John Whalen: La Fisarmonica Celtica
(Copyright © 1997 New Sounds)

Nell'ambito della musica celtica, il fisarmonicista John Whalen e` fra le grandi rivelazioni degli ultimi anni, ma e` un caso sorprendente, in quanto si tratta in realta` di un veterano, il cui stile, ispirato anche al jazz e curioso nei confronti delle altre sulture etniche, fece all'inizio inorridire i puristi. Oggi il successo arride al simpatico musicista inglese, che e` entrato trionfalmente nella classifiche di vendita di Billboard.

Quanto fu lunga e ardua la strada che l'ha portato al successo?
"Veramente lunga. La mia carriera comincio` quando avevo undici anni, nel 1971, e vinsi un concorso per musicisti bambini. Crebbi in una famiglia molto musicale e mio padre mi abituo` fin da bambino a tenere concerti in giro per l'Inghilterra. Suonavo negli stessi posti in cui suonavano gruppi come i Chieftains. Continuai a mietere premi su premi finche` nel 1975 registrai il mio primo disco, The Pride Of Wexford (Outlet, 1975). Avevo 14 anni. Benche' nato a Londra e cresciuto in un villaggio inglese, ero imbevuto di cultura irlandese perche' la nostra era una comunita` di figli di immigrati. Ho ancora le fotografie di mio nonno che suona con gruppi Irlandesi in Irlanda. Il primo album fu cosi` una raccolta di danze tradizionali (jig e reel), registrate quasi tutte in un solo giorno. Nel 1980 mi trasferii negli USA e continuai a suonare nel tempo libero, ma senza aspettarmi molto da questo hobby. Se suoni la fisarmonica, non diventi una star della musica, questo e` chiaro. Poi un giorno decisi di formare la mia casa discografica personale per pubblicare un lavoro a cui tenevo molto. L'album si intitolo` Fresh Takes (Green Linnet, 1987). Lo stile fece scalpore in quanto eseguivo un misto di jazz e rock ma senza basso o batteria e impiegando soltanto strumenti acustici. Praticamente, non piacque a nessuno, ne` ai tradizionalisti ne` ai modernisti. Qualcuno mi domando`: ma cosa stai facendo alla nostra cultura? Evitato come la peste dai puristi, mi ritrovai a brancolare in una strada che non era ancora stata costruita. Fui il primo ad essere sorpreso quando il vento` cambio` direzione e il successivo From The Heart (Oenoke, 1990) ricevette tanta attenzione critica. Avevo si` curato maggiormente gli arrangiamenti, ingaggiando suonatori professionisti di basso, fiddle e piano, ma non avevo cambiato di una virgola la mia concezione molto "aperta" della musica celtica. Il mondo della musica indipendente mi tributo` invece una piccola ovazione, anche in termini di premi. Cio` genero` l'interesse della Narada, una casa discografica che segue seriamente i propri investimenti. Prima decisero di prendere in prestito un paio di vecchi brani per due loro compilation e poi mi lasciarono registrare in assoluta liberta` Celtic Reflections (Narada, 1996). Fu il primo album di musica completamente composta da me. E potei avvalermi dei musicisti che preferivo. Il risultato fu davvero soddisfacente. Mi tolsi persino la soddisfazione di suonare tango e flamenco in un disco di musica celtica! Celtic Crossroads (Narada, 1997) ha semplicemente proseguito in quella direzione, forse ancor piu` succube della mia passione della world-music."

Quindi si e` trattato di una progressione naturale. Pensa che il pubblico sia diventato piu` attento a fenomeni originali come il suo? "Senz'altro c'e` un atteggiamento diverso. Un fisarmonicista passa normalmente inosservato. Un fisarmonicista che suona musica celtica e` un dilettante a mala pena sopportato dai circoli irlandesi. Un fisarmonicista che suona musica celtica e la mescola con musiche degli altri paesi non dovrebbe avere un pubblico. Per nulla. Credo di dover un po' di gratitudine allo show "Riverdance", che da anni sta pubblicizzando queste musiche in giro per l'America."

Cos'ha di particolare la fisarmonica?
"E` uno strumento che si presta molto bene a suonare tutta la musica folk europea, dalla Galizia alla Svezia. E` persino adattabile al rock e al blues, come ho dimostrato con le mie partecipazioni a dischi di varie star". La sua dinamica e` cosi` ampia che sta soltanto al musicista capire come sfruttarla. Mio padre mi insegno` ad ascoltare tutti gli sturmenti, non soltanto il mio, e io amo ascoltare violino e flauto. Cerco di adattare le espressioni di questi strumenti al mio. Per questo il mio stile e` spesso lento, melodico, romantico, a differenza di gran parte dei fisarmonicisti folk che sono specializzati nella rapidita` di esecuzione".

Come le venne l'idea di prendere in prestito elementi di altre musiche etniche?
"Credo che sia stato importante un tour in Europa di qualche anno fa, in cui ebbi modo di ascoltare musicisti di altri paesi. Ricordo l'effetto che mi provoco` un gruppo di musica folkloristica a cappella dell'Argentina. Se stai attento, impari sempre qualcosa. E ogni nuova idea ti motiva a scrivere della nuova musica."

Le sue composizioni nascono allora da un fattore tecnico?
"Al contrario. Tutte le mie composizioni sono dedicate agli amici o ai familiari. Con la mia musica celebro sempre piccoli eventi di vita domestica. Sono un uomo semplice. Mi piace usare le mie mani e pertanto faccio il carpentiere di professione. Nella vita ho sempre cercato le cose piccole e semplici."


Neil Schon
(Copyright © 1997 New Sounds)

Neil Schon, enfant prodige della chitarra elettrica messosi in luce nella band di Carlos Santana a quindici anni e poi divenuto una star nei ranghi dei Journey, ha intrapreso dal 1995 una carriera nel campo della new age acustica con il suo primo album solista, "Beyond The Thunder". Recentemente e` uscito il suo nuovo album, il monumentale "Electric World".

La sua attivita` e` sempre piu` eclettica... Santana, Journey, new age, adesso questa enciclopedia di stili...
"C'e` di piu`. Oltre a collaborare alla reunion dei Santana e ai tour dei Journey, sto sperimentando in studio una tecnica di musica techno derivata dalla manipolazione elettronica della mia chitarra. Ho pronto un intero album, ancora senza titolo. Poi sto cercando di formare un complesso per suonare il mio stile favorito, blues e soul. I Journey sono fermi perche' il cantante ha problemi fisici. Io non voglio rimanere fermo e l'unica alternativa e` mettere insieme un altro complesso. No, proprio non voglio stare inattivo."

Le 21 canzoni del nuovo album coprono un'infinita` di generi musicali...
"Volutamente. Questa volta proprio non sono riuscito a trattenermi. Ho rinunciato ad avere un tema unificante e ho preferito lasciare che la mia ispirazione svariasse a 360 gradi. Ho usato un team di eccezione: due tastieristi, programmazione drum & bass, Zakir Hussein alle percussioni... Rispetto al mio primo album solista si tratta certamente di un progresso, anche se non la chiamerei una continuazione in quanto lo stile e` troppo cambiato. Il nuovo album sembra fatto da un altro musicista! Quanto dicevo prima, che non mi piace rimanere fermo, vale anche dal punto di vista dello stile! Contrariamente a quanto molti penseranno, non si tratta di canzoni accumulate nel cassetto che finalmente ho trovato il tempo di registrare. Al contrario: quasi tutte sono state composte nel giro di poche settimane."

