Macaulay
Towers of Trebizond
Laurie è in viaggio con l’aristocratica zia Dot e padre Chantry-Pig, che
devono esplorare la possibilità di fondare una missione cattolica in
Turchia. I tre si aggirano con la tipica flemma britannica, indifferenti alla
variopinta folla di spie, missionari concorrenti, avventisti nell’attesa della
Seconda Venuta, scrittori, avventurieri e diplomatici. Laurie registra con
ironico distacco gli eventi del viaggio ed il comportamento eccentrico della
zia. Al trio si aggiunge la dottoressa Halide, una turca emancipata. Il viaggio
culmina nella mitica città di Trebisonda; poco dopo Dot ed il padre
s’inoltrano di nascosto di nascosto oltre il confine sovietico. Laurie, rimasta
sola e senza soldi ma con il cammello della zia, deve tornare indietro, mentre
la stampa interpreta in diverso modo la scomparsa dei due devoti fino a
stabilire che si tratta di due spie.
Laurie torna in patria con il cugino Vere, di cui è l’amante da dieci
anni (rispecchia la vita dell’autrice). Fra una digressione sul cattolicesimo ed
una sulla società britannica, il diario prosegue fino il giorno in cui
Dot e compare ricompaiono dal nulla, perfettamente imperturbabili. Dot è
interrogata dalla polizia, ma alla fine dimostra di non essere una spia; poi
Vere e Laurie hanno un incidente d’auto in cui lui muore ed il finale è
tutto depresso, tutto l’opposto della leggiadra ironia che ha dominato gran
parte del picaresco romanzo. Laurie riflette su questo adulterio, sulle sue
responsabilità, sulla vita che le resta da vivere e le favolose torri di
Trebisonda simboleggiano l’impossibilità di vivere.
Lirico e vagamente demenziale, picaresco e filosofico.
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