Dalla pagina degli Who di Piero Scaruffi: testo originale di Piero Scaruffi a traduzione di Stefano Iardella
(Testo originale di Piero Scaruffi)

La parabola degli Who e` una delle piu` intrepide e interessanti degli anni '60 britannici. Il gruppo inizio` nei panni dei mod, dei giovani teppisti di London, con un sound chiassoso e testi arroganti (due spanne sopra tutti gli altri), ma poi scopri` la propria vocazione nella rock opera (secondo una tradizione britannica che risale almeno a Dickens, e che era stata trasposta nel rock dai Kinks) e infine trovo` un curioso equilibrio fra spirito polemico e spirito "progressive", fra rock e classicismo. Di quella generazione sono probabilmente i piu` vicini al punk-rock del 1976 in tal senso quelli che sono invecchiati di meno.
La musica degli Who e` una delle piu` autobiografiche dell'epoca. Se i Kinks furono ossessionati dalla societa` in cui erano cresciuti, se gli Animals furono ossessionati dai dilemmi della propria generazione, gli Who furono ossessionati dall'inizio alla fine da se stessi. Nel primo periodo (quello degli inni generazionali) gli Who sfogavano la propria frustrazione con lo spirito di una squadra di teppisti ubriachi. Nel secondo periodo (quello delle opere rock) gli Who trasposero in chiave psichedelica e teatrale la loro vicenda generazionale. Nel terzo periodo gli Who rifecero all'infinito il verso a se stessi con testi che erano spesso pura auto-celebrazione,

All'inizio (1963) si chiamavano High Numbers e suonavano Dixieland jazz e rhythm and blues (il loro primo 45 giri fu I'm The Face di Slim Harpo nel 1964). Ma la loro vera ispirazione furono i rocker virulenti e ribelli come Eddie Cochran e Gene Vincent, al cui tragico destino tutta l'opera degli Who e` indirettamente dedicata. Un'altra chiara influenza furono Johnny Kid & The Pirates, forse il complesso piu` originale in Inghilterra prima dei Rolling Stones, i primi a usare una formazione di chitarra, basso, batteria e cantante e i primi a suonare un ruvido e potente rock and roll chitarristico. Ma Pete Townshend emerse subito come un compositore vibrante e originale, per cui gli Who non ebbero bisogno della lunga serie di cover che caratterizzo` altri gruppi dell'era.

Ribattezzati Who dal loro manager, i quattro inventarono un nuovo genere musicale con I Can't Explain (gennaio 1965), l'epico grido che per primo rivendico` un'identita` per i giovani britannici, uno "shout" che incorporava il "baby talk" accorato di Buddy Holly e il riff di You Really Got Me dei Kinks, con il drumming funambolico di Moon che oscurava quasi il canto.
Townshend componeva ritornelli elementari, ma la sua chitarra e la batteria di Moon li trasformavano in qualcosa di epico. Townshend scriveva anche liriche piu` o meno ispirate a Dylan, ma adattando la pomposa prosa dylaniana (pensata per gli intellettuali dei sit-in e gli hippies delle marce della pace) al prosaico gergo dei teppisti di strada. Dylan scriveva salmi, comizi e profezie: Townshend scriveva inni. Daltrey era un cantante solenne, anche se poco originale rispetto agli Eric Burdon (Animals), Van Morrison (Them) e Mick Jagger (Rolling Stones) ma forse proprio per questo finiva per suggestionare di piu`. L'inno anarchico di Anyway Anyhow Anywhere (maggio) faceva leva su un boogie mozzafiato oscillante fra momenti di suspense e deflagrazioni cacofoniche.
Alla fine dell'anno (dicembre) l'atroce, marziale, balbuziente e prepotente slogan di My Generation, lacerato da sincopi, distorsioni, clapping e jamming generali, in un fragoroso e apocalittico satori atonale, cambio` per sempre la storia della musica rock.

Quei primi 45 furono rivoluzionari da qualunque prospettiva li si esamini. Dal punto di vista sociopolitico, gli Who furono gli unici a esordire direttamente con gli inni generazionali. Gli altri, da Dylan agli Stones, c'erano arrivati poco alla volta. Gli Who nacquero con l'inno generazione, con la chiamata alle armi, con l'atto di rottura. Gli altri erano stati una piu` o meno lenta/brusca progressione dalla tradizione verso il rock. Gli Who non proponevano nessun ponte con il passato, soltanto un uragano di suoni elettrici e percussivi.