Se manca un tema unificante, c'e` almeno una strategia di fondo?
"Direi che queste canzoni rappresentano altrettanti fotogrammi di un film immaginario. Anzi, l'album sarebbe perfetto come colonna sonora di un film. Alcuni titoli riflettono ambienti ("Highway 1", dedicata all'autostrada costiera californiana, "NYC" dedicata a New York, "Emerald Forest" e cosi` via), altri riflettono visioni di rituali o di scene folkloristiche (la mediorientale "Night Spirit", la "Gypsy Dance", il "Memphis Voodoo", il "Medicine Man" e cosi` via). Le tre canzoni che le radio preferiranno sono probabilmente le prime tre ("Highway 1", "NYC" e "Night Spirit"). Personalmente sono legato emotivamente a "Eye On The World" e alla preghiera per la pace che chiude il disco. Sono soprattutto contento di essere riuscito a convincere la casa discografica a pubblicare un doppio CD al prezzo di uno, due ore di musica per meno di venti dollari."

Da cosa deriva tanto eclettismo?
"Comincia da mio padre jazzista, che mi fece ascoltare Miles Davis e le big band di Quincy Jones prima ancora che io imparassi a suonare. Poi venni influenzato da tanti altri jazzisti, Wes Montgomery, John McLaughlin, Larry Coryell. E poi ebbi la fortuna di suonare con i bluesman, BB King e ALbert King, Jeff Beck e Eric Clapton. Poi Carlos Santana . Per forza sono diventato un chitarristico camelontico. Ho suonato di tutto un po' con tutti. Puoi mettermi in una stanza con qualunque tipo di musicisti e vedrai che riusciro` a improvvisare con loro."

Ma alla base di tutto cosa c'e`?
"Il blues. Le mie radici sono quelle di un chitarrista blues, che poi durante la sua carriera ha assorbito altre influenze. Io cominciai come chitarrista blues, poi divenni famoso come chitarrista rock. Non posso farci nulla: la gente mi conosce come il chitarrista dei Journey. Ma sono sempre stato prima di tutto un musicista blues. Anche questo doppio per me e` una raccolta di canzoni blues, ciascuna arrangiata in maniera diversa."

Il pregio della musica strumentale?
"Ognuno la puo` interpretare alla sua maniera. Nella musica cantata i testi guidano l'ascoltatore, che deve soltanto ascoltare. La musica strumentale lascia libera la tua mente di costruire il mondo in cui si svolge e il significato che covnoglia."

Come ti senti nei confronti della musica new age?
"Non vado per correnti, giudico soltanto sulla base di come mi fa sentire la musica che ascolto. Il mondo e` una varieta` di umori e di suoni e di eventi. La musica new age tende talvolta ad essere troppo uniforme, soffice e ottimista. Spero di aver contribuito a cambiare lo steretipo proponendo un album di musica molto diversa."

Altri progetti in programma?
"Penso che i media e il pubblico impiegheranno un po' a digerire questo album, ad assorbire tutto cio` che vi ho messo dentro. Ma, come dicevo, non mi piace restare nello stesso posto troppo a lungo. Per cui sono certo che presto comincero` a fare qualcos'altro..."


David Friedman: Una sinfonia di immagini
(Copyright © 1997 New Sounds)

Prima di tutto, ci parli delle sue radici...
"Crebbi in Indiana, dove imparai a suonare la tromba. Poi la mia famiglia si trasferi` a San Antonio, dove presi a suonare il corno nelle bande scolastiche. Nel frattempo prendevo lezioni di piano classico. In seguito avrei anche fatto anche due anni di Teoria Musicale. Ma quando venne il momento decisi di studiare cinematografia all'Universita` del Texas, ad Austin, mentre ascoltavo Tangerine Dream, Beethoven e Mannheaim Steamroller. A dire il vero, prima ancora di voler essere un cineasta, volevo essere uno scrittore. E` stata una progressione naturale, da scrittore a cineasta a musicista, nel tentativo di "raccontare" sempre di piu`, sempre piu` in profondita`, sempre piu` "da dentro" l'animo umano."

Come le venne la voglia di suonare?
"Penso che fosse fin dall'inizio la voglia di ricreare con la musica le immagini visive di un film. Quando compongo un nuovo brano, prima vengono le immagini, poi le note. Quando ho chiara la scena, devo soltanto improvvisare sui tasti: la musica comincia a fluire in maniera naturale, come se stessi raccontando a braccio la scena. Queste scene sono in gran parte scene naturali, e soltanto in questo puoi riconoscere l'influenza degli altri musicisti new age. Naturalmente a un certo punto divenni cosciente che la mia musica apparteneva allo stesso filone di quella di, per esempio, George Winston, e allora cominciai a subire (involontariamente e indirettamente) l'influenza della new age. Continuo pero` a pensare che la mia ispirazione sia molto piu` succube dei maestri romantici. In altre parole, della musica classica. In questo mi sento piu` vicino a Mannheim Steamroller."

E fin dall'inizio decise che sarebbe stato un tastierista e che avrebbe prediletto lo stile sinfonico dei "cosmici"?
"Penso che in gran parte l'approdo alle tastiere elettroniche avvenne per mancanza di fondi... Non potevo permettermi di assoldare un'orchestra per suonare tutti gli strumenti che volevo usare. La tastiera elettronica e` la soluzione naturale a questo problema. Poi, certo, ho scoperto affinita` elettive fra la mia espressivita` e la pienezza del suono, il senso di melodramma, la grandeur delle tastiere elettroniche. Direi che oggi il mio sogno e` di dirigere una vera orchestra."

Su "Moonrise" cio` che colpisce e` soprattutto l'aspetto melodico...
"La melodia e` ovviamente sempre la parte piu` importante della musica. Se non c'e` melodia non la chiamiamo musica. Sto cercando di sviluppare, attorno al mio talento melodico, uno stile articolato, capace di svariare con disinvoltura fra jazz, classico e pop. All'ascoltatore decidere quanto sono ancora distante dal mio obiettivo. Credo, comunque, che ciascuno di questi generi abbia un'impostazione diversa quando si tratta di giocare con la melodia, e non credo che nessun genere sia piu` importante degli altri. Credo che un musicista moderno debba saper prendere il meglio di tutto cio` che gli capita di ascoltare."

Quale considera il tema di fondo della sua arte?
"IN qualche modo voglio stabilire una connessione con l'ascoltatore, un canale privilegiato attraverso il quale far fluire sensazioni. Quando ascolto la mia musica, immagino una sequenza di film, e generalmente e` un film commovente. Spero che l'ascoltatore "senta" almeno la commozione, naturalmente non mi aspetto che "veda" anche le stesse scene che avevo in mente io".

