Massimo Volume
(Copyright © 1999 Fabio Tonti | Legal restrictions - Termini d'uso )

Massimo Volume, demo-tape 1992
Stanze, Underground rec. 1993: radicale e coraggioso, 5/10
Lungo i Bordi, WEA 1995: capolavoro di "neorealismo" vocale e "impressionismo" sonoro, 6.5/10
Da Qui, Mescal 1997: galleria di dipinti incompiuti, 6/10
Club Prive', Mescal 2000: non lascia traccia nella memoria, 4/10
Links:

Massimo Volume are an Italian band that debuted with the rather conventional noise-rock of Stanze (Underground, 1993), but rapidly evolved towards the subtle, and occasionally oneiric/ noir, sound of Lungo I Bordi (1995) and Da Qui (Mescal, 1997). But they disbanded after the mediocre Club Prive' (Mescal, 1999).

Egle Sommacal debuted solo with the instrumental guitar album Legno (2007) in the vein of John Fahey.

(Scheda di Fabio Tonti)

I Massimo Volume sono uno dei gruppi italiani piu' importanti degli anni '90. L'apice, la vetta di una montagna senza basamento, una delle pochissime band che ha fatto davvero della propria musica una missione di fede e sperimentazione. Hanno inventato uno stile, un suono, un nome in un ambiente (quello "underground" italiano) in cui tanti si sbracciano per scopiazzare spartiti anglo-americani qua e la'. Si formano a Bologna nel maggio '91, con la line-up iniziale composta da Emidio - Mimi'- Clementi (basso e voce), Umberto Palazzo (chitarra e voce), Vittoria Burattini (batteria) e Gabriele Ceci (chitarra). Registrano un demo-tape omonimo ma dopo pochi mesi Palazzo lascia il posto ad Egle Sommacal per darsi alla carriera solista. Nel 1993 esce per una piccola etichetta indipendente bolognese "Stanze", registrato in soli 3 giorni e in maniera non proprio pulitissima. Nondimeno rimane (insieme al disco successivo) una pietra miliare della musica italiana, al pari delle migliore opere di De Andre', dei primi dischi anni '80 dei Litfiba, della discografia anni '70 della PFM. Negli anni in cui l'adolescente medio italiano aveva appena preso contatto col fenomeno grunge americano, gia' di per se' non proprio il massimo della sperimentazione, loro erano gia' dieci anni avanti, e infatti vengono acclamati dalla critica di settore, ignorati dai media. L'opera prende la forma di un penoso e lacerante viaggio all'interno di noi stessi, nelle nostre angoscie piu' recondite, verso i fantasmi del subconscio. Subito dall'incipit ("Stanze") si notano alcune cose: le chitarre elettriche, ai quei tempi molto poco di moda in Italia, il recitato di Clementi al posto del canto e il suono, che ora a posteriori riconosciamo inconfondibilmente, ma che allora insieme ai testi deve aver creato non poche smorfie di ribrezzo sulle facce e sussulti al cuore dei primi incauti ascoltatori. Questo suono nasce probabilmente dall'ascolto delle prime avvisaglie post (Rodan, Slint, Dazzling Killmen), ma radici anche piu' lontane: i Sonic Youth di Sister, i Big Black, i King Crimson '70 - '75, senza dimenticare i Fugazi, mentre la ricerca della sonorita' e della potenza narrativa delle parole sono inedite per questo periodo e possono essere considerati tra gli esempi piu' alti mai raggiunti da un gruppo rock italiano. Non e' poesia la loro, ma una