Facendo leva sul rock and roll, quella serie impressionante di detonazioni scardinava del tutto la struttura del Merseybeat (una struttura gia` incrinata dalla guerriglia urbana dei Rolling Stones). My Generation, in particolare, segno` una vera rivoluzione musicale: l'ingresso in classifica della distorsione sconvolse l'estetica della musica di consumo, e il verso "hope I die before I get old" funse da dichiarazione di guerra ufficiale contro il mondo degli adulti. Con queste epiche bordate gli Who conquistarono, all'interno della nazione mod, il predominio della zona occidentale di London (dall'altra parte c'erano gli Small Faces).
Questi capolavori a 45 giri costituivano la colonna sonora di una guerra combattuta dai giovani agli inizi degli anni '60 per imporsi e farsi rispettare come classe sociale a se stante.
Quei brani riscoprivano in pieno l'essenza violenta e ribelle del rock and roll, quell'essenza che gli idoli telegenici prefabbricati come Presley e Beatles avevano ridimensionato. Come i primi rockers del 1955, anche gli Who erano lo sfogo di rabbia di una generazione di giovani che era conscia della propria impotenza a cambiare le cose e reagiva tentando di sfasciare tutto.
Fracassando gli strumenti sul palco, gli Who chiudevano quel circolo di ribellione che Chuck Berry e i Rolling Stones avevano tracciato a meta`, e che sara` la bibbia degli artisti piu` travagliati del rock. Con gli Who la storia del rock and roll ricominciava da zero.
A quella base sonora gli Who accoppiavano un impeto scenico terrificante. La loro fama crebbe di pari passo con l'efferatezza del loro show, un'esibizione di violenza gratuita senza precedenti sui palcoscenici del compassato Regno Unito.
In tal modo gli Who portarono sul grande palcoscenico del Merseybeat lo schifo e la paura dei sobborghi. La sottocultura mod trovo` in loro i suoi martiri, disposti ogni sera a fracassare gli strumenti al termine di act scatenati. E la vita di strada trovo` i suoi demagoghi.
La furia, il sadismo, la rabbia, erano il prodotto autentico di una turbolenza generazionale di cui gli Who furono effettivamente analfabeti portavoce. Ma gli Who scoprirono involontariamente un mercato gigantesco, che non era mai stato sfruttato: quel sound affascinava anche i kids piu` borghesi e conformisti. La voglia di suono "duro" era generale.

Gli Who, naturalmente, avevano anche origine da una forma di reazione alla ipocrita civilta` Merseybeat (Beatles e compagni), a quell'anticaglia di coretti graziosi e chitarrine timide in cui si riconoscevano ben pochi giovani dei bassifondi.

Nessuno dei quattro era un virtuoso al proprio strumento, ma ciascuno dei quattro era un genio al proprio strumento. Sotto l'influenza di Link Wray, Pete Townshend invento` uno stile barbaro e isterico alla chitarra, e fu uno dei primi a usare radicalmente il feedback (ma avrebbe usato qualsiasi cosa gli consentisse di produrre rumore). Roger Daltrey si faceva largo nel baccanale dei compagni con versi animaleschi che fungevano da vere e proprie urla di guerra e con un tono "vissuto" in cui si riconoscevano i kids della suburbia. Keith Moon non aveva nulla della sofisticazione jazz e blues (da cui provenivano quasi tutti i batteristi dell'epoca) ma sommergeva le canzoni di battiti quasi tribali e il moto perpetuo della sua batteria invento` presto un nuovo stile. John Entwistle completava la formazione con le sue vigorose frasi di basso. Il compositore del gruppo era Townshend, geniale nel comprimere tanta violenza in ritornelli, acrobatico nello stipare accordi grezzi e assordanti dentro la forma-canzone.

La chimica era perfetta. Daltrey impersonava il vero mod dei quattro, l'anima perversa degli Who. Entwistle rappresentava l'altro polo, quello melodico. Moon era il drogato e il pazzo del gruppo, ma sovente la linfa vitale dello show. Townshend l'agente catalizzatore, che fagocitando le altre personalita` ne innescava e controllava le reazioni, l'intellettuale dotato di una acuta capacita` di sintesi che riusci` a creare una "maschera" emblematica della propria generazione, l'"Everykid" (il ragazzo qualunque).

Grazie a questa estetica alternativa, gli Who furono i primi cultori del caos, i primi consapevoli profeti dello "stato brado", i primi rumoristi intransigenti, le prime stelle del rock amatoriale (che diventera` poi garage-rock e punk-rock).