Al cinema ha piu` pensato?
"Come no. Ho appena formato una compagnia cinematografica. Per me la musica e il cinema sono arti complementari. Non puoi essere un bravo musicista senza essere un bravo cineasta. La mia carriera si propone di dimostrarlo. Faro` un film questa prossima estate..."


Kitaro
(Copyright © 1997 New Sounds)

Il giapponese Masanori Takahashi, in arte Kitaro, e` una delle personalita` piu`influenti della musica new age. Si mise in luce alla fine degli anni Settanta con una musica elettronica che sposava le partiture sinfonico-romantiche di un Vangelis (quindi una sensibilita` decisamente occidentale) e la trance estatica della spiritualita` zen (quindi la sensibilita` orientale). Dall'unione fra queste forze opposte, Kitaro ha secreto uno dei canoni fondamentali della musica new age. Le sue melodie incantate, le sue cadenze solenni, i suoi arrangiamenti esotici e le sue maestose apoteosi orchestrali hanno definito un nuovo standard, a cui si ispirano centinaia di musicisti in tutto il mondo.

Come tutte le rivoluzioni, anche quella apportata da Kitaro alla musica moderna nasce da un'idea piuttosto elementare: fondere moderno e antico, tecnologia e melodia, divertimento e religione. L'idea poteva venire soltanto a qualcuno, come lui, cresciuto in una cultura che si e` specializzata nei millenni ad armonizzare fattori antitetici, la vita e la morte, il piacere e il dolore, lo yin e lo yang. La sua musica cosi` compatta e uniforme e` in realta` una musica di contrasti estremi, che alla melodia piu` dolce puo` appendere il ritmo piu` marziale, che all'atmosfera piu` serena puo` sovrapporre i presentimenti piu` minacciosi. La sua calcolata scienza dei contrasti parte d'altronde fin dalla superficie, ovvero dall'orchestrazione, nella quale si mescolano e coagulano strumenti elettronici e strumenti tradizionali, nonche' cori e assoli di flauto, figure minimaliste e motivetti orecchiabili.

Kitaro non e` certo il primo a tentare di fondere culture, tradizioni, strumentazioni, stili e mentalita` assai diversi fra di loro. E` il primo, pero`, ad averlo fatto con la grazia sublime di un guru religioso. Nella sua arte si condensano secoli di eleganza di scrittura (grafica, narrativa, musicale, cinematografica) che hanno fatto della cultura giapponese soprattutto un fatto di gesti, piu` che di contenuti. Nei film del cinema classico giapponese spesso non capita nulla: il regista si limita a seguire le vicende quotidiane di una famiglia media. Il film coglie pero` la logica tenerissima che si nasconde in quei gesti quotidiani. Il lirismo nasce dal rendersi conto di quanto dolore e quanta gioia possano penetrare in quegli schemi cosi` consueti e mediocri. Lo stesso si puo` dire per gran parte della narrativa moderna del Giappone. Sono sempre i gesti piccoli a dominare. Ma al tempo stesso la cultura giapponese deve molto all'epica dei samurai, all'arte marziale, al concetto di eroismo individuale. Si tratta ancora di gesti, che i romanzi e i film spesso semplicemente si limitano ad elencare pedestremente, ma, ancora una volta, di gesti che sfoggiano un'eleganza di coordinazione e di organizzazione, sia pur in questo caso un'eleganza tenebrosa.

Da questa cultura del gesto nasce l'arte di Kitaro, che ha saputo incorporare entrambi gli estremi della sua cultura nativa, quello domestico e quello epico. Ogni suo poema elettronico/sinfonico e` al tempo stesso un inno alle piccole gioie della vita domestica e un inno all'immane forza che trascina il mondo verso il suo futuro. La musica di Kitaro e` musica del Fato, fato dell'uomo che attende piccino nella sua cuccia insignificante la morte, e fato dell'universo sterminato che si espande a dismisura verso l'ineluttabile cataclisma finale. Fato terreno e fato celestiale trovano un provvisorio punto d'incontro nei lamenti accorati di Kitaro. Esemplare rimane la sua interpretazione della "Via della Seta" (che diede origine all'omonima composizione per sintetizzatore, poi rivista in versione per orchestra), in cui la Via della Seta viene vista sia nel suo aspetto umano, di carovane in marcia nella steppa, sia nel suo aspetto cosmico, di viaggio verso l'ignoto attraverso un paesaggio ostile.

Per questa ragione la musica elettronica di Kitaro differisce profondamente dalla "kosmische musik" del suo maestro Klaus Schulze. Laddove Schulze era pittorico, Kitaro e` contemplativo. Laddove Schulze sogna, Kitaro medita. Laddove le sinfonie di Schulze tratteggiano epopee galattiche, quelle di Kitaro sono praticamente prive di svolgimento drammatico. Laddove Schulze tenta di sconcertare e disorientare l'ascoltare, Kitaro vuole provocargli l'ipnosi, la trance. Kitaro predilige le armonie semplici: " Le mie armonie sono ordinarie in quanto i suoni ordinari sono meravigliosi. Voglio suonare come il flusso di un fiume, lento e maestoso. Voglio suonare come la bellezza".

Il suo e` un "impressionismo eroico" che ripete un cerimoniale millenario, quello dell'individuo che osserva la natura e paragona la propria esistenza alle eternita` cosmiche. Si e` scritto che Kitaro ha preso in prestito materiale tanto dai mantra tibetani quanto dalle colonne sonore di Hollywood. In realta` la sua prima e massima ispirazione viene dai suoni piu` dolci della natura, quelli delle onde e degli uccelli. Non a caso le sue composizioni sembrano statiche, anche se in realta` sono ricche di correnti sotterranee in continuo e talvolta rapido movimento. Esattamente come l'oceano sembra statico a distanza, ma da vicino e` composto di infinite e tumultuose onde che si accavallano di continuo. Esattamente come il cinguettio di uno stormo di uccelli sembra un suono unico, ma in realta` e` composto da mille e mille voci diverse.

Kitaro ha dichiarato di concepire la musica come un film: "Ho la sensazione che si tratti di un film. La scena cambia e la sensazione cambia con essa. Man mano che la storia avanza, la sensazione diventa piu` profonda." Tutta la sua opera si puo` dire un lungo, epico film: il film della condizione umana.


Tim Timmermans
(Copyright © 1997 New Sounds)

Il multi-strumentista californiano Tim Timmermans (compagno di liceo di Craig Chaquico) si affermo` a partire dal 1983 con il gruppo Windows fra i divulgatori di maggior successo del pop-jazz da classifica. Nel 1995 intraprese la carriera solista con "Life As We Know It", un album dedicato a temi ecologici che ne fecero subito uno dei beniamini del pubblico della new age. E` tornato recentemente con "Seven Bridges", e una musica sempre piu` calda, umana, positiva e ottimista.

Da cosa nacque il bisogno di lanciare una nuova carriera, visto il successo della precedente?
"Sentivo di avere molto di piu` da offrire. Mi sento prima di tutto un compositore, e poi un arrangiatore e produttore. Ho idee molto personali, e credo molto innovative, in fatto di produzione e arrangiamento. Volevo uscire dal ruolo ristretto che avevo in Window, dove ero soltanto il batterista. Certo, la vita era infinitamente meno complicata, ma ho la mia visione di cosa vorrei fare con la musica, e adesso posso finalmente esprimerla."

