Sinead O'Connor


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The Lion And The Cobra (1987), 8/10
I Do Not Want What I Haven't Got , 6/10
Am I Not Your Girl , 4/10
Universal Mother , 5/10
Faith And Courage, 6/10
Sean-Nos Nua , 3/10
Throw Down Your Arms (2005), 3/10
Theology (2007), 3/10
How About I Be Me (2012) , 5/10
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Ireland's Sinead O'Connor, one of the most televised women of her time, channeled punk anger into an acrobatic melisma made of glacial, murderous shrieks and childish, guttural gasps. Her style fused Gregorian chants, African-American spirituals, celtic ballads, middle-eastern litanies, and Meredith Monk's experiments on the human voice. In the process, she became an icon of asexual rebelliousness (as opposed to Madonna's sexual kind). That schizoid persona was propelled on The Lion And The Cobra (1987) by hard-rock riffs, discordant electronics, neoclassical arrangements, funk grooves and hip-hop tremors, that delivered the full impact of her traumas. The shocking, epic and articulate vehemence of that debut was lost on I Do Not Want What I Haven't Got (1990), which reverted to sophisticated soul-pop music (such as Prince's Nothing Compares).
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Alla fine degli anni '80 la giovanissima irlandese Sinead O'Connor venne prepotentemente alla ribalta di un'asfittica scena di cantautori. O'Connor, con il suo piglio rabbiosamente punk e un tocco di struggente romanticismo, impresse un'accelerazione spettacolare a tutto un genere. Il suo personaggio fece epoca: O'Connor si era di fattoa "de-sessualizzata", rasandosi il capo, annullando il sex appeal dei suoi occhi da gatta e urlando come un'ossessa. Non c'era molto di femminile nel suo atteggiamento pubblico o nel suo stile di canto. La sua sgraziata intensita` si ricollegava semmai agli "urlatori" blues degli anni '50, ma con un tono freddo e sarcastico che era parente dei terroristi delle Baader Meinhof non delle piantagioni del Mississippi. Proprio in questo O'Connor ruppe con la tradizione.

Nell'arco degli anni O'Connor e` pero` raramente riuscita a giustificare artisticamente la sua fama, ma la sua influenza e` innegabile.

O'Connor si presento` precocissima, a vent'anni, con un album intenso e rivoluzionario come The Lion And The Cobra (Chrysalis, 1987), il cui shock maggiore e` il suo registro vocale: O'Connor si diverte a fare cose con la sua voce che stonerebbero (letteralmente) nella gola delle altre cantanti. I suoi improvvisi acuti gutturali riescono invece a suonare non solo armoniosi ma anche trascinanti, riescono a convogliare proprio le intense emozioni delle sue liriche. Conscia del suo talento, O'Connor non si limita a cantare canzoni. I suoi acrobatici vocalizzi sposano la liturgia gregoriana, il canto "nero", la ballata celtica e le litanie mediorentiali con gli esperimenti canori di Meredith Monk e Laurie Anderson. Il disco vive, insomma, della sua fortissima personalita' musicale, piu` ancora di quanto viva degli arrangiamenti lambiccati, dei riff di hard-rock e dei ritmi esotici e tecnologici.

Forte di tanta forza espressiva, il disco affresca un universo magico e fiabesco. O'Connor scorrazza per canzoni rock trascinanti come Mandinka; innesta linee funky e percussioni africane nel ballabile epico e spaziale di Jerusalem; si distende anche in tenere e marziali filastrocche celtiche come Just Like You Said (arrangiata in maniera classicheggiante con fisarmonica, clavicembalo e flauti). Gli esperimenti di Laurie Anderson ispirano canti liberi come Never Get Old (con sovraincisioni di cori e ritmo di tamburi lontani), e il funk d'avanguardia di Peter Gabriel le ispira I Want Your (un trip-hop ante litteram con basso dub e canto soul). O'Connor si consente persino il lusso di declamare l'alto dramma greco di Troy sullo sfondo di un'orchestra sinfonica. Capace di inerpicarsi in epici acuti, di sprofondare in lamenti struggenti e e di distendersi in bisbigli innamorati, la voce di O'Connor e` una delle piu` duttili ed espressive della storia del rock. La musicista la esalta immergendola in canzoni violente e articolare (influenzate dalle fratture armoniche dell'hip-hop) che sono l'esatto opposto della tradizionale ballata per folk-singer e assomigliano piu` ad allucinati psicodrammi. Il suo tragico ululato lacera la musica in atroci confessioni di solore, vulnerabilita` e solitudine.