profonda introspezione nelle cose piu' "banali" della nostra vita ("Un sapore tutto qui" per esempio), che riesce persino a narrare di insetti in una vasca (in "Insetti" appunto) e tirarne fuori riflessioni sulla nostra vita :"Seduto sul bordo della vasca da bagno, osservo piccoli animaletti, muovono le loro antenne tra capelli morti e peli di cazzo, sembrano provarci gusto. Poi il loro vagare alla ricerca di nonsoche, mi ricorda qualcosa di gia' visto, qualcosa di ridicolo e deprimente". Si narrano storie di vite perdute, ai margini della societa' (in "Ronald, Tomas e io", in cui uno ha il cervello sfondato, un altro e' un alcolista, il terzo e' fuggito di casa e in "Alessandro", probabilmente uno schizofrenico), ci si sofferma cinicamente sui vuoti della nostra esistenza, non sui pieni, estraendone tutto il marcio come visioni Lovecraftiane che non scaturiscono da altro posto che noi stessi. Parto dai testi perche' secondo me e' proprio da qui che bisogna iniziare per poter descrivere ampliamente la loro sonorita'. Emidio Clementi non canta, ma di volta in volta sussurra, commenta, urla, pero' senza mai scomporsi troppo, sempre con una calma angosciante anche quando, incalzati da basso e chitarre serratissime, i nostri incubi piu' neri ci si materializzano davanti. Il cantante narra, recita, mentre gli strumenti descrivono grazie a suoni contorti, ossessivi, crudi, quasi da teatro del dramma, dando spazio contemporaneamente alla sperimentazione. Innalzano un muro sonoro adrenalinico a tratti, alquanto tormentato, spesso nervoso, sommerso di inquietudine e punti interrogativi, che si allinea perfettamente ai testi, sottolineandone i versi cruciali e cosi' esaltandoli. Allora le consuetudini piu' radicate si rivelano vanita' inutili e deprimenti ("15 Agosto"), da squarci di quotidiana vita coniugale saltano fuori menti corrose dalla apatia, prigionieri di abitudini paralizzanti ("In nome di Dio"), esistenze bruciate. Passando a descrivere piu' nel dettaglio le singole tracce, si puo' dire che la prima "Stanze" e' costruita sui singhiozzi degli strumenti: chitarre fugaziane, batteria albiniana, basso ribollente a sostenere l'alchimia, che sfocia in un baccanale elettrico mentre "Insetti" compie il percorso inverso, dal baccanale alla sincope. I suoni sono distorti e anomali, probabilmente per influenza dei Sonic Youth ma mai stridenti ed estremi come quelli. Frequente e' pure l'utilizzo di riff serrati e metallici, alternati ad aperture di accordi piu' liquidi come in "Un sapore, tutto qui" e "Ronald, Tomas e io". Le seguenti "Vedute dallo spazio" e "Ororo", riunite in una unica traccia, godono di brevi impennate psichedeliche, mentre "Alessandro" e' il tentativo di raccontare quello che accade nella mente di uno schizofrenico, in maniera fredda e talmente descrittiva da risultare agghiacciante e terribilmente reale, seppur usando poche parole e il suono giusto al momento giusto, e rimane sicuramente uno dei momenti espressivi piu' alti del gruppo. "Stanze vuote" evade dal resto del disco proponendo una atmosfera cupa e confusa, con le chitarre usate a mo' di motoseghe e la batteria che batte colpi a intervalli di secondi tra loro....

