Realignment


Ritorna all'indice de L'Ultimo Secolo | Ritorna alla pagina principale

Nonostante la frustrazione dei giovani degli anni '90 costituisca un'ovvia similitudine con il passato, diverse ragioni di fondo impediscono che si verifichi nuovamente un'ondata di idealismo e di proteste in stile anni '60.

Il boom economico dell'immediato dopoguerra fu cosi' prolungato che l'idealismo si auto-alimento' fino all'esasperazione, pervenendo a quegli stati di fanatismo puro che si concretizzarono nei movimenti riformisti degli anni '60. La guerra del Vietnam (e piu' specificamente l'obbligo di leva) forni' la miccia per accendere l'esplosione. La recessione degli anni '70, causata dalla crisi del petrolio, pose fine non soltanto al boom ma anche allo stato di delirio collettivo, e la fine della guerra disinnesco' la miccia. Negli anni '80 sembro' del tutto ingiustificato ed anacronistico l'idealismo degli anni '60, che non aveva portato grandi benefici alle masse bianche (aveva anzi creato concorrenza garantendo alle minoranze gli stessi diritti).

Quella recessione fu singolare soprattutto in quanto interesso' soltanto alcune classi sociali. L'alta tecnologia (l'"high tech") per esempio ne rimase del tutto indenne, anzi proprio in questo periodo si svilupparono i fenomeni della "Silicon Valley" in California e della "Technology Highway" in Massachussetts, con il loro folklore di miliardari giovanissimi. I giovani intellettuali si trovarono privati della loro materia prima, non potendo piu' sperare di estendere le loro rivendicazioni a tutto un sistema e costruire cosi' modelli di idealismo.

La societa' post-capitalista nata da quella recessione, quella della "Reaganomics" , e' una societa' fortemente competitiva, che mette i giovani in concorrenza l'uno con l'altro. I campus universitari si trasformano in palestre di business evoluto, piuttoso che in campi di addestramento di sovversivi (tipico l'esempio di Berkeley in California, un tempo glorioso campo di battaglia, ora celebre per il sistema operativo Unix). Nel 1971 un laureato guadagnava in media il 27% in piu' di un non-laureato. Nel 1981 la differenza era salita al 34%. Nel 1992 c'e' un baratro: il 60%. Basta sbagliare un anno per essere relegati al fondo della scala sociale.

In questa dura lotta quotidiana il primo a soccombere e' l'idealismo.

Il crollo del comunismo, la guerra alla droga , l'epidemia dell'AIDS e infine la nuova recessione degli anni '90 creano anche un certo scetticismo nei confronti degli ideali degli anni '60.

I giovani imparano che gran parte dei guru e dei martiri del passato avevano sfruttato le masse per secondi fini non proprio umanitari. Sono coscienti del fatto che spesso il totalitarismo prende le mosse dall'estremismo dei fanatici, e in particolare dall'entusiasmo delle giovani generazioni. Le immagini di migliaia di vietnamiti che preferiscono rischiare la vita su zattere improvvisate piuttosto che rimanere sotto il regime comunista, le ondate di fughe da Cuba, i disordini studenteschi di Pechino rendono quantomeno patetiche le lotte degli anni '60 a sostegno di quei regimi.

Il declino degli ideali (il cosiddetto "realignment") si rispecchia nel prepotente ritorno del mito del "self-made man", aggiornato all'era del computer. I nuovi idoli degli studenti sono Steve Jobs, l'ex-hippie che fondo' la Apple, e i tanti "software wizard" arricchitisi con la programazione dei computer. Il grande boom della tecnologia ha operato uno "shift" nel "sogno" degli adolescenti: non piu' costruire un mondo migliore nel senso di "pace e amore", ma costruire un mondo migliore nel senso di "servizi e automazione".

La grande disponibilita' di posti in questo settore spinge masse sempre piu' consistenti di giovani ad abbracciare la carriera tecnica, relegando in second'ordine i tradizionali serbatoi intellettuali delle facolta' umanistiche. A contatto con il mondo dinamico e reale dell'industria e del business i giovani perdono ogni stimolo ad affrontare gli argomenti vaghi e ipotetici della politica e della filosofia che furono alla base del "Sessantaquattro" (ovvero del Sessantotto europeo).

La controcultura va in pensione e la "generazione X" subisce passivamente il destino ha cui e' stata condannata dai loro genitori, i "baby boomers" .


Ritorna all'indice de L'Ultimo Secolo | Ritorna alla pagina principale