Qual'e` il tema del nuovo disco?
"La differenza principale fra questo disco e il precedente e` il budget. Avendo soldi alle spalle, si puo` fare molto di piu`. Il primo album ricreava canzoni che avevo composto durante la mia carriera e tentato invano di registrare per anni. Questa volta sono ripartito da zero, in pratica. Sul il nuovo disco tutto e` nuovo. Ho avuto ampia liberta` di strutturare il suono nella maniera che preferivo. Il risultato e` stato un lavoro molto piu` focalizzato. Mi sono potuto avvalere di grandi musicisti, ho potuto mettere assieme una formazione di stelle del jazz (il violinista Doug Cameron, i chitarristi Joe Reyes e Peter White, il trombettista Jeff Beal, il bassista Randy Tico, il sassofonista Michael Acosta), gente che conosco da anni e con cui lego facilmente. Sono riuscito con facilita` a creare quel senso "magico" della musica che rappresenta il coronamento di una carriera."

Da cosa deriva la sua passione per i suoni latini?
"Difficile dare una spiegazione razionale. I ritmi del Sudanmerica e di Cuba sono cosi` sensuali, che il ritmo sia lento o rapido... il musicista prima ancora dell'ascoltatore viene catturato, trascinato, estasiato. In generale, preferisco la musica romantica, la sensualita` in musica. Penso che quello fra jazz e musica latina sia un matrimonio naturale, che in fatti dura dai primi esperimenti di Stan Getz. Benche' origini cosi` diverse, sono generi che si complementano: la musica latina ha un ritmo che stablisce una groove su cui viene naturale improvvisare. Il ritmo latino ti spinge ad avviarti in un viaggio musicale durante il quale puoi muoverti con spontaneita`."

Cosa le piace in particolare di questo album?
"Il modo in cui tutto e` venuto al pettine. Penso che l'album convogli bene il mio messaggio spirituale: la musica come ponte fra le genti, la musica come simbolo degli elementi che ci legano ma che ci possono anche separare. L'idea mi venne una volta, mentre stato ascoltando il compositore medievale, Orlando Di Lasso. Rimasi commosso dalla passione di quella musica antica, ancora cosi` attuale dopo cosi` tante generazioni. Quella musica stabiliva un ponte fra me e lui, fra la sua epoca e la mia epoca, fra la sua gente e la mia gente. Cominciai a compiere una mia ricerca personale su altri "ponti" che le musiche costruiscono fra le razze, le religioni, i sessi... Non devi essere brasiliano per essere catturato dalla musica brasiliana, non devi essere africano per lasciarti andare ai poliritmi africani... E la musica classica e` sempre stata internazionale."

Cosa manca alla sua carriera?
"Ho ancora molte idee da esplorare. Ho scritto musica da camera che prima o poi vorrei riuscire a registrare. Mi piacerebbe registrare un album di batteria e percussioni. Ci sono tanti fiori nel campo e non sono sicuro quali vogliero` domani."

Cosa le piace ascoltare?
"I classici. Mi piacciono i grandi musicisti, quelli che hanno trovato un modo di convogliare le loro emozioni attraverso suoni immortali. Che siano di musica classica o di jazz, di hip hop o di blues, ha poca importanza. La grande musica e` grande musica e basta."

L'elemento piu` importante della musica?
"La melodia. A me viene naturale, sono sempre stato attratto alla melodia piu` che da ogni altra cosa. La melodia mi commuove. Anche le piu` semplici canzoni pop possono catturare l'immaginazione. La melodia viene dal cuore e non dal cervello. Piu` di qualsiasi altro elemento sonoro, piu` della voce stessa, rappresenta cio` che davvero abbiamo da dire agli altri e a noi stessi"


Chris Spheeris: Poesia del Deserto
(Copyright © 1997 New Sounds)

Chris Spheeris e` un artista eclettico che e` riuscito ad avere successo al tempo stesso nel mondo della musica, della fotografia, della pittura, della scultura, per non citare hobby come la poesia e il giardinaggio. Oggi vive nel deserto dell'Arizona (a Sedona) e gran parte della sua produzione artistica riflette quel paesaggio sterminato, desolato, silenzioso e arroventato.
"Tutto nel deserto e` a se stante. Ogni organismo del deserto deve essere in grado di sopravvivere da se`. Per me cio` rappresenta l'apice del concetto di solitudine, ma non nel senso peggiorativo di stato d'animo depresso, bensi` nel senso di indipendenza e di autosufficienza. E` questa parte del senso di solitudine che si riflette nella mia arte, e nella mia vita in generale. Non a caso, mi sono abituato a comporre, arrangiare, registrare e produrre i miei dischi da me. Faccio tutto io, anche suonare tutti gli strumenti. Si`, sto cercando di diventare anch'io un organismo del deserto!"

Ma non ci sono dubbi che gran parte della sua ispirazione musicale provenga dalla cultura europea, che assorbi` abbondantemente durante la sua infanzia.
"Da bambino vivevo prevalentemente con i nonni, che erano immigrati dalla Grecia. Non solo la Grecia e` parte del mio codice genetico, e non solo ho avuto modo di assorbire gli elementi della musica liturgica greco-ortodossa, ma greco fu anche il primo musicista elettronico che ascoltai: Vangelis."

Spheeris comincio` pero` come cantautore folf, in coppia con un altro greco, Paul Voudouris. Era la fine degli anni Settanta e il duo seguiva le orme di stelle del folk come James Taylor, Loggins & Messica, Carole King, Cat Stevens. Negli anni Ottanta la new age prese il sopravvento, e Spheeris si converti` alle tastiere elettroniche, anche se per la verita` lo stile rimase quello del pop soffice e vellutato delle origini.

La sua musica e` molto romantica, tenera ed emotiva. Su "Mystic Traveller", disco di grande successo commerciale, Spheeris si e` anche divertito a usare campionamenti di musica indigena, riscoprendo un po' il suo lato "etnico". Ma rimane, piu` di tutto, un poeta. Non bisogna pero` dimenticare che ha anche studiato filosofia, tanto per accentuare il suo eclettismo. E` una passione iniziata da adolescente e continuata all'Universita` in Inghilterra.
"Tutti i greci sono tutti filosofi naturali," dice Spheeris, "ma oggi io credo piu` alla vita corporea. Voglio vivere piu` con il mio corpo che con la mia mente. La nostra esistenza e` un delicato equilibrio fra le connessioni "orizzontali" (quelle legate ai paesaggi, umani o naturali, del mondo tridimensinale in cui viviamo ogni giorno) e le connessioni "verticali" (quelle spirituali). Mantenere l'equilibrio fra questi due aspetti della nostra esistenza e` il senso ultimo della nostra vita."

E meno male che non gli piace piu` la filosofia...