Le performance live sono un successo e al gruppo arrivano proposte di contratti discografici dalle major, ma nel frattempo gli ascolti di Clementi e Sommacal sono cambiati verso la musica minimale.

Cosi' nel 1995 esce per la WEA "Lungo i Bordi", il loro capolavoro, la cui produzione fu seguita da Fausto Rossi. Qui si approfondisce il discorso espressivo iniziato nel disco precedente, portandolo ad un livello piu' profondo e introspettivo ma confermando la tensione narrativa estrema, tangente. Se nel primo disco i limiti maggiori risiedevano nel cordone ombelicale ancora non del tutto reciso con l'America, ora lo stile e' gia' diventato maturo e definito, e ci si accorge subito di cio' dall'attacco di "Primo Dio", da come quelle poche note della chitarra di Sommacal riescano a colpire dritti al cervello trapassando le orecchie. La forza evocativa delle parole rimane a livelli drammatici e intensi ("Dire qualcosa mentre si e' rapiti dall'uragano, ecco l'unico fatto che possa compensarmi di non essere io l'uragano"), mentre si moltiplicano i richiami ai poeti maledetti francesi e ai cantautori underground statunitensi. Questo stesso brano e' un tributo a Emanuel Carnevali e ad Arthur Rimbaud, e di come la elevatezza delle loro opere si contrapponga alla bassezza delle loro vite ("Sopra le portate lasciate lasciate a meta', i tovaglioli usati, sopra le cicche macchiate di rossetto, i portaceneri colmi, sapevi di trovare l'uragano"), forse traendo proprio da questo la scintilla della loro opera ("E' nella pioggia il vostro grido"). Insieme al seguente "Il tempo scorre lungo i bordi", i primi due pezzi forse ingannano l'ascoltatore facendogli pensare ad una deviazione verso soggetti tematici piu' alti - in questo caso lo scorrere inevitabile del tempo ("Sono gli adesivi sulle pareti, e' il tempo che scorre lungo i bordi, siamo io e te appoggiati su queste sedie ad aspettare, poi comincia la polvere") - ma non e' cosi'. Infatti col terzo brano, "Inverno '85", l'obiettivo ritorna sulle scene di (a)normale vita quotidiana, descritti con la consueta aberrante tragicita' ("Per tutto l'inverno dell'85 ho passato i pomeriggi di fronte allo stereo di mio fratello, ascoltare Wicked Gravity di Jim Carrol. Mi muovevo al ritmo della musica, immaginando il modo in cui lui poteva muoversi ... tutto quello che avrei voluto era essere lui nell'attimo che canta . Credo che in quel periodo la mia vita fosse tutta li'"), dalla voce cinica di Clementi e con il perfetto accompagnamento di due chitarre minimali e una batteria scattosa e incespicante a dare pathos alla scena. "La notte dell'11 ottobre" e' il racconto di un angosciante incubo notturno, emozionante fino a far paura ("Improvvisamente stanotte, la stanza si e' riempita dei miei amici d'infanzia, ognuno teneva in una mano, quello che restava dell'altro braccio, amputato fino al gomito. Immobili, tenevano lo sguardo rivolto verso il soffitto, la bocca spalancata, qualcosa in quella scena sembrava accusarmi. Sono io la causa di tutto questo? Ho avuto paura e ho cercato numeri di telefono. Ma le cifre sbiadivano sotto i miei occhi, e ogni numero era occupato e ogni numero era sbagliato"), dove un drone di chitarra pervade dall'inizio l'atmosfera onirica, scandisce il tempo inesorabile e quasi noncurante del resto degli altri strumenti e dell'evolversi del sogno. Le sonorita' si sono addolcite rispetto a "Stanze" ma non per questo risultano meno incisive, anzi. La minimalita' delle reiterazioni di note, la nervosita' della batteria, i saettanti innesti degli aperti di chitarra elettrica riescono a disegnare la scena come un pittore sulla tela, come in "Fuoco fatuo", dove diventano sclerotiche e perfettamente in sintonia per accompagnare Clementi che si chiede ripetutamente se l'uomo non sia altro che un misero e ridicolo bugiardo ("Nella tua camera ho trovato una rivista di karate'. Dentro c'e' la sequenza di un uomo, che uccide un toro a mani nude. c'e' la carica del toro. il particolare delle corna per terra. Spezzate. Ma manca la foto del contatto tra le corna e la mano. Leo e' questo che siamo?"). Ancora la crudezza di "Meglio di uno specchio" proseguono l'opera di scardinamento del concetto di normalita', mettendo a nudo un altro spigolo (quello della sessualita'), un'altra ruvidezza della sfera umana, mentre le chitarre scolpiscono una tragica melodia struggente. Ma non serve scavare troppo a fondo: anche da frammenti di quotidianita' e da gesti consueti come l'ordinare una pizza o ricevere una birra da un distributore automatico ("Pizza express") fanno emergere un senso si alienazione e incomunicabilita' agghiacciante, cronica, come se tutto il mondo "reale" sia in realta' una somma di pazzie accettate ("La televisione mandava video. Cher oscillava le gambe seduta a cavalcioni sopra un cannone di una nave da guerra, circondata da marinai che si muovevano al ritmo della musica. Il piu' vecchio si rivolse a me, disse qualcosa che ritenne spiritoso e rise della sua battuta. Rise della sua battuta"). Ma non c'e' limite a quanto possano essere potenti nelle loro sviscerazioni, come in "Nessun ricordo", dove la storia di un uomo che sta perdendo la memoria viene cosi' conclusa: "Nessun ricordo. Solo la preciso coscienza della tua mano chiusa a pugno, che cerca disperatamente di fermare qualcosa che sta accadendo nel tuo corpo". Cercando di tirare le somme, si puo' certamente dire che questo e' la miglior opera del gruppo, completa sia nella ricerca testuale che nella perfezione sonora, integrati assieme in modo tale da rendere una idea praticamente visiva. Ci si stupisce costantemente della intensita' emotiva che riescono a trasmettere facendo uso di pochi accorgimenti, reiterati fino ad ipnotizzarci per poi cambiare bruscamente sottolineando i punti cruciali. Non ci sono piu' le ritmiche singhiozzanti della precedente opera, ma forse e' solo la calma di chi non ha bisogno di urlare per terrorizzare, di chi necessita di poche righe per descrivere un'idea, un punto di vista, cogliendone subito il nocciolo. E' uno stile per il quale parole e musica sono parti inscindibili, in un tutt'uno che ha un nonsoche di cinematografico, e che nonostante le distorsioni e le anomalie, le inusualita', fa trasudare un senso di purezza cristallina: le note ci colpiscono duro non ai timpani, ma al cervello. Sono l'antitesi della stragrande maggioranza della produzione musicale italiana (quella che va in scena a Sanremo, per intenderci).