O'Connor aveva pero` esaurito con quell'opera di rottura quasi tutto cio` che aveva da dire. I violenti psicodrammi di quell'opera scompaiono del tutto dal successivo I Do Not Want What I Haven't Got (Chrysalis, 1990). Nothing Compares, una canzone di Prince, che lei rese con disperata malinconia amorosa, le vale la stardom internazionale.

Il resto dell'album e` quasi un tributo alla musica pop del passato: invece delle frenesie sismiche dell'hip-hop o dei sottofondo elettronici, fanno capolino sezioni d'archi e cori Quel che e` peggio, il suo registro di canto, appianate tutte le spigolosita' dei suoi acuti dissonanti, e` diventato un vellutato bisbiglio da cocktail lounge. La produzione (di sua mano) e` sofisticatissima e trasforma ogni canzone in un piacevolissimo esercizio di kitsch, ma nulla piu`.
Il tema dell'album sembra essere una precoce insicurezza sentimentale (invece della ribellione strafottente dell'album precedente). Le sue liriche pre-femministe definiscono la sua individualita` sempre in rapporto all'uomo (o all'assenza dell'uomo). Le accorate litanie di Feel So Different e 3 Babies, appena bisbigliate in una brezza orchestrale, fanno pensare a un incrocio fra lo Springsteen piu` contrito e l'Enya piu` crepuscolare. La qualita` trascendente di questo nuovo stile di canto e` quasi l'opposto dell'esuberante e veemente "corporalita'" degli esordi. Il forte incedere rhythm and blues di I Am Stretched On Your Grave non viene sfruttato per uno dei suoi voli surreali, bensi` per una cantilena tanto soffusa e cosi` poco modulata da sembrare un mantra o un requiem. Le liriche sono personali al punto da diventare imbarazzanti.
In queste vesti di signora raffinata, invece che di ragazzaccia irriverente, O'Connor si deve pero` sentire un po` stretta. Tant'e` che in The Emperor's New Clothes la cantante irlandese trova anche un ritornello e una cadenza impeccabilmente powerpop e in Jump In The River prova a imitare anche il registro sensuale di Chrissie Hynde e l'andatura rock and roll dei Pretenders.
O'Connor diventa una celebrita` internazionale cantando la Nothing Compares 2U di Prince, un'interpretazione che trasforma in moneta sonante il suo cronico stato di prostrazione. La classe della cantante non e` scomparsa, anche se e` quasi tenuta nascosta: e` la la musicista che deve meglio calibrare il tiro.

I suoi atteggiamenti provocatori (o forse soltanto immaturi) la portano per coerenza al disco che nessuno si aspettava, Am I Not Your Girl (1992), una raccolta di cover di brani tratti (per lo piu`) dal repertorio della musica leggera; per di piu` con l'accompagnamento di una piccola orchestra da balera degli anni '50. In realta` e` la logica conseguenza del suo nuovo ego: O'Connor e` innanzitutto un'interprete, una grande interprete nella tradizione delle chanteuse di cabaret. In fondo non sono troppi i boudoir che la separano da Madonna. Cio` che la separa da Madonna e` semmai l'emotivita`, quel tremito di vita (talvolta impercettibile, ma sempre presente) che riesce ad immettere sempre e comunque anche nelle canzoni piu` piatte.

Si e` placata l'ira, ma non il suo bisogno di psicoterapia pubblica. Fire On Babylon e` emblematica dell'intero Universal Mother (1994): O'Connor usa se stessa, bambina abusata e abbandonata dai genitori, come metafora per tutti i mali del mondo, dalle tragedie dell'Irlanda (nel rap di Famine) ai crudeli dogmi della chiesa cattolica. La cantilena rinascimentale di John I Love You, arrangiata per orchestra da camera e percussioni giapponesi, e` il brano piu` ardito. Gli altri fanno di quest'album il piu` spartano della sua carriera.