Kim Robertson: Celtico, ma non troppo.
(Copyright © 1997 New Sounds)

Kim Robertson appartiene alla generazione di arpiste che scoprirono il fascino dello strumento in ambito new age. Rispetto alle piu` anziane Susan Mazer e Georgia Kelly, o al celeberrimo Andreas Vollenweider, Robertson capi` fin dall'inizio l'unicita` dell'arpa celtica, propugnata in Europa da revivalisti come il brettone Alan Stivell, ma pressoche` ignorata negli USA.

Robertson non si considera pero` parte della generazione new age:
"Mi considero fortunata, fortunata di aver cominciato a registrare dischi quando questo movimento stava portando, o riportando, alla ribalta l'arpa. Rispetto agli arpisti new age, io sono molto piu` celtica, e molto meno spirituale. Ma e` vero che intrapresi un progetto, intitolato "Crimson", di cui uscirono sette dischi, che era un vero e proprio progetto new age. A parte quella serie, pero`, non ritengo che la mia musica si possa classificare semplicemente come new age. La componente celtica e` molto forte."

Da cosa nacque la passione per l'arpa celtica?
"E` una storia un po' anomala. Sono nata e cresciuta nel Wisconsin, una terra alquanto ostile all'arpa. Venni educata all'arpa classica e al pianoforte, e soltanto nel 1975 scopersi l'arpa celtica. Un po' per seguire la moda, un po' per avvicinarmi ai costruttori d'arpa celtica, nel 1979 decisi di andare a vivere nella California del Sud, vicino a Santa Barbara. In effetti il trasferimento mi porto` fortuna, perche' ebbi modo di inserirmi in un milieu che era molto piu` benevolo nei confronti della mia passione. Rimasi in California per 14 anni, durante i quali posi le basi di cio` che faccio ancora oggi."

La sua musica e` rimasta sostanzialmente fedele alle proprieta` acustiche dello strumento, a differenza di tanti altri che tentano di "modernizzarne" il suono...
"Mi piace suonare l'arpa celtica perche' suona come suona, altrimenti suonerei qualcos'altro. Ho usato in passato strumenti elettronici, ma soltanto per la serie "Crimson", e non ne rimasi particolarmente entusiasta. Arrangio i miei dischi in maniera barocca, facendo ricorso a strumenti classici e medievali, ma sempre acustici. L'ultimo disco, "Woodfire And Gold", e` forse il piu` orchestrato della mia carriera, ma ancora una volta e` un disco puramente acustico."

Quindi una testarda purezza nei confronti dello strumento...
"L'arpa e` strumento di sovratoni delicati. Qualunque manipolazione artificiale di quei suoni farebbe degenerare il timbro fondamentale dell'arpa. Un arrangiamento elettronico finirebbe per rimuovere il senso magico dello strumento. A meno, ovviamente, di elettrificare anche l'arpa, ma allora stiamo parlando di un altro strumento."

Il nuovo album costituisce comunque uno spartiacque nella sua carriera, in quanto e` di gran lunga il piu` luminoso e complesso...
"Ho trovato il coraggio di proporre qualcosa di diverso grazie a un amico violinista. Avevo sempre avuto paura di circondare l'arpa con troppi strumenti. Non volevo che l'arpa finisse in sottofondo, com'e` in gran parte dei dischi di musica classica. Questo mio amico e` riuscito a produrre il sound in maniera tale che l'arpa rimane sempre al centro dell'azione. Forse il risultato e` piu` commerciale e meno esoterico di come i fan mi ricordano, ma rappresenta un'importante progresso per le mie ambizioni artistiche."

Gran parte del suo repertorio e' composto di pezzi celtici, o comunque antichi, ma alternati a composizioni originali. E` facile bilanciare i due aspetti?
"Compongo pezzi per me stessa, quindi per un fattore molto soggettivo e personale. Scelgo melodie tradizionali, invece, in quanto sono universali, vi si possono riconoscere tutte le eta` e tutte le classi sociali. Quando suono musica tradizionale, parlo di tutti noi. Quando suono composizioni originali, parlo di me stessa."

Qual'e` il rapporto fra la sua musica e la filosofia orientale?
"L'unico vero punto di incontro si ebbe con la serie dei "Crimson". Ma in generale direi che il suono dell'arpa e` un suono capace di guarire spiritualmente, cosi` come gran parte delle sonorita` orientali. Scelgo melodie in funzione di un aspetto contemplativo/meditativo che e` sostanzialmente simile a quello delle musiche orientali. Rispetto ad altri arpisti, tendo anche a improvvisare molto di piu`. Per me l'improvvisazione e` una forma di meditazione. Ogni volta che suono compio un'azione spirituale diversa. La musica celtica racchiude d'altronde una forte dose di misticismo, di poteri magici. L'arpa veniva usata come uno strumento per rituali magici. Oggi ci siamo dimenticati perche' facevamo musica. Forse a quei tempi la gente aveva piu` tempo per meditare..."

Come si sposano la sua filosofia di vita e la sua arte?
"La vita e` un viaggio alla scoperta di se stessi. La mia musica e` un viaggio alla scoperta di me stessa. Direi che sono la stessa cosa. Quando suono, esprimo me stessa, e prima di tutto esprimo me stessa a me stessa. Cerchiamo continuamente il nostro senso di essere qui, e l'arpa per me esprime proprio questo qualcosa che cerchiamo per tutta la vita, attraverso tutti i viaggi, materiali e spirituali, che intrapendiamo."


Craig Chaquico: Una Storia senza Parole
(Copyright © 1997 New Sounds)

Craig Chaquico, leggendario chitarrista della Jefferson Starship, inizio` quattro anni fa la sua carriera solista con l'album "Acoustic Highway", che presto divenne uno dei bestseller della musica new age. Venne seguito da "Acoustic Planet", che praticamente era la seconda parte dello stesso progetto. Quei due album lo hanno imposto nel firmamento dei chitarristi acustici moderni, con uno stile che e` tanto virtuosisticamente raffinato quanto accessibile da tutti. Con il nuovo album, "A Thousand Pictures", Chaquico si e` invece discostato da quello stile per ritornare in parte alle sue origini rock, blues e jazz.

Quale considera la principale differenza fra il nuovo disco e i due precedenti, fra il nuovo Chaquico e quello di quattro anni fa?
"Direi il fatto che non e` un disco solista. Ci sono numerosi ospiti, tutti di grido. La chitarra acustica rimane la voce principale, ma condivide il palcoscenico con altre voci. L'idea ebbe origine dal tour dell'anno scorso. In un certo senso il successo del primo album mi diede la credibilita` per suonare con musicisti di questa caratura. Lo stile e` di conseguenza diverso. Direi che si tratta di musica rock. I dischi precedenti erano piu` acustici, folk, new age. Questo si avvale di una sezione ritmica che e` tipica dei complessi rock. Ma al tempo stesso e` un album di musica jazz, perche' venne composto in gran parte durante un tour in cui mi ero circondato di musicisti jazz (alcuni dei quali suonano anche sull'album). In un certo senso si tratta di un ritorno alle radici, perche' cominciai ascoltanto il jazz dei Weather Report e il rock di musicisti come Pink Floyd e Jimi Hendrix che avevano dentro elementi di jazz (anzi, secondo me quella fu la prima musica new age)."