Il terzo atto ("Da qui") vede la luce nel '97 sotto la produzione della Mescal, con inoltre l'aggiunta di un altro chitarrista, Metello Orsini, e sotto la produzione artistica dell'ex Lounge Lizards Steve Piccolo. Piccola curiosita': era stata prevista pure una eccellente collaborazione come quella di John Cale, poi sfumata. Nata completamente in sala di registrazione, quest'opera rappresenta il proseguimento logico e naturale del discorso sperimentale iniziato 5 anni prima e, sebbene non aggiunga niente di particolarmente nuovo rispetto al disco precedente, non ne tradisce nemmeno lo spirito innovativo ed estremo ("E' il nostro disco piu' ostico" ha affermato Clementi). L'incipit e' affidato ai ronzii ipnotici di "Manciuria (l'ultimo John Ford)", che quasi spiazza l'ascoltatore con quei suoi blandi svagheggi di chitarra e le pigre accelerazioni accompagnati dalle scarne movenze del basso, quasi a voler un po' staccarsi dalle uscite precedenti. In realta' in ogni momento del disco si puo' oramai riconoscere il loro tocco artistico inconfondibile, solo che ora le melodie sono molto piu' rilassate e meditative, senza troppi sbalzi d'umore ne' scarti ritmici accentuati. Nel complesso si respira un'aria un po' piu' rilassata, anche se la descrizione e' ovviamente solo relativa.

Basta la seconda traccia, "Atto definitivo", a far capire che cosa si intenda: e' la tranquillita' dell'incomunicabilita' delle persone, che fa nascere mostri aberranti sotto la patina di esteriorita' standardizzata. I suoni si sono involuti ancor piu' verso il minimalismo, ma non si e' mai immersi nel silenzio, bensi' in un rumore di fondo creato dalle chitarre, una melodia limpida e al tempo stesso straordinariamente penetrante, che restituisce costantemente quel senso di deja vu' che si prova quando si assaporano sensazioni primordiali dimenticate. La perfezione nell'elaborazione dei suoni e' quasi maniacale, compiuta e rotonda ma con svariate influenze psichedeliche, eppure ancora riescono a stupire inventando con poche (apparentemente) note dei piccoli capolavori melodici come "La citta' morta" e "Sul Viking Express". L'album e' ininterrompibile: prese singolarmente le canzoni perdono molto di quel fascino che le deriva dal contesto in cui sono state poste. I passaggi sono importantissimi; come quadri diversi appesi ad una lunga parete si passeggia ammirandoli e questi, sebbene differenti tra loro, sono solo diversi capitoli dello stesso libro, della stessa tematica, riassunta molto bene nella citazione del regista Jodorowski riportata in copertina: "Io allora comprendo che a volte non e' bene cercare la sicurezza perche' conduce alla morte. E che e' meglio vivere nell'incerto". Tutto il disco e' pregno di questo senso dell'incerto, del decadente, dell'incompleto, un CD di brani incompiuti si potrebbe definire, con riff e arpeggi tecnicamente perfetti, note inserite una dietro l'altra come in un teorema matematico, ma nessuna tesi a giustificare tutta la fatica. Cosi' quando alla fine l'atmosfera si infiamma in "Stagioni", l'emozione compressa a inespressa per 10 tracce si scatena in un crescendo epico. Questo e' uno di quei dischi che ad ogni ascolto mi lascia l'amaro in bocca, una sensazione sfuggevole e nascosta di insoddisfazione, di mancanza di un qualche-cosa indefinibile che ne avrebbe fatto un capolavoro, ed e' forse per questo che mi e' anche piu' caro e, a distanza di tempo, e' quello dei quattro che molto piu' spesso (anche senza pensarci su) mi ritrovo ad ascoltare.

