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(Voti: il numero dei brani significativi sul numero dei brani dell’album)
Due parole (1996): zero su dodici Confusa e felice: (1997) quattro su dodici Mediamente isterica (1998): cinque su tredici Stato di necessità (2000): uno su dodici L’anfiteatro e la bambina impertinente (2001): zero su ventiquattro L’eccezione (2002): zero su dodici | Links: |
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(Scheda di Tommaso Franci)
Carmen Consoli è un "flatus vocis" con le velleità della cantautrice e della star blues (i suoi miti sono Arheta Franklin e Janis Joplin). Finché rimane all’interno del suo essere (flatus vocis che non sa, non vuole e non dice, ma fa solo compagnia) è apprezzabile ed affascinante; quando, come fa spesso, sconfina in quello che non è e non potrà mai essere, una noia melanconica e disarmante. Nata a Catania nel 1974, cresce nella retorica del più monotono rock-blues anni ’50, ’60, ’70 (ignora ed ignorerà sempre totalmente tutto ciò che è successo negli anni ’80), di cui, in vari locali siculi pseudo-alternativi, fa (fin dai 14 anni) ancor più tediose covers da Jefferson Airplane, Free, Otis Redding, Tina Turner. Sorretta da una visione del mondo sufficientemente profonda e da pose tipo femme-fatale retrò non riesce tuttavia a comunicare esplicitamente a chicchessia questi due scrigni che porta dentro di sé, se non attraverso una voce fissamente deificata in un tono ineguagliabile. Come dire: ognuno ha una sua propria voce come delle proprie impronte digitali, ma Lei aggiunge a questo proprio quel "fisso" e quel "deifico" che le consentono 1) di far aprire all’ascoltatore quei due scrigni di cui sopra, 2) (e conseguentemente) di distinguersi e farsi largo nel mondo canoro. Nella sua voce i "due scrigni" trovano il proprio peso di gravità in una Sicilia-unicum (e per questo "consoliana") di inverni soleggiati al sapore di sciroppi dolciastri, di cattedrali nel deserto subito però accostate a viuzze strette dove nascondersi e così non farsi annullare nel deflagare/ ferraglia industriale. Nel ’95, a soli ventidue anni è già una "promessa" per i fasti e il pubblico fuori stagione dell’italico e magno "Festival di Sanremo": cioè, fa canzoni da "Festival di Sanremo" (musica leggera mediterranea anni ’50 ossia musica napoletana fine ‘800 - inizio ‘900) non solo per l’occasione del Festival (a cui, purtroppo, partecipa assiduamente) ma per tutto l’anno. Questi rami di origano si trovano nel suo primo orrendo ed inascoltabile album: Due parole (Polygram, 1996). La rotazione mtvica del video di Un amore di plastica (Sanremo ’95), cesso magno dell’album, le frutta un notevole riscontro di popolarità. Dopo appena un anno esce il primo dei suoi due unici album dove la sua voce (sempre e comunque fine a se stessa) è sorretta da un degno sottofondo (per cui, dato il minimale rock-pop cantautorale, è difficile fornire dei referenti aldilà di Carole King, Joni Mitchell, Patty Smith, e Jefferson Airplain) che la mette in condizione di illustrare tutta la sua implicità: un tutto essere fine a se stessa che diventa però partecipabile e fruibile. Per quanto riguarda Tim Buckley, la Consoli, di tanto in tanto, tenta di farne la versione al femminile e italiana. In Confusa e felice (Polygram, 1997) Carmen (nome, per la sua personalità, che è di già un nome d’arte) comunica attraverso la voce e soprattutto nella voce, l’incertezza e titubanza di una ragazzina tra il desiderio d’avventura sessuale e free-form (stile Janis Joplin) e la radice patriarcale di salda moralità infarcita di buona dose di stupida antipatia. L’album è melanconico quanto basta per far sentire, in una giornata d’estate al mare, tutto il languore di questi durante l’inverno (contrasto vestito / spoglio, riferibile dal mare alla pratica sessuale qui indagata); per far febbricitare il più sano (di costituzione) buon uomo, come il più forte (sempre di costituzione) gerarca nazista in procinto di violentare una incolpevole ebrea nel fango freddo o nel terreno secco e lucido di un campo di concentramento. È un lavoro malaticcio dove il sole viene sfocato senza eclissarsi; tutto è ingerito senza digestione. Resta, casomai, strozzamento da deglutizione. Nessun brano è indegno, diversi mediocri, qualcuno al di sopra (cioè fa più lancinante il senso di letto da malato delirante, solo, sotto le coperte, in un eccessivo caldo e per di più sotto l’immaginazione di un esterno bombardamento di sole che amplifica e tragicizza gli interni calori ed effluvi). Non si può far altro che sentirsi impotenti e sudare d’infermità. La noia che può dare il pur breve album non è tanto di ripetitività o monotonia, quanto di malessere (fisico, sessuale, nero, allucinato). Senza