I primi album erano forse anche piu` autobiografici...
"Ci sono differenze, ma anche somiglianze, nello spirito delle canzoni. I dischi precedenti erano dedicati alla mia famiglia. Anzi, molti dei brani erano stati originariamente composti per mia moglie e per mio figlio. I brani del nuovo album riflettono una condizione meno autobiografica. Ma io spero che anche le canzoni piu` personali diventino sempre canzoni universali. Una canzone romantica composta per mia moglie spero che serva a risvegliare il romanticismo in chiunque, spero che tutti possano sentire la tenerezza per la propria compagna. La bellezza della melodia dovrebbe prescindere dalla specifica occasione che l'ha creata. Non c'e` dubbio che mi piace ancora l'approccio spirituale della new age."

Pero` l'album e` intitolato alle immagini, non alle emozioni...
"C'e` un detto molto popolare, che un'immagine vale mille parole. Vuol dire che un'immagine dice molto di piu` di quanto tu possa dire con un lungo discorso. Analogamente, secondo me, una melodia vale mille immagini. A me piace pensare alla mia musica come a una musica personalizzabile. Io metto insieme elementi visuali, ma non compongo l'intero film. L'ascoltatore puo` comporre la storia a suo piacimento. In ciascuna canzone ci sono elementi di avventura, passione, natura, che ciascuno puo` personalizzare a piacimento."

Da tutti i suoi dischi trapela una sincera preoccupazione ambientale. In piu`, e` famoso per concedere spesso concerti di beneficienza, in particolare negli ospedali. A cosa si deve questo aspetto cosi` umanitario della sua personalita`?
"Penso che derivi dalla mia infanzia. A dodici anni trascorsi un lungo periodo in ospedale, circondato soltanto da infermiere e dottori. Fu un periodo molto brutto per me, ma al tempo stesso fu il periodo in cui intrapresi a suonare la chitarra, l'unico hobby che potevo permettermi immobilizzato a letto. Quella triste esperienza ha lasciato un'impronta profonda nel mio animo, perche' ancora oggi mi sento vicino a chi soffre. Al tempo stesso mi avvicino` di piu` alla natura, che tutt'ora amo e rispetto."

Che ruolo ha giocato nella sua vita l'amicizia con Grace Slick, la cantante dei Jefferson Starship che fu un mito della musica rock psichedelica degli anni Sessanta, e che continua a citare nelle sue interviste?
"La vedo spesso. Adesso abita a Los Angeles. Non canta piu`, ma rimane un faro di riferimento per la mia generazione. Quando cominciai a suonare nei Jefferson Starship ero giovanissimo, e lei era una leggenda vivente, ma cio` nonostante mi tratto` sempre come un suo pari. Per me e` rimasta un modello di vita, prima ancora che di arte. Penso che Grace rappresenti anche un'epoca, che non e` per nulla morta. Molta della moda triviale degli anni Sessanta e` svanita nel nulla, e forse e` giusto cosi`. Ma e` rimasto quello che era il messaggio positivo di fondo della generazione hippie: cercare di costruire un mondo migliore, basato su una qualita` della vita piu` elevata a livello spirituale, non materiale, e su un amore profondo per il mondo e per gli altri. La musica come esperienza comunitaria, la musica come amore. La vita come amore. Penso che questi messaggi siano universali, e certamente sono parte integrante del mio messaggio agli ascoltatori".


Paul Taylor: Una Vita Un Sassofono
(Copyright © 1997 New Sounds)

Paul Taylor e` uno dei fenomeni del jazz 1997. Ha scalato le classifiche con disinvoltura con il nuovo {Pleasure Seeker}, che fa seguito all'altrettanto fortunato {On The Horn}. Il giovane talento americano ha fatto man bassa di riconoscimenti e di vendite. A cosa si deve questo rapidissimo successo?
"Penso di essere stato innanzitutto fortunato" risponde Taylor con modestia. "Una serie di fattori positivi si e` realizzata nello stesso momento. Da un lato ho maturato uno stile elegante e forbito allo strumento. Dall'altro un'etichetta mi ha scoperto e mi ha dato un sound di sottofondo di grande levatura. Il mio stile e il sound dell'etichetta sono perfettamente sintonizzati con i gusti del pubblico. E infine credo che il mio spirito ottimista, vitalista, entusiasta abbia incontrato un bisogno nascosto di tanta gente."

Quando ti sei reso conto che la tua missione nella vita era fare il musicista?
"Ero molto giovane. Direi che mi sono reso conto di essere nato musicista al liceo, quando cominciai a suonare in un complesso con i compagni di scuola e mi resi conto che avevamo successo dappertutto dove suonavamo, dai matrimoni alle feste. A quei tempi suonavo il sassofono alto, poi sarei passato al sassofono soprano, che e` tuttora il mio strumento preferito."

Perche' il sassofono?
"Non ci credera` nessuno, ma... suono il sassofono perche' le mie mani sono grandi. A sette anni venni affidato a un insegnante che doveva decidere cosa farmi studiare. Mi guardo` le mani e decise che erano grandi abbastanza da far di me un sassofonista. Non mi sono mai guardato indietro. Il sassofono e` diventato la mia vita e la mia seconda voce. Oggi il sassofono risuona con la mia personalita` e ne e` parte integrante. Non riuscirei a vivere senza suonarlo tutti i giorni. Non sono certo il primo a sostenere che e` uno degli strumenti piu` vicini alla voce umana, che ne ha la stessa comunicativita`.

Le sue composizioni sono tutte originali. Come nasce una canzone?
"A volte sento le melodia nella mia testa e le aggiungo la groove. A volte viceversa, parto con un accordo e una groove, e poi cerco una melodia che sia appropriata. Sono ispirato un po' da tutti, gente, eventi, emozioni. Non credo che la mia musica abbia un particolare messaggio da convogliare, non ho un tema unitario. Le canzoni riflettono in forma musicale le mie esperienze. Il mio animo fluttua libero sul mondo e raccoglie cio` che mi rende felice. Sono felice di fare musica, e pertanto sono felice nella vita. Ma il segreto di far musica sta nell'equilibrio fra melodia e ritmo. C'e` una linea molto sottile che separa l'uno dall'altra. Nella mia musica voglio che entrambi siano preminenti. Il ritmo e` un fattore chiave, in quanto prepara il terreno per la melodia. Il ritmo deve trascinarti e metterti nell'umore giusto per apprezzare la melodia. E` un'arte di sfumature da cui dipende il successo o il disastro".

Le maggiori influenze?
"Dal punto di vista tecnico, citerei senz'altro John Coltrane, Charlie Parker, Herb Washington Jr, David Sandborn. Sono influenza sullo stile, piu` che sulla poetica."

La direzione del futuro?
"Probabilmente prestero` piu` attenzione all'orchestrazione. Ormai la tecnica ha raggiunto un punto che non puo` essere facilmente migliorato. Arrivi a un livello in cui semplicemente ti scordi la tecnica e semplicemente suoni. A quel punto e` inutile migliorare, significa che sei bravo abbastanza da dire tutto cio` che vuoi poter dire."