Scendendo nei dettagli, da "Atto Definitivo", attraverso la pausa onirica di "C'e' questo stanotte" (che mi fa molto ricordare i Gastr De Sol) si passa all'urlo, alla richiesta disperata di aiuto di "Senza un posto dove dormire", dove ancora una volta si esalta l'importanza della direzione impressa da Clementi attraverso la voce e che dopo essere iniziato in maniera quasi tribale sfocia in un controllato vortice di rumori alla Hash Jar Tempo. Ma non c'e' limite alla creativita' del gruppo, o al loro coefficente di perforazione nell'animo e per capirlo bastano i primi arpeggi della seguente "La citta' morta", talmente solitari e desolanti ("Salendo alle scale ho spaventato il silenzio, e qualcosa che pareva un'attesa") ma al tempo stesso inspiegabilmente cosi' "pieni", seguiti da saettate di chitarre per poi aprire la struttura con dei droni ipnotici. Si potrebbe poi parlare tranquillamente di isolazionismo nella successiva "Sotto il cielo", pure senza l'abuso di moog ma grazie ai carillon rotti e scarichi su cui e' costruita l'incompiutezza del brano. "Sul Viking Express" risveglia improvvisamente l'ascoltatore con un'ennesima spruzzata di farina del loro sacco, pero' in generale, come in tutto il disco, anche qui si denota un deciso calo nella incisivita' della poetica testuale, molto piu' accanita e brutale in passato, ora diventata anche lei minimale ma anche piu' blanda e offuscata. Si salva la susseguente "Qualcosa sulla vita", dove Clementi racconta una sua tipica giornata di lavoro in una ditta di traslochi, e grazie a quello riesce ancora una volta a insinuarsi dentro le pieghe piu' nascoste della vita e nella sua decadenza ("Nel solaio ci siamo fermati a leggere alcune lettere, contenute dentro sacchi di tela. Erano tutte scritte con uno stile molto formale. Avvisavano di arrivi, posti visitati, cambi di programma, c'era sempre un accenno al tempo. Era chiaro: per l'autore quelle lettere erano un semplice dovere."). "Avvertimento" segue direzioni primo-sonic-youthiane (i suoni) miste a intensita' esecutive fugaziane mentre "Manhattan di notte" conferma l'osticita' del disco, che Clementi come gia' detto scambia invece per quello che e' incompiutezza e mancanza di nuove direzioni. La chiusura e' pero' affidata alla epica "Stagioni" che misteriosamente riesce a completare il cerchio, a schiarire con la sua apparente semplicita' l'offusca opera in questione in maniera da non lasciare traccia d'amaro in bocca, solo una strana sensazione di espiazione.