la voce della Consoli questa è musica da meno di spazzatura: comunque, con questa voce che "saprebbe far cantare [e piangere] un elenco telefonico" e che qui è particolarmente ispirata, nessun pezzo diventa da buttare: è una voce spanata, come senza lingua, a-timbrica, un muro di calce (incolore eppure tutto circondato da bitume e bitume bianco). Per niente stanca e Fino all’ultimo i pezzi più simili alla Consoli del secondo album; i pezzi più rock, e fra i migliori (Fino all’ultimo, il miglior brano, con un gran crescendo alla Jefferson Airplain, dove si dice, riferito ad un abortito partner: "mi hai soltanto strappato un po’ di silenzio"). Di salsedine in strada e di maglione di cotone messo sulle spalle quando (in una veglia settembrina) si fa buio e fresco e trasudano brividi d’animo, sa La bellezza delle cose. Confusa e felice e Venere sono due giri di ritornelli (il primo acustico, il secondo elettrico) delicati, inusuali (ancora una volta grazie alla sola voce): radiofonici quanto basta per rinfacciare alla radio la sua brutta mediocrità. La prima parte dell’album è quella più ridondante perché più volenterosa e convinta (come se la volontà e la convinzione dessero un senso di fossile e di brutto) Per quanto riguarda il capitolo "dal vivo", ancora Carmen Consoli non ha un repertorio che le consenta di sostenere adeguatamente due ore di spettacolo. Comunque attira l’attenzione su di sé facendo spargere (lei o chi per lei) la leggenda per la quale si farebbe leccare sul capezzolo destro da qualsiasi fan riesca ad entrare nel suo camerino nel dopo-concerto. Degna di nota la sua apparizione ad una manifestazione indegna: il 1° maggio 1997 di Piazza san Giovanni a Roma. Esegue, accompagnandosi con una sola chitarra acustica, la più elevata versione di Confusa e felice che sia possibile. Carmen Consoli sta alla propria band come Dolores O’Riordan al resto dei Cranberries: solo che, mentre dalla nullità della musica dei Cranberries è possibile affrancare la cantante, per quanto riguarda la Consoli questo non è possibile, essendo (in gran parte) lei stessa l’autrice (autrice: scrittrice, dattilografa: ben poco c’è di artistico nella sua operazione; tanto più che si rifà anche, sciaguratamente, ai Cranberries) delle musiche. Sia Carmen Consoli che Dolores O’Riordan sono due creature artisticamente senza cervello, o creature che "hanno tutto in testa ma non riescono a dirlo", non riescono a dire neanche di avercelo (per la serie: se incontrassero il vero, almeno queste, lo riconoscerebbero): tuttavia, come contro canto della loro incapacità di qualificarsi e di qualificare alcunché, hanno, come una pelle, la voce: al posto degli occhi, del cervello, delle mani, hanno la voce. Date in mano ad un vero artista una di queste due (e magari queste due insieme) … ne verrebbero fuori lavori memorabili. Come i Cranberries hanno fatto un solo album degno di questo nome (No need to argue, 1994) e non ne faranno altri, così Carmen Consoli. Mediamente isterica (Polygram, 1998) è il miglior album di Carmen Consoli. È il suo unico album rock e a-cantautorale. Non un filo (filaccio) di blues: a volte quasi granitico, grunge. Ed è anche il suo album più, nella semplicità intrinseca che talora stenta a sorreggerlo, raffinato: la copertina e la veste grafica parla da sola, con una Consoli che per personalità e fascino fa concorrenza a tante slavate modelle. Finalmente dal vivo riesce ad avere un repertorio che con tutto il suo charme personale può eleggerla tra i (pochi) migliori performer dal vivo italiani: dal palco, nel lungo tour del ’98-’99 trascina, ammalia, concentra, a forza di gracilità e candore tutti i riflettori su di sé. Il merito (di darle un terreno espressivo), alle canzoni di questo album. Besame Giuda è un rockettino base alla Patty Smith o Jakson Browne: Puramente casuale una semplice ballata, tra la Smith e con qualche velleità alla O’Connor anni ’90; Autunno dolciastro buono nel titolo, un po’ meno nel dipanarsi: ma comunque non annoia e si accomuna nel sottotono e lamentoso timbrico oltre che a Quattordici luglio e all’Anello mancante, a In funzione di nessuna logica: i testi cercano di sorprendere, in contrasto con la tenue musica, depositando qualche frecciata ad entrambi i sessi, e all’ascoltatore come all’autrice stessa. Ma il centro dell’album sono tre piccoli capolavori italian-grunge (sorretti dal deciso e convincente power-pop di Eco di sirene) dove, a tratti, sembra sentire il sirenico gracidare di Courtney Love: Sentivo l’odore, Geisha, Contessa misera. Arte sarebbe fare (aver fatto) di Carmen Consoli una cantante hardcore o punk: così some lo sarebbe stato per la O’Connor: forse in questo modo sarebbero riuscite ad