Cosa ascolta?
"Molto jazz, un po' di pop, complessi alternativi come Depeche Mode e Dishwalla, molto rhythm and blues."

Discografia

Pleasure Seeker (Unity, 1997) On The Horn (Unity, 1995)


Paul Buckmaster
(Copyright © 1997 New Sounds)

Difficile riassumere in due parole una carriera lunga e complessa come quella di Paul Buckmaster. Basti dire che e` lui la mente dietro al successo di Elton John: curo` infatti le produzioni dei primi dischi multimilionari della star inglese. Le sue orchestrazioni divennero leggendarie nel mondo del rock. Ricordate l'hit di Harry Nilsson, "Without You", poi ripreso da decine di musicisti in tutto il mondo? Anche quello fu frutto dei suoi arrangiamenti. "You're So Vain" di Carly Simon? L'album "Terrapin Station" dei Grateful Dead? Persino Riccardo Cocciante, Teresa DeSio e Tony Esposito si sono avvalsi della sua collaborazione. La sua mano si riconosce facilmente: l'orchestra non prende mai il sopravvento sul complesso rock, sono i singoli strumenti dell'orchestra ad aggiungersi come voci di sottofondo al sound del complesso. Buckmaster "arrangia" in modo selettivo delicato, non in modo monolotico e totale. In effetti, raramente e` l'orchestra intera a suonare. Quasi sempre, sono spunti orchestrali, brevi intermezzi da camera, assoli di oboe o violino, ad abbellire una canzone.

Forse le sue referenze migliori, certamente quelle piu` durature, sono nell'ambito della musica d'avanguardia rock e jazz. Ricordiamo un album con la Third Ear Band, leggendaria band di improvvisatori pan-etnici dei primi anni Sessanta, e dischi con Stomu Yamashta, Nucleus, etc. E cinque album con il cantante sperimentale Shawn Phillips. Neil Ardley, a sua volta arrangiatore jazz, si servi` della sua preziosa collaborazione per la sinfonia jazz di "Kaleidoscope Of Rainbows". Per non parlare di Miles Davis, che aiuto` a registrare l'album "On The Corner"! Uno dei singoli piu` leggendari della storia della musica rock, "Space Oddity" di David Bowie, va annoverata come un'altra delle sue invenzioni. Quel singolo del 1968 (che divenne famoso l'anno successivo, dopo lo sbarco dei primi astronauti sulla Luna) rivoluziono` l'arrangiamento della canzone rock. Tutto cio` che fece dopo, dalla Third Ear Band a Miles Davis, e` forse meno importante di quella canzone. Con la Third Ear Band, con i Nucleus, Con Stomu Yamashta il giovane Paul fu piu` che un arrangiatore: suono` le parti di violoncello e compose gran parte della musica. Sui dischi di Elton John, a partire dal 1970, fu responsabile di tutto l'accompagnamento. E` in queste partiture piu` ardite che Buckmaster trovo` la vera ispirazione. Qui davvero entra in gioco l'orchestra, e Buckmaster si scopre compositore e direttore, oltre che arrangiatore. La sua scrittura diventa improvvisamente nervosa e drammatica, capace di affondare in stati d'animo al limite dell'onirismo.

Insomma a Paul furono sempre aperte le porte della composizione. Fu lui a preferire operare dietro le quinte, dalla cabina di regia. Negli anni Ottanta si limito` a lavorare come arrangiatore. Nel campo del rock alternativo le collaborazioni annoverano Julian Cope, Meat Loaf, Belinda Carslile, Lloyd Cole, 10,000 Maniacs, Marc Almond, Stevie Nicks, Kenny Loggins, Ozzy Osbourne, La sua influenza si estende al country, in quanto ha pennellato due successi di Dwight Yoakam, "Ani't That Lonely Yet" e "Try NOt To Look So Pretty". Naturalmente non si fece sfuggire l'occasione di lasciare la sua impronta anche sulla nascente musica new age, che in pratica metteva a frutto molte delle sue intuizioni senza l'obbligo di accompagnare un cantante. La "Silk Road" di Kitaro divenne una composizione orchestrale grazie alla sua geniale conduzione della London Symphony Orchestra. Pensavate che mancasse il rhythm and blues? Paul ha lavorato con le Pointer Sisters. Il soul? Lionel Ritchie e` stato uno dei suoi clienti. Il pop femminile? Alannah Miles, Paul Abdul, Debbie Gibson, Tori Amos vi dicono nulla? Etcetera, etcetera, etcetera. Per tutto il decennio, Paul fece il pendolare fra Europa, Giappone e USA.

Nato a Londra, da madre italiana, una pianista classica, Paul Buckmaster imparo` a suonare il violoncello alla tenera eta` di quattro anni. A sei anni vinse il suo primo premio musicale. Non c'e` da stupirsi, pertanto, che gli venisse assegnata una borsa di studio per studiare alla prestigiosa Royal Academy of Music di Londra, dove si laureo` all'eta` di 15 anni.

Dal 1987 vive e lavora a Los Angeles, monopolizzato dall'industria del cinema e della televisione. La sua prima colonna sonora data dal 1971, ma soltanto con il trasferimento a Los Angeles la musica per film e` diventata una delle sue principali occupazioni. Adesso e` tornato a lavorare con Elton John, dopo uno iato di ben sedici anni.

Il nuovo disco dell'eccentrico cantante e pianista inglese si avvale di sofisticati arrangiamenti orchestrali, come non accadeva da tempo immemore. Paul si schermisce:
"La parte piu` importante e` quella del pianoforte, sulla quale non ho alcuna voce in capitolo. Poi hanno scelto la sezione ritmica, che costituisce l'accompagnamento essenziale di ogni canzone pop. A mio avviso sono anche molto importanti, come sempre, i testi di Bernie Taupin, ai quali Elton affida con grande maestria interpretazioni che strappano l'applauso. Infine ci sono i miei arrangiamenti, per i quali ho avuto la massima liberta`, ma che sono inevitabilmente vincolati da tutti questi elementi. Sono un professionista della rifinitura, non un vero compositore."

Con il suo curriculum potrebbe pretendere di essere considerato uno dei padri fondatori del sound degli anni Ottanta, cosi` come, per esempio, Phil Spector lo fu degli anni Sessanta. Ma Buckmaster e` contento di essere considerato un artigiano delle colonne sonore e un vecchio hippie un po' bizzarro; e che, ogni sedici anni, un divo come Elton John si ricordi di dovere a lui i milioni di dischi che ha venduto.


Constance Demby
(Copyright © 1997 New Sounds)

Constance Demby, la grande compositrice elettronica di San Francisco, e` una delle massime esponenti della musica sacra dei nostri giorni. I suoi dischi fondono il devozionale e il cosmico in una forma che lei stessa ha battezzato "musica spaziale sacra", al tempo stesso luminosa e terribile. L'opera che ne ha fatto il Bach della new age e` il monumentale "Novus Magnificat", uno dei grandi capolavori della musica sacra dei nostri tempi. L'ultimo disco e` invece "Aeterna", un lavoro che ha accentuato la sua propensione per armonie classicheggianti.