Una stagione era pero` gia` alla fine e lo dimostrano gli hit del 1966, tutti dedicati a un'analisi semi-seria del mondo degli adolescenti: Substitute (marzo), un melodico con una leggera inflessione soul e frastornante lavoro di batteria, I'm A Boy (agosto), un ritornello surreale su un adolescente incompreso dalla madre (con ritmo di trombone e grancassa), e Happy Jack (dicembre), un mezzo vaudeville sullo scemo del villaggio, con progressioni ritmiche mozzafiato e ritornello in falsetto.
Si tratta di brani molto piu` moderati dei precedenti. Sul primo album, My Generation (Brunswick, 1965), compaiono anche una The Kids Are Alright, con coretti degni del Merseybeat ma sempre con impeto selvaggio, e la psichedelica The Ox (con Nicky Hopkins al piano e un uso cosciente del feedback); mentre sul secondo, A Quick One (Reaction, 1966), spiccano le eccentriche armonie di Boris The Spider e debutta la suite di dieci minuti A Quick One (un'anticipazione della rock opera).

L'impatto della psichedelia si fa sentire sui brani del 1967: Run Run Run, Pictures Of Lily e Doctor Doctor, che fondono elementi disparati come le fiondate quasi hard-rock di Townshend, il drumming martellante di Moon, melodie soffici e i primi timidi effetti elettronici. Al festival di Monterey di giugno gli Who sembrano scaricare le residue energie.

Gli Who si rifanno una reputazione, da analfabeti a intellettuali della suburbia, con Sell Out (Track, 1967), che e` strutturato come un collage di canzoni e una parodia degli intermezzi pubblicitari. L'album sembra un incrocio fra Freak Out di Frank Zappa e i dischi dei Kinks degli stessi anni.
I Can See For Miles, Armenia City In The Sky, Mary Anne With The Shaky Hand sfoggiano un melodismo etereo e quasi parodistico, debitore del musichall quanto del rock and roll. Rael e` un'altra lunga suite, un'altra fantasia melodico-strumentale a ruota libera. Per gli amanti della psichedelia e della canzone "progressiva", questo rimarra` il capolavoro del gruppo.

Tommy (Track, 1969) e` in parte la continuazione di quel progetto e in parte un voltafaccia clamoroso, essendo si` progressivo e psichedelico, ma al tempo stesso melodrammatico e pomposo, al tempo stesso affermando la statura artistica del gruppo e rinnegando le proprie radici di ribelli.
Tommy e` innanzitutto la rock opera per eccellenza, la rappresentazione musicale di una storia che un'allegoria per la loro generazione. La vicenda ha per protagonista un mago del flipper che ha la sventura di essere diventato cieco sordo e muto da bambino dopo il trauma causato dall'aver assistito a un omicidio. La musica che l'accompagna ha perso gran parte della spontaneita` (e quindi dell'aggressivita`) dei primi 45 giri. Anzi, e` palesemente pianificata a tavolino, attenta ai dettagli, puntuale nei contrappunti e delicata nei fraseggi. Il riff, la foga corale e il ritmo d'assalto, che erano stati la struttura portante dei loro inni, vengono fusi ad arte con un lattice di pathos che indulge nel trionfalismo epico piuttosto che nello scatto fulmineo e rabbioso. E` soprattutto lo show personale di Townshend, che dimostra abilita` nel comporre e nel dirigere, anche se talvolta l'opera scade nel feuilleton, nella retorica, nell'ingenuita`.
I capolavori del disco sono probabilmente i brani che meglio fanno da ponte fra le due ere: I'm Free, uno dei loro riff (ma di piano) piu` epidermici ed anthemici; Pinball Wizard, con l'impeto vocale e le fratture ritmiche dei bei tempi; e The Acid Queen, cattiva e insinuante. Ma non meno pathos e` nascosto nelle fibre eleganti e nervose di Amazing Journey, Go To The Mirror, We`re Not Gonna Take It, che sprecano enfasi melodrammatica.
Il nuovo metodo e` anche troppo in vista nell'Ouverture e nella lunga Underture, i due episodi piu` pomposi. Sono fantasie melodiche solo strumentali che riprendono a collage le arie dell'opera e sono i movimenti in cui davvero sembra di essere all'opera.
A Quick One e Sell Out erano state prove generali, e si sente: temi musicali e parti strumentali sono ripresi dalle loro suite (in particolare l'Underture da Rael).
Ma soprattutto Townshend attinge a piene mani dall'inesauribile patrimonio del folk bianco (Sally Simpson, Can You Hear Me).
Lungi dall'essere perfetto, Tommy vanta pero` alcune delle melodie piu` originali dell'epoca, non corrive come quelle dei Beatles e corredate da spunti strumentali originali.

