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Cultes Des Ghoules (Nekropolis, 1985 - Cuneiform, 1995)
è invece il suo capolavoro gotico, in
cui i temi horror degli esordi trovano una sistemazione esistenzialista e provocano masse oscure di suoni
in perenne, ma indefinibile, movimento (qualcosa di analogo ai nuvoloni di un temporale). Nel cupo
lirismo delle sue partiture si intuisce un'allegoria della condizione umana nell'evo tecnologico.
Through Time And Mistery (GEMA, 1988)
rimane probabilmente il suo capolavoro.
Medusa e`
un'orazione magica della durata di 44 minuti. Invece che scadere negli effettismi dei complessi di rock
"satanico", la suite di Frohmader attinge a piene mani dall'avanguardia classica e jazz. Stockhausen (nel
fluire caotico ed epico del materiale sonoro), Ligeti (nelle folate di suoni immanenti), Nono (nelle
manipolazioni elettroniche dei cori), Cage (nelle "manate" casuali di pianoforte) sono i suoi maestri
musicali, se non spirituali. La danse macabre incalza con il suo passo sinistro nel pulviscolo abnorme di
tanti e tali tecniche dell'avanguardia e a un certo punto accelera in un frenetico ritmo "industriale" le cui
mutazioni aprono scenari apocalittici. Il finale è invece all'insegna di cori celestiali e segnali
intergalattici. Al tempo stesso carontea, Boschiana, biblica e fantascientifica, Medusa è
un'ardua meditazione sull'ignoto.
Le Plague Dances si rifanno in maniera più esplicita
all'iconografia e al folklore medievali in un tripudio di temi orrifici, cori wagneriani, tempi di marcia,
strumenti sinfonici e citazioni etniche. Malleus Maleficarum ha invece l'impostazione e lo
spessore di una sonata classica, anche se la magniloquenza degli arrangiamenti e la violenza dei ritmi
ricordano le colonne sonore dei kolossal.
Se Macrocosm (Cuneiform, 1990) propone ancora composizioni di
grande respiro (due oltre i venticinque minuti e due oltre i dieci), e ancor
più vicine alla new age (come
Ascension), il coevo, e minore,
Miniatures (Nekrpolis, 1989)
è invece una raccolta di
brevi pezzi impressionisti. Frohmader ha ormai abbandonato del tutto il gotico e sembra trovare la sua
nuova vocazione in uno stile molto più simile alla musica cosmica degli anni '70, come
dimostra anche
Armorika (Nekrpolis, 1991),
al tempo stesso maestosi e
bucolici; quando non nella new age, come in
Spheres (Nekropolis, 1988).
Third Millennium Choice vol 1 (Nekrpolis, 1990) e
Third Millennium Choice vol 2 (Nekropolis, 1991) sono antologie.
Il marchio di fabbrica di Frohmader è la fusione armoniosa e
spettacolare dei vari flussi sonori (voci, strumenti, elettronica), nonché la capacità di
mescolare con naturalezza arte "alta" e arte "bassa".
Con il monumentale
Cycle Of Eternity (Cuneiform, 1994)
Frohmader perviene alla
formulazione più matura e smaliziata della sua nuova fase, in cui vengono sfruttate in maniera
teatrale le strutture armoniche più elementari facendo leva su una grande maestria di
orchestrazione.
La chiave di lettura è più che mai quella mistica, il veicolo
è quello delle variazioni cicliche in lenta progressione, la materia è quella puramente
elettronica. In quest'arte di esplorazione della trance tonale Frohmader sembra rilevare il testimone da
Terry Riley. Spiral inizia come un pezzo di new age estatica e contemplativa, ma il suo crescendo
minimalista la conduce in un cerimoniale marziale che sfocia infine in sonorità esasperate;
Reflections ha il portamento sofferto e intenso dei raga ma sconfina però in un balletto
giapponese; Contemplations aggiorna la Rainbow In A Curved Air di Riley a un umore
più meccanico e industriale, a sonorità più ispide e frenetiche.