Tre anni piu' tardi esce per la Mescal "Club Prive'", disco che si pregia delle collaborazioni/partecipazioni di Manuel Agnelli, leader degli Afterhours, Cristina Dona' e Steve Piccolo dei Lounge Lizards. Fedeli alla loro missione di sperimentazione, il gruppo cerca di rinnovare se' stesso facendo deviare su un binario alternativo (morto?) il loro suono che tanto li aveva resi riconoscibili e al tempo stesso unici. Cosi' inizia un calvario in svagati accenni minimalisti, in un quieto limbo che e' al tempo stesso tentativo di cercare una nuova direzione in musica e mancanza concreta di idee incisive. "Pondicherry" infatti e' persa in uno spazio tanto etereo quanto impalpabile e vano, ben lontano dagli onirici racconti allucinanti, allusivi e ferventi dei primi dischi. Cerca di riscattarsi con la seguente "Seychelles '81", che pero' e' fin troppo legata ai canoni chitarristici fugaziani, anche se prova a liberarsene con fervide impennate e suoni che come al solito si rivelano maniacalmente scelti. Ma l'impressione e' che non sappiano piu' verso che meta andare, e piu' che di brani incompleti come in "Da qui", si puo' forse parlare piu' onestamente di fine della creativita'. Pure il consueto recitato di Clementi non ha piu' la forza dei tempi andati, anche perche' non e' piu' sorretto in fase dagli strumenti, e addirittura si affaccia alla luce piu' di qualche accenno di cantato. Cosi' partoriscono brani come "Dopo che", che a parte ricordare una versione pop dei Labradford non suscitano piu' che un vago sorriso amaro. Niente piu' sommovimenti intestini, niente piu' tinte forti: ora tutto e' sbiadito, dalla melodia che scivola via senza incidere ai testi annacquati. "Il giorno nasce stanco" pure, non regala niente piu' che qualche buona intuizione, lasciata a se' stessa senza approfondimento. Batteria blanda, pigra e non piu' scattosa e incisiva, basso che sembra fare a gara per nascondersi dietro le quinte, chitarre non piu' a cavalcare l'onda delle emozioni ma usate solo come un accompagnamento. Mi verrebbe da definirla "musica da sottofondo", di quelle che si notano poco gia' quando ci sono.... Ne' si salva la seguente "Avevi ragione", immersa in un minimalismo noioso e vuoto contenitore di (pochi) suoni. Meglio si delinea "Prive'" contornata com'e' in rumori e ritmiche tra lo psichedelico e l'industriale. "Vi sto cercando" e' inspiegabilmente simile alle cose piu' blande dei Marlene Kuntz, tra reiteramenti di basso e batteria ed una chitarra che si fa notare solo quando sfodera i vecchi suoni aperti. E neppure buone idee come "Saint Jack" riescono a venire a galla, affogata da una voce che zavorra il suono a terra e da una timidezza estenuante e fastidiosa dei musicisti. "Il tuo corpo affamato" poi, che ben piu' si addicerebbe al rock granitico ed old-style dei Negrita, non ad uno dei gruppi piu' sconvolgenti del panorama italiano. Preferisco fermarmi qui, in conclusione una grande delusione che non concede attenuanti. Dai testi ostinatamente riflessivi ma ben poco efficaci di Clementi, a tutta l'orchestra di accompagnamento, questa opera manca di incisivita' e risolutezza, con pezzi che si rivelano piuttosto monotoni e privi di quella volonta' di sprofondare nella sperimentazione che si avvertiva in "stanze" e "Lungo i bordi", di farsi trascinare via dalle emozioni. E non basta certo a salvarsi l'ultima "Altri nomi", cosi' aliena al resto del disco.

La collaborazione con Agnelli continuera' dopo il disco e si concretizzera' nel progetto "Gli Agnelli Clementi" di cui alcuni pezzi registrati dal vivo si possono trovare nel CD allegato al "Il meraviglioso tubetto", raccolta di scritti di Agnelli.

I M.V. lavoreranno poi alle musiche del film "Almost Blue", nella cui colonna sonora incideranno sia vecchi pezzi che inediti.

Dopo alcune vicissitudini che sfociano in avvicendamenti nella formazione, a band si scioglie il 28 gennaio 2002, il panorama italiano perde cosi' probabilmente la sua band piu' talentuosa, originale e innovativa degli ultimi anni (mi riferisco ai primi 2 album), nonche' forse l'unica che ha conciliato una cosi' profonda sperimentazione con una buona comunicabilita' verso il pubblico, guadagnandosi col tempo un discreto seguito.