Nel frattempo pero` gli Who continuano a cesellare brani rivoluzionari, non solo nel tema ma anche nella struttura: Magic Bus (1968), il capolavoro lisergico e tribale di Moon, un ossessivo delirium tremens alla Bo Diddley, una selvaggia tregenda, una valpurgisnacht che rimarra` uno dei vertici della psichedelia britannica; The Seeker (1969), un cattivo e febbrile blues-rock da saloon.
Questi Who "alternativi" a quelli ufficiali e austeri della rock opera sono documentati soprattutto dal Live At Leeds (1971), da molti considerato nell'Olimpo degli album live insieme al primo live degli Allman Brothers e a quello di Dylan & Band, con due epiche versioni di My Generation e Magic Bus (la riedizione su CD aggiunge ben quaranta minuti di musica).

Who's Next (Track, 1971) e` anzi uno dei loro capolavori, e uno dei capolavori del rock and roll. Parte del materiale deriva da The Lifehouse Chronicles, che doveva essere un'altra rock-opera ma verra` realizzata soltanto vent'anni dopo. L'album esplose con un altro tardivo brano della serie generazionale: We Won't Get Fooled Again, capolavoro vocale di Daltrey dopo i singhiozzi psicopatici di My Generation, e forse capolavoro dell'intero hard-rock britannico, con l'organo che martella figure boogie colorate e trascendenti, con la chitarra che erompe raffiche di riff trascinanti e con un tipico ritornello beat. L'apice di pathos si ha quando un assolo "minimalista" dell'organo crea una suspense che viene infranta brutalmente dall'urlo licantropo di Daltrey e da una grandinata di batteria di Moon.
Poi c'e` l'omaggio a Terry Baba O'Riley, che fonde mirabilmente le pulsioni hard-rock del complesso con il raga minimalista di Riley, ed e` anche un saggio di come Townshend padroneggi le tastiere elettroniche.
Daltrey e` diventato un crooner eccezionale, come dimostra il climax della ballad romantica Bargain.
A differenza degli Stones, che sono rimasti i teppisti sguaiati che erano, gli Who sono diventati uno dei complessi piu` eclettici e smaliziati della propria generazione.

La seconda rock opera degli Who, Quadrophenia (Polydor, 1973), fa leva proprio sulla statura musicale del gruppo. Le tastiere di Townshend (con i loro effetti pseudo-orchestrali) sono piu` protagoniste della chitarra. Daltrey non urla ma solfeggia. Gli arrangiamenti sono molto piu` sofisticati non solo dei loro dischi ma dello stesso progressive-rock dell'epoca. Sembra un po' la versione tecnologica e sinfonica di Tommy.
Questa volta si tratta di un affresco della generazione mod e al contempo un album di ricordi personali.
L'impalcatura monumentale finisce pero` per esasperare i difetti di Tommy: verbosita`, dispersione e ridondanza. Se si ode ancora risuonare il riff generazionale in The Real Me (forse la miglior fusione di arrangiamento sinfonico, riff di hard-rock ed enfasi rhythm'n'blues), le vibrazioni dure degli Who si limitano a scuotere 5:15, un boogie pianistico accompagnato da fragorosi fiati rhythm and blues. Qualche tic nevrotico affiora anche in The Punk And The Godfather, Dirty Jobs, Bell Boy.
Epos per epos, quantomeno il melodramma e` davvero marziale in Doctor Jimmy, grazie a un paio di controtempi da brivido, commoovente nello strumentale The Rock, trascinante nel finale mistico e patetico di Love Reign Over Me, degno di una sinfonia di Cajkovsky.
Anche in questo disco non mancano le citazioni country, blues e vaudeville, ma sono sommerse da strati e strati di arrangiamento elettronico.

Gli Who sembrano aver esaurito le loro risorse creative con questo formidabile sforzo. Entrambe le rock opere godranno di allestimenti teatrali.

Per il resto del decennio il complesso vive di rendita, imitando il proprio sound a ripetizione con Long Live Rock (1974), Squeeze Box (1975), Who Are You (1978).

Keith Moon, uno dei piu` spettacolari batteristi del rock, muore nel 1978. (E, per ironia della sorte, nel primo tour dopo la sua morte moriranno undici spettatori). Al suo posto viene chiamato Kenny Jones degli Small Faces, ma gli Who sono ormai agli sgoccioli. You Better You Bet e` l'ultimo successo, tratto da Face Dances (1981).

Best Of Last Ten Years (Polydor, 1975) e Kids Are Alright (Polydor, 1979) sono valide antologie.

La parabola musicale degli Who riflette tutto sommato quella ideologica della loro generazione: dallo spirito ribelle e dalle pulsioni di auto-distruzione dei primi anni, che interpretano un profondo malessere esistenziale, al rifugio qualunquista nelle droghe e alle patetiche auto-celebrazioni della tarda eta`.

