- Dalla pagina sui Type O Negative di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve.
I Type O Negative hanno raggiunto forse la fusione più scioccante di linguaggio metal, industrial e gotico. Con il cantante Peter "Steele" Ratajczyk che impersona in modo convincente uno psicopatico che pronuncia invettive nichiliste, razziste, sessiste e fasciste, il tastierista Josh Silver che modella grandiose architetture sonore, e il chitarrista Kenny Hickey che evidenzia la turpitudine delle storie con rumori condannanti, la visione terrificante di Slow Deep And Hard (1991) acquisisce una dimensione metafisica oltre le sue sfumature iperrealistiche, colmare i temi filosofici del sesso e della morte come farebbe una messa nera. L'ambiguità morale si traduceva in ambiguità musicale, mentre i ritornelli degli inni vacillavano come canti funebri, i riff epici urlavano come spasmi agonizzanti nella lotta per la sopravvivenza e le fantasie omicide raggiungevano l'apice con l'apoteosi malvagia. Contrasti e giustapposizioni offuscavano la differenza tra inferno e paradiso. Ogni canzone era strutturata come una sequenza di movimenti, ogni movimento organizzato in modo diverso e la sequenza portava ad una suspense implacabile. Sembravano mini-sinfonie wagneriane composte nell'Inferno di Dante e sovraccaricate di paura e disperazione. L'apocalisse si placò con Bloody Kisses (1993), un affresco più sincero di violenza urbana.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Bio.
I Type O Negative sono stati per tutti gli anni '90 uno dei fari della musica rock che confina con heavy metal, industriale e gotico. In quel piccolo inferno il complesso ha scolpito alcune delle pagine più drammatiche e allucinanti della storia del rock. Il nichilismo e l'efferatezza delle loro canzoni hanno pochi eguali. I Type O Negative sono profeti del vuoto morale, per i quali il Paradiso dovrebbe semplicemente essere una Auschwitz senza la scritta "Arbeit Mach Frei".

Peter Steele (all'anagrafe Ratajczyk) batteva già i locali malfamati di New York a metà degli anni '80 quando cantava in un complesso di thrash-metal denominato Carnivore. I brani dell'album Carnivore (Roadrunner, 1986) costituiscono un murale abbacinante della società dopo l'Apocalisse, una sorta di "Alien" musicale. Dopo un altro disco, Retaliation (1987), con il nuovo chitarrista Marc Piovanetti, il gruppo si sciolse.

Steele, suicida recidivo ed ex poliziotto, formò allora i Type O Negative con Kenny Hickey alla chitarra e Sal Abruscato alla batteria (il cantante stesso al basso, uno dei bassisti più creativi dell'heavy metal). Steele era già famoso per i suoi testi razzisti, fascisti e maschilisti; ma i Type O Negative dovettero il loro rapido successo nell'ambiente alternativo anche al quarto membro, Josh Silver, al cui lavoro smaliziato alle tastiere era dovuto gran parte del melodramma.

L'album Slow Deep And Hard (Roadrunner, 1991), un concept autobiografico a tratti autoparodistico, uno dei capolavori dell'heavy metal, è uno spaccato terrificante (e talvolta funereo) di spaventose nevrosi urbane. Il loro connubio di death-metal, musica industriale e hardcore viene infatti messo al servizio di un museo di patologie criminali che sottendono le perversioni latenti in ogni cervello frustrato. Le grida bestiali (più che "le canzoni") di Steele in quel caos dissoluto di suoni assumono una valenza epica: è epica la lotta per la sopravvivenza (morale e materiale) compiuta da ognuno di quei cervelli tutti i giorni.
Il disco è suddiviso in sei lunghe composizioni, ciascuna delle quali è a sua volta composta di diversi movimenti. Unsuccessfully Coping With The Natural Beauty Of Infidelity comprende una breve introduzione di speedmetal su testo dotto (Anorganic Transmutogenesis), che poi si stempera all'improvviso in un'atmosfera quasi paradisiaca; ha inizio Coitus Interruptus, le cui parti di cantato sono semplicemente un uomo e una donna che hanno l'orgasmo; le parti strumentali accompagnano con adeguate apoteosi, in particolare una chitarra acustica e l'elettronica; è proprio l'elettronica a impostare