Massimo Volume: Stanze (Underground, 1993)
Descrivere la musica dei M.V. e' come affrontare un penoso e lacerante viaggio all'interno di noi stessi, nelle nostre angoscie piu' recondite, verso i fantasmi del subconscio. Il gruppo esordisce con l'LP "Stanze" nel 1993, una pietra miliare nel desolante panorama della musica italiana, un disco di platino in un mondo perfetto. Non riesco proprio a immaginarmi l'espressione di un adolescente tipico di quegli anni messo alle prese con le ritmiche di basso e batteria di stampo Albiniano della title track "Stanze" e di "Insetti". Forse la faccia gli si sarebbe contora in una smorfia di ribrezzo, il suo fragile cuore appena introdotto alle musiche "nuove" del grunge avrebbe avuto un sussulto: che forse il grunge, appena nato, sia gia' stato superato? Non ci sono dubbi. E come definire i testi delle canzoni? Profonde introspezioni nelle cose piu' "banali" della nostra vita ("Un sapore tutto qui"), storie di vite perdute, ai margini della societa' ("Ronald, Tomas e io"), visioni Lovecraftiane di demoni che scaturiscono da noi stessi, dalla nostra stessa mente. Emidio Clementi non canta, ma di volta in volta sussurra, commenta, urla, pero' senza mai scomporsi troppo, sempre con una calma angosciante anche quando, incalzati da basso e chitarre serratissime, i nostri incubi piu' neri ci si materializzano davanti. Allora le consuetudini piu' radicate si rivelano vanita' inutili e deprimenti ("15 di Agosto"), da squarci di quotidiana vita coniugale saltano fuori menti corrose dalla apatia, prigionieri di abitudini agghiaccianti ("In nome di Dio"), esistenza bruciate ("Ronald Tomas e io" ancora), narrate dalla voce del cantante ma descritte dai suoni contorti, ossessivi e cinici degli strumenti. Suono inconfodibilmente post e math, forse derivante dall'ascolto delle prime avvisaglie post: Dazzling Killmen, Slint, Rodan, ma che ha radici anche piu' lontane nel tempo: i Sonic Youth di Sister, i Big Black, i King Crimson '70-'75 alle chitarre. Adrenalinico a tratti, alquanto tormentato, spesso nervoso, sommerso di inquietudine e punti interrogativi, si allinea perfettamente ai testi, sottolineandone i versi cruciali. Eppure e' capace di impennate come per la psichedeliche ed eroiche ballate di "Vedute dalla Spazio" ed "Ororo". Nel complesso il loro suono e' frutto di un profondo e serio discorso di sperimentazione, che li porta a realizzare un ibrido tra rock progressivo e poesia cantautoriale. "In medium stat virtus" ? 8/10. Fabio Tonti
Massimo Volume: Lungo i Bordi (Mescal, 1995)
Col secondo album i M.V. approfondiscono il discorso poetico iniziato con "Stanze", portandolo ad un livello piu' profondo e introspettivo. Si moltiplicano i richiami ai poeti maledetti francesi ed ai cantautori underground statunitensi quali Jim Carrol, citati in "Il primo Dio" e "Inverno '85". "Il primo Dio" ancora e "Il tempo scorre lungo i bordi" aprono il disco e forse ingannano l'ascoltatore facendogli credere ad una modifica di tematica, ma non e' cosi'. Se questi due brani parlano di temi alti e quasi filosofici (la folgorazione per un poeta e il tempo che passa inesorabile), con la terza traccia subito l'obiettivo si sposta sulla (a)normale vita quotidiana, descritta con l'oramai consueto cinismo. "La notte dell'11 ottobre" e' il racconto di un angosciante incubo notturno, emozionante fino a far paura. Un drone di chitarra pervade dall'inizio alla fine l'atmosfera onirica, scandisce il tempo inesorabile e quasi noncurante del resto degli altri strumenti e dell'evolversi del sogno. Le chitarre poi si infiammano in "Fuoco fatuo", diventano sclerotiche e nervose, perfettamente in sintonia per accompagnare la voce di Clementi che si chiede ripetutamente con frasi rabbiose se davvero l'uomo non sia altro che un misero e stupido bugiardo. Ancora la perversione e la crudezza di "Meglio di uno specchio" proseguono l'opera di scardinamento del concetto di normalita', mettendo a nudo un'altro spigolo (quello della sessualita' vissuta in maniera morbosa), un'altra ruvidezza della sfera umana. Ma non serve scavare troppo a fondo: anche da frammenti di