Gli Who sono stregoni che hanno sempre celebrato riti: al rito propiziatorio della forza bruta (della demolizione premeditata, dell'apocalissi generazionale) hanno in seguito affiancato il rito evocativo della nostalgia. Proprio evocando i fantasmi di quei cicloni sterminatori, di quella balbuzie rock che tempestava nelle vene di una generazione sul punto di esplodere, di quel bulinar microfoni e chitarre per aria come bandiere, di quello sperticare e calpestare gli strumenti affinche' gridassero anche loro con sibili distorti e rombi tribali la rabbia e la voglia di vivere una vita diversa, di quel torturare il suono fino a emettere un verso turpe di bisogno primordiale, gli Who si sono dimostrati i reduci piu` fedeli delle prime barricate rock.

Nel suo insieme la mitologia Who-ana (esposta prima nei 45 giri e poi nelle rock-opere) ha reso omaggio all'epica e alla metafisica del teppismo giovanile: se Ray Davies fu il Dickens del rock e Mick Jagger ne fu il Faust, Townshend ne puo` a buon diritto essere considerato l'Omero.

Sia Entwistle sia Daltrey hanno inciso diversi dischi solisti, ma non particolarmente originali.

Pete Townshend, che era diventato compositore sempre piu` forbito e intellettuale, e sempre meno rocker ribelle, continuo` di fatto quella progressione sui suoi dischi solisti.

Con Who Came First (Atlantic, 1972) Townshend si discosto` nettamente dal cliche' arrabbiato dei primi Who per abbracciare la teosofia della sua guida spirituale, il guru Meher Baba. Le canzoni a tema compongono un piccolo breviario di meditazione orientale. La musica ne soffre un po', e soltanto Pure And Easy e l'epico blues-rock Let's See Action (1970) appartengono al repertorio maggiore.

Street In The City (con sezione d'archi) e My Baby Gives It Away sono le perle di Rough Mix (1977), una collaborazione con Ronnie Lane in gran parte improvvisata in studio (collaborano anche Eric Clapton e Charlie Watts dei Rolling Stones).

Let My Love Open The Door e Rough Boys sono i due numeri migliori di Empty Glass (1980), seguito dal mediocre All The Best Cowboys Have Chinese Eyes (1982), arrangiato in maniera barocca ma scarsamente incisivo (Face Dances Part Two, Uniforms, Stardom In Action).

White City (1985) e` un concept dedicato a un quartiere povero di London. Townshend trovera` il successo con il bailamme disco di Face The Face (1985).

Iron Man (1989) e` un'altra rock opera allestita con musicisti celebri nelle parti principali (la storia e` adattata da una fiaba del poeta Ted Hughes). A Friend Is A Friend e` il singolo, Was There Life e A Fool Says sono canzoni sofisticate, ma pochi pezzi hanno l'effervescenza che serve a tener desta l'attenzione.

Psychoderelict (Atlantic, 1993) e` un altro concept organizzato come un collage di canzoni (in particolare English Boy), narrazioni e passaggi strumentali. E` un formato che assomiglia sempre piu` a un incrocio fra i musical di Broadway e le "radio play" della BBC. Questa volta la storia e` quella di una vecchia star sul viale del tramonto. English Boy ha la verve dei tempi d'oro e canzoni come Now And Then non mancano di classe e perizia.

Nel 1993 Tommy divenne anche un musical a Broadway, ma Townshend cambio` drasticamente il messaggio in maniera revisionista. Cool Walking Smooth Talking Straight Smoking Fire Stoking (Atlantic, 1996) e` un'antologia della carriera solista di Townshend.


(Translation by/ Tradotto da Stefano Iardella)

Il cofanetto da sei dischi The Lifehouse Chronicles (Eel Pie, 2000) contiene la musica originale della leggendaria opera rock ideata da Townshend dopo Tommy e mai realizzata e anche la versione presentata come spettacolo radiofonico sulla BBC.

John Entwistle morý di infarto nel giugno 2002.

Roger Daltrey e Pete Townshend continuarono come The Who. Il mini-album Wire & Glass (2006) contiene una nuova opera rock, probabilmente la peggiore composizione di Townshend di tutta la sua carriera, successivamente incorporata nell'album Endless Wire (2006).

Truancy (2015) Ŕ un'antologia del lavoro solista di Townshend.

The Who (2019), il loro primo album di materiale inedito in 13 anni, contiene il singolo Ball and Chain, una rielaborazione della canzone Guantanamo (2015) di Pete Townshend.


Torna alla pagina degli Who.