Eternal Wind
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I (Flying Fish, 1984)****
Terra Incognita (Flying Fish, 1987)**
Wasalu (Flying Fish, 1988)***
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If English is your first language and you could translate my old Italian text, please contact me. Nella seconda generazione di ensemble di world-music i migliori sono forse gli Eternal Wind, un quartetto che esegue piece trascendentali con una piccola orchestra di strumenti a corda, fiato e percussioni.

I due compositori principali, Adam Rudolph (che suona le percussioni più svariate) e Charles Moore (alle trombe), sono dei veterani del jazz, il primo allievo di Don Cherry e il secondo di Ken Cox. Ma i suoni più innovativi delle loro piece sono quelli di Ralph Jones, il cui flauto vellutato disegna vortici eleganti e crea le atmosfere più liriche (la tenera cantilena di Yansa, i richiami di jungla di Savannah), e quelli di Federico Ramos, un allievo di Moacir Santos la cui chitarra ricama i giri di flamenco più eccentrici della storia del genere (vedi l'assolo rocambolesco di Savannah sul primo album).

Se al lato più spettacolare dell'etno-musica dedicano un paio di fanfare scatenate (Otherwise, Migrations), gli Eternal Wind ottengono le sonorità più singolari nelle danze occulte di Dervish e Xingu, due festival delle percussioni che mettono in luce le qualità simboliche e rituali delle musiche etniche.

Evoluti attraverso le sonorità preziose di Terra Incognita (la title-track del disco successivo), gli Eternal Wind porteranno alle estreme conseguenze l'aspetto ludico del loro sound nel terzo Wasalu, che da un lato è sempre più immerso nel ritualismo africano e sudamericano (Departure), sempre più paganamente orchestrale (Garden Of Enigmas), sempre più sinistramente abulico (The Lost Mantra, uno dei loro vertici), dall'altro approfondisce il potere subliminale di suoni naturali, canti arcani e timbri etnici (Deep Heart).

Se il secondo aspetto è facilmente riconducibile alla scuola estetizzante della world music che parte da Hassell, il primo è prerogativa soltanto di questo ensemble: i climi decadenti delle loro orge pseudo-etniche sono contrassegnati da fanfare stordenti, da poliritmi soffusi, da armonie sconnesse. Non a caso ad essere penalizzati sono la melodia (salvo che nel tema swingante della title-track) e il folklore autentico (salvo che nel lamento mediorientale e nei passi di flamenco di Passion Of The Inquisition).

Eredi del free-jazz più "africano", gli Eternal Wind eseguono la world music più nevrotica del loro tempo, composta con cura maniacale amalgamando i cicli ritmici dell'India, i poliritmi dell'Africa, le timbriche suadenti del jazz-rock e l'atonalità delle avanguardie. Rispetto agli altri ensemble sono forse i meno "mistici", i meno "classici", i meno "atmosferici".

Vedi anche Adam Rudolph

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