Il compositore d'avanguardia non rinuncia comunque a sovvertire la
grammatica musicale con alcuni brani di grande effetto costruiti attorno a idee rivoluzionarie:
Hypnosis, che estrae da un caos di pulsazioni frenetiche una specie di toccata e fuga barocca per
epilettici, il festival di dissonanze e ritmi spezzati di Persistence, e soprattutto le ardue
metamorfosi sinfoniche (futuriste e dadaiste) di Inexorability. I tempi sfuggenti, le melodie
disorientanti, gli infiniti eventi devianti hanno la prerogativa di sconvolgere l'ascolto e lasciare alla fine
soltanto un senso di desolazione e di insensatezza.
Continuando per quella strada Frohmader perviene alla Ballet Music
For Mechanical Dancers In 12 Acts, su
Attenti al Treno (Nekropolis, 1992),
che sposa il suo minimalismo
mistico-cosmico a un dadaismo da camera parente di Varese e Subtonick. Nei calderoni armonici di
Dragon's Treasure e Golden Dawn, su
Advanced Alchemy Of Music (Nekropolis, 1994), Frohmader
getta un po' di tutto, aumentando l'entropia delle sue partiture fino a livelli di totale
indecifrabilità.
Altri lavori dell'epoca sono Stringed Works (Multimood, 1994),
Gate (Atonal, 1995) e Anubis (Play Loud, 1996).
Frohmader compone quasi esclusicamente per basso (il suo strumento
originale) e si ispira liberamente alle teorie "bio-meccaniche" dell'artista svizzero H.R. Giger. In
realtà Frohmader è soprattutto un estremo esponente dell'espressionismo, di quelle
scenografie straripanti di angoscia, influenzato più che altro dai film tedeschi degli anni '20. Non
a caso molte sue composizioni sono dedicate a personaggi mitici di quel genere, dall'"Homunculus" al
"Golem", da "Narkose" a "Schattenreich" (che, nel 1978, fu la sua prima
cassetta, riedita su CD nel 1998).
Fossil Culture (Cuneiform, 1999), registrato con Richard Pinhas degli
Heldon,
e` un raro esempio di collaborazione fra due giganti della musica
che sortisce brani all'altezza della carriera di entrambi.
Frohmader ne esce particolarmente stravolto in Fossil Culture 1.
Le pareti di elettronica che Frohmader spara in sottofondo hanno la
magniloquenza wagneriana (e la folle meccanicita`) di un Foetus.
In primo piano si staglia sinistramente nevrotico il contrappunto fra le
inestinguibili distorsioni di chitarra di Pinhas,
il tumulto sincopato delle percussioni elettroniche e gli spettrali
campionamenti di voci.
Fossil Culture 3 cambia i ruoli ma conserva gli stessi elementi
strutturali:
Frohmader stende un denso e scuro strato di suoni elettronici e di campionamenti
sull'inferno di percussioni e campane e sul
maelstrom sotterraneo della chitarra di Pinhas.
I ritmi sono pero` essenziali per comprendere Fossil Culture 5,
un brano guidato da un ritmo trascinante in una selva fiabesca di dissonanze
e di melodie orientaleggianti, o
Fossil Culture 2, un incrocio fra balletto androide alla Kraftwerk e
pastiche dadaista alla Virgin Forest dei Fugs.
Lungi dall'essere "il disco techno" di Frohmader, questo e` un subdolo
saggio sul ritmo (non si dimentichi che Frohmader e` prima di tutto un bassista)
che culmina nella lunga Fossil Culture 7, nei suoi travolgenti
poliritmi, nei vortici mozzafiato (quasi "sufi") della chitarra, nei suoi
elaborati incastri armonici e finanche nella sua lunga coda cacofonica,
che altro non fa che dilatare psichedelicamente lo sferragliare dell'inizio.
I vortici di distorsioni di Pinhas sono talvolta dei puri accessori, ma
in qualche caso riempiono i "vuoti" psicologici a cui la musica di Frohmader
ha abituato, e in tal senso il disco riflette moltissimo la personalita` di
Pinhas.
Fossil Culture 4, per esempio, relegate in secondo piano le percussioni,
e` davvero un duetto free-jazz fra le distorsioni del chitarrista e le
nebulose elettroniche del tastierista.
E Fossil Culture 6, in cui peraltro il ritmo insiste testardamente,
e` uno show personale di Pinhas nella giungla cacofonica di Frohmader.
Space Icon (Electroshock, 2000) e` una collaborazione con Artemiy Artemiev.
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