esplicitare a se stesse e a rendere un po’ più manifesto agli altri, cosa hanno (perché qualcosa ce l’hanno) di speciale. Carmen Consoli/Black Flag: questa sarebbe arte. Sinead O’Connor/Husker Du. Dopo quest’album ogni aurea della Consoli scompare ed ogni suo lavoro diventa indifendibile ed ingiustificato: Carmen Consoli continua e continuerà soltanto perché vende relativamente molto. Dopo il ’98, il suo animo musicale è finito ed involgarito: se prima aveva qualcosa che però non era in grado di dire, ora non ha più nemmeno quel qualcosa. E questa fine ed insulsa aridità, per Carmen Consoli, sarà per sempre. Ad eccezione di una canzone del 2000, Parole di burro (e tutta conclusa e giustificata nel titolo) degli album posteriori al terzo, non vale la pena citarne il contenuto: Stato di necessità (Polygram 2000); La bambina impertinente e l’anfiteatro, (Polygram 2001) live con orchestra dove quest’ultima sciupa anche i migliori brani della Consoli; L’eccezione (Polygram, 2002). Carmen Consoli "Confusa e felice" (1997 Cyclope Records-Poligram Italia) "Confusa e felice" e` il 2ø album di Carmen Consoli,il primo pero` ad averle dato un discreto successo,sopratutto grazie all'ononimo hit sanremese.In verita`,la Consoli e` l'unica cantautrice rock della scena italiana,almeno del mainstream nostrano;insieme forse a Cristina Dona`,a cui ultimamente si e` avvicinata in quanto a sonorita`,piu` morbide e rilassate.Comunque,"Confusa e felice" resta un album rock,crudo quanto basta,sia nei testi che nel suono di chitarra,i cui estremi sono rappresentati da una parte da "Per niente stanca" e "Fino all'ultimo",chitarre distorte,basso rombante e testi pieni di invettive (contro se` stessa o l'amante di turno),e dall'altra da "Confusa e felice" e "Venere",canzoncine dalla facile presa emotiva.Il resto dell'album viaggia su atmosfere intime e tristi (grazie al violoncello sullo sfondo),con in primo piano sempre il suono della chitarra e la voce,certo particolare e coinvolgente,come in "La bellezza delle cose", che rappresenta la migliore prova vocale dell'intero album.Dopo aver ascoltato "Confusa e felice",non si potra` piu` negare l'abilita` della Cantantessa nello scrivere canzoni e raccontare storie.Voto 6/10 Luca Di Meco Carmen Consoli: Stato di necessita` (Cyclone, 2000) "Stato di necessita`" e` il 4ø album di Carmen Consoli e rappresenta l'episodio piu` debole della sua discografia.O almeno il piu` spiazzante.Infatti in quest'album la Cantantessa abbandona i suoni duri per atmosfere piu` sobrie e delicate,come dimostra il massiccio uso di archi,trombe e pianoforte.Le chitarre vengono isolate in due o tre pezzi, che pero` sembrano piu` dei diversivi e nulla piu`."Stato di necessita`" potrebbe essere definito un concept album:la pulsione sessuale infatti la fa` da padrona nei testi,in cui Carmen dichiara il suo diritto ad essere "cacciatrice" al pari degli uomini,che sbeffeggia puntualmente ("Il sultano della kianca").La canzone migliore dell'album potrebbe essere "Bambina impertinente",in cui la Consoli suona il basso in maniera coinvolgente e sensuale,cantando un testo che non lascia troppo spazio alle interpretazioni;mentre "Non volermi male"(voce e pianoforte), e` quella che piu` si allontana dal precedente sound di Carmen.Insomma,ormai la Cantantessa e` riuscita a far avverare il suo sogno:quello cioe` di diventare una raffinata cantautrice,abbandonando le radici rock che dopotutto l'hanno portata al sucesso.Voto 5/10. Luca Di Meco Carmen Consoli: "Mediamente isterica" 1998 Cyclope records "Mediamente isterica" sara` probabilmente l'ultimo album rock di Carmen Consoli,forse il piu` bello,sicuramente il punto di approdo di un gia` lungo percorso artistico.Essendo ormai finita la "rabbia giovanile",nulla presume infatti che la Cantantessa riuscira` a tornare su queste atmosfere ruvide e dolci,essendo ormai per lei altre le priorita` e gli stati d'animo.Comunque,"Mediamente isterica" contiene 13 canzoni memorabili,piene di passionalita` e malinconia,distorsioni e reverberi.I testi per lo piu` sono tristi,e si accordano perfettamente alle atmosfere create dalle chitarre e dal basso.Da una parte "Geisha" (chitarre cupe e voce distorta)e dall'altra "Anello mancante" (intessuta da un delicato arpeggio) sono i due estremi dell'album,peraltro alquanto striminzito (dura meno di 50 min.)In "Contessa miseria",Carmen descrive un'ipotetica signora (e al tempo stesso la esorcizza)che,avendo ormai perso la giovinezza,non riesce a farsene una ragione,e rimane "....con la mente ibernata ai vent'anni".L'album si chiude con un finale di chitarre distorte e rumori,degna conclusione di un disco poetico.Voto 7/10. Luca Di Meco |
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