quotidianita' e da gesti consueti come l'ordinare una pizza o ricevere una birra da un distributore automatico ("Pizza express") emerge un senso di alienazione e incomunicabilita' agghiacciante, cronica, che poi riemergono in "Nessun ricordo". In apparenza in questo disco la ricerca poetica e linguistica hanno preso il sopravvento, magari a scapito della sperimentazione sonora. Ma, appunto, questa e' solo un'apparenza poiche' ad un ascolto piu' profondo ci si stupisce costantemente della intensita' emotiva che riescono a trasmettere facendo uso di pochi, semplici accorgimenti: un paio di arpeggi, un solido giro di basso e qualche rintocco di batteria, reiterati fino ad ipnotizzarci per poi cambiare bruscamente sottolineando i punti cruciali. Non ci sono piu' le ritmiche assassine e incalzanti dell'album precedente, le chitarre non sono piu' maciullate; e' la calma di chi non ha bisogno di urlare per terrorizzare, di chi necessita di poche righe e il giusto giro di basso per sbatterti la tua merdosa vita in faccia e farti urlare di disperazione. Tutto si svolge ora dentro noi stessi, perche' e' dentro noi stessi che le note dei M.V. ci colpiscono duro, non ai timpani ma al cervello. E' indice di una prematuramente raggiunta maturita' stilistica, che non divide le parole dalla musica ma ne fa un tutt'uno inscindibile. I Massimo Volume sono l'incubo degli amanti delle canzonette sentimental/amorose/spensierate da 4 soldi; sarebbero capaci di far fuggire terrorizata da teatro tutta la platea del festival di Sanremo in pochi minuti. 8/10. Fabio Tonti
Massimo Volume: Da qui (Mescal, 1997)
Il terzo atto della carriera dei M.V. si compie nel '97 con l'album "Da qui". Quest'opera rappresenta il proseguimento logico e naturale del discorso sperimentale iniziato 5 anni prima e, sebbene non aggiunga niente di particolarmente nuovo rispetto al disco precedente, non ne tradisce nemmeno lo spirito innovativo ed estremo. Solo, ora le melodie sono molto piu' rilassate e meditative, senza troppi sbalzi d'umore ne' scarti ritmici accentuati. Nel complesso si respira un'aria un po' piu' rilassata, anche se la descrizione e' ovviamente solo relativa: non si puo' proprio dire in assoluto che brani come "Atto definitivo" o "Senza un posto dove dormire" siano "tranquilli"... Comunque sicuramente il suono si e' involuto, magari volontariamente, verso un ritorno ai '70: si percepiscono molte piu' influenza psichedeliche, eppure ancora riescono a stupire inventando con poche (apparentemente) note dei piccoli capolavori melodici come "La citta' morta" e "Sul Viking Express". L'album e' un continuum ininterrompibile, prese singolarmente le canzoni perdono molto di quel fascino che le deriva dal contesto in cui sono state poste. I passaggi sono importantissimi; come quadri diversi appesi ad una lunga parete si passeggia ammirandoli e questi, sebbene differenti tra loro, sono solo diversi capitoli dello stesso libro, della stessa tematica, riassunta molto bene nella citazione del regista Jodorowsky riportata in copertina: "Io allora comprendo che a volte non e' bene cercare la sicurezza perche' conduce alla morte. E che e' meglio vivere nell'incerto". Tutto il disco e' pregno di questo senso dell'incerto, del decadente, dell'incompleto, un CD di brani incompiuti si potrebbe definire, con riff e arpeggi tecnicamente perfetti, note inserite una dietro l'altra come in un teorema matematico, ma nessuna tesi a giustificare tutta la fatica. Cosi' quando alla fine l'atmosfera si infiamma in "Stagioni", l'emozione compressa e inespressa per 10 tracce si scatena in un crescendo epico. Questo e' uno di quei dischi che ogni volta che l'ascolto mi lascia l'amaro in bocca, una sensazione fuggevole e nascosta di insoddisfazione, di mancanza di un qualche-cosa indefinibile che ne avrebbe fatto un capolavoro, ed e' forse per questo che mi e' anche piu' caro e, a distanza di tempo, e' quello dei tre che molto piu' spesso (anche senza volerlo ne' pensarci su) mi ritrovo ad ascoltare. 7/10. Fabio Tonti
(Copyright © 2003 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
What is unique about this music database