L'EP Gospel Oak (Chrysalis, 1997) interrompe il silenzio dovuto alla nascita del secondo figlio con un pugno di confessioni molto personali che alternano rabbia a dolore, supplica a desiderio. La soffice This Is To Mother You (con un arrangiamento barocco, reminescente di Enya) e la marziale 4 My Love (con fisarmonica e chitarra spagnoleggiante) non aggiungono comunque nulla di significativo al suo repertorio.

E` curioso che si ha l'impressione di una sorta di un continuo ripudio di se stessa: di disco in disco O'Connor si sta probabilmente allontanando da cio` che vorrebbe davvero cantare, esattamente come giorno dopo giorno rifiuta di lasciarsi crescere i capelli e diventare la bella ragazza che potrebbe (e forse vorrebbe) essere. In questo rito sacrificale O'Connor consuma le sue frustrazioni e insicurezze. In questo bagno catartico rivela la sua vera identita': e` una maschera, non un'anima. In questo tributo alla sua infanzia, anzi al mondo prima della sua infanzia, celebra l'innocenza che perse appena nata, celebra l'ego che non le fu dato e che puo` intravedere soltanto nei panni di altri.

La sua testarda e capricciosa indipendenza, la sua scostante e imprevedibile personalita` (che non ha in realta` mai abbandonato le strade) ne fanno un punto di riferimento "politico". Ma, musicalmente, il risultato e` che nessuno dei suoi dischi resisterebbe a un ascolto imparziale, non influenzato dalla sua immagine pubblica.

Faith And Courage (Atlantic, 2000) could be O'Connor's best album since the debut. Emotionally, O'Connor finds again the anthemic pulse of the angry young woman (No Man's Woman, Daddy I'm Fine). Sonically, she runs the gamut of dub (courtesy of reggae guru Adrian Sherwood), ambient (Brian Eno) and hip hop (Wyclef Jean). The Healing Room sets a pace for a truly cathartic rebirth. Even Jealous (the mandatory romantic ballad from the pop diva who sang Nothing Compares To You) sounds more O'Connor-ian than anything she has written since hitting the charts. If The Lion And The Cobra's visceral shriek can never come back, this is the closest an adult woman can get to it. O'Connor writes the lyrics and sings. Most of the music is co-written with a crowded team of producers and quantity does not necessarily mean quality.

(Translation by/ Tradotto da xxx)

Faith And Courage (Atlantic, 2000) potrebbe essere il miglior album di O'Connor dai tempi dei suoi esordi. Emozionalmente, O'Connor trova ancora l'impulso anthemico della angry young woman (No Man's Woman, Daddy I'm Fine). Per le sonorita', scorre la gamma del dub (grazie al guru del reggae Adrian Sherwood), dell'ambient (Brian Eno) e dell'hip hop (Wyclef Jean). The Healing Room apre la strada a una vera rinascita catartica. Persino Jealous (l'obbligatoria ballad romantica della diva pop che cantava Nothing Compares To You) suona piu' O'Connoriana di qualsiasi altra cosa essa abbia scritto fin dai tempi delle sue prime hit. Se lo strillo viscerale di The Lion And The Cobra non potra' piu' esserci, questo e' quanto di piu' simile una donna adulta possa ottenere.

On Sean-Nos Nua (Vanguard, 2002) O'Connor performs traditional Irish tunes. An evening with Fidel Castro would be more entertaining.

Collaborations (Capitol, 2005) collects her collaborations with Massive Attack, Peter Gabriel, Bono, Moby, Bomb the Bass, Asian Dub Foundation, Jah Wobble, etc.

Throw Down Your Arms (That's Why There's Chocolate And Vanilla, 2005) contains only reggae covers.

The double-disc Theology (2007) contains both acoustic and band versions of the same songs. Alas, the material is the worst of her career.

She attempted suicide in january 2012.

How About I Be Me (2012) mostly succeeds when it sticks to highly personal matters, like in the syncopated Bollywood dance 4th and Vine. She desperately tries to still sound blasphemous (and current) with the mostly vocal gospel anti-hymn Take Off Your Shoes. There's little else of note.

(Translation by/ Tradotto da xxx)

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