Perche' la spiritualita` e` importante?
"E` la cosa piu` importante. E` anzi ironico che proprio la cosa piu` importante della nostra esistenza e` anche quella che viene piu` facilmente dimenticata. E` fin troppo facile dimenticare chi siamo e di cosa siamo fatti quando veniamo travolti dalla frenesia della vita quotidiana, dallo stress, dagli affari, dagli impegni familiari, dalle mille incombenze mondane. Poi, all'improvviso, ti fermi, ti guardi attorno, ti rendi conto di dove ti trovi... e allora provi il bisogno di ricordarti da dove veniamo, e chi siamo e dove stiamo andando. La prospettiva cambia di 180 gradi. Sei sempre tu, ma hai riconquistato qualcosa che stavi perdendo. Quel qualcosa e` la parte piu` profonda ed essenziale di te stesso. Nella nostra epoca la spiritualita` e` l'unica cosa che ci possa salvare. Viviamo in un'era in cui abbiamo portato tutto sull'orlo della catastrofe. Tutto va al contrario, e` capovolto, come in un incubo. I valori veri, onesti, puri della vita sono stati relegati in secondo piano per lasciar spazio ai valori dell'avidita` e della corruzione. I valori che guidano le nostre vite sono valori che implicano mancanza di rispetto per la Terra, per gli animali, per gli alberi, per la gente, per noi stessi. I valori piu` importanti sono rimasti in fondo. Le qualita` piu` basse guidano il mondo. E che cio` non funzioni e` facile constatarlo: basta leggere i giornali, o le statistiche di omicidi e suicidi. L'unica via d'uscita consiste nel riconoscere e vivere nel cuore i valori spirituali. I valori spirituali sono sempre stati importanti e lo diventeranno sempre di piu` precisamente perche' l'umanita` si e` spinta cosi` lontano da essi. La gente rispetta il dollaro invece rispettare la vita umana."

Come puo` la musica operare in questo scenario apocalittico?
"Certi tipi di musica, non tutta la musica, possono aiutare a recuperare quella spiritualita` perduta. Parlo della musica nella quale il compositore e` entrato in contatto con una sorgente, in cui il compositore e` autenticamente ispirato da una sorgente. L'ascoltatore viene allora avvolto nella musica e viaggia, insieme al compositore, nello stesso luogo in cui il compositore ha trovato la sua sorgente. L'ascoltatore viaggia verso quel luogo e la` si ricorda, si ricorda chi e` e da dove viene. E si eleva al di sopra delle tre ordinarie dimensioni della vita quotidiana. L'ascoltatore assorbe energia dal compositore, si leva biblicamente e resuscita nel reame dello spirito e del cuore. Il mio "Novus Magnificat" aveva precisamente questo obiettivo. E molti dei miei fan mi scrivono che sono stati cambiati dalla mia musica, sono stati aiutati a ricordare che esiste anche un reame dello spirito. Questo tipo di musica parla una lingua spirituale con ogni singola nota, e ricorda continuamente all'ascoltatore che esiste qualcosa di molto piu` grande, un universo di emozioni senza confini da cui possiamo trarre energia infinita. Ma il limite e` che l'ascoltatore puo` andare soltanto tanto lontano quanto e` andato il compositore: anzi, e` gia` tanto se arriva li`. Per cui il compositore e` determinante. E` lui a decidere cosa ne sara` dell'ascoltatore. Quando ascolto musica, spesso mi annoio, perche' mi rendo rapidamente conto che il compositore non e` andato abbastanzs in alto e a fondo rispetto a quanto faccio io. Un altro modo, piu` tradizionale, di dire la stessa cosa e` che lo scopo dell'arte e` nobilitare l'umanita`. Dopo aver ascoltato o guardato un grande lavoro d'arte, il fruitore ne viene trasformato perche' ha ascoltato una lingua universale. Penso alla differenza fra arte soggettiva e arte oggettiva. L'arte soggettiva si riferisce a un'esperienza personale, e tutti hanno un'esperienza diversa. L'arte oggettiva, invece, e` universale. Una cattegrale gotica ispira la stessa sensazione a tutti. Per nobilitare l'umanita` abbiamo bisogno di piu` arte oggettiva, ma oggi non vedo questo bisogno riflesso nella musica popolare."

Quindi l'artista ha una precisa responsabilita`?
"Certamente. L'artista deve rendersi conto della grande responsabilita` che ha quando porta qualcuno con se` in un viaggio: se li porti in una zona d'ombra, li danni, non sai quello che puoi causare loro. Per esempio, la musica ambientale che e` di moda oggi non ti fa necessariamente bene, spesso vieni lasciato nella zona d'ombra. L'artista deve essere capace di prenderti per mano, ma poi non deve abbandonarti nel mezzo del viaggio. C'e` un passo di redenzione che non puo` essere omesso. Altrimenti ti rimangono dentro soltanto sensazioni tenebrose, e sono certo che alcuni artisti ti lasciano li` apposta. Ma secondo me la mia responsabilita` e` di completare il viaggio, di portarti dentro e fuori la zona d'ombra. E` cosi` che il dolore puo` essere guarito. Non basta portare il malato in camera operatoria: bisogna anche operarlo. Nei miei pezzi l'ascoltatore viene spesso condotto in un mondo di emozioni tristi, e talvolta si commuove e talvolta piange, ma alla fine del viaggio e` successo qualcosa di catartico e l'ascoltatore ha riacquistato la pace. E` il concetto di "agape" degli indiani. Il compositore deve escogitare qualcosa per lasciare l'ascoltatore non nel buio ma in agape. Alla fine, deve rimanere soltanto la bellezza."

A che punto si trova lei nella sua carriera?
"A una regressione verso l'uomo. Per questa ragione "Aeterna" e` dedicato al cuore umano. "Novus Magnificat" era dedicato all'eternita`, agli spazi intergalattici, "Aeterna" ritorna all'uomo, alla Terra. Lo spirito sta per venire sulla Terra in molte forme e il caos e` un esempio di luce che penetra la materia e la distrugge. E` come quando Gesu entra nel tempio. Stiamo entrando in un altro millennio, in un'altra era. L'accelerazione e` spaventosa. Ci stiamo muovendo sempre piu` in fretta. Aiuta tutti avere una tecnica, una disciplina, per fermarsi e meditare. "Aeterna" proponeva proprio questa tecnica. Allo stesso tempo ho accentuato i contatti con il mio pubblico, ho tenuto concerti, workshop di guarigione, forum di composizione per giovani e adulti. Mi sono avvicinata all'industria cinematografica. Quest'estate ho aperto un mio studio, che considero un tempio di musica sacra. Nel 1998 comincero` a lavorare a un nuovo album, che sta crescendo da anni dentro di me. Sara` la logica prosecuzione, un ritorno alla nostra Madre Terra, che mi sta chiamando da ani e ha una canzone che vuole che io le canti, una canzone cosi` immensa... Sto procedendo verso il mio immenso amore per la nostra Madre Terra. Spero che il mio prossimo disco sara` una comunione sacra con la Terra."