volta (Atlantic, 2006). Avendo raffinato la ballata suggestivo-contemplativa puntellata di ritmi tormentati, affronta le tematiche politiche e nazionali in modo più mascolino (quasi inneggiante in Declare Independence). Innocence e Earth Intruders si candidano a manuali di come mescolare accenti etnici, ritmi hip-hop, arrangiamenti elettronici e crooning pop. Tuttavia riesce a sprecare i contributi di virtuosi come Toumani Diabate, suonatore di kora di Mali, e di Min Xiao-Fen, suonatore di pipa cinese. I corni, come spesso nel caso di Bjork, sono l'efficace controparte della voce, così che Wanderlust e i sette minuti di Dull Flame of Desire (duetto con Antony Hegarty) diventano il centro emozionale del disco. E se la sostanza non è sempre lampante, Pneumonia (solo per voce e corni francesi) mostra l'indiscutibile classe di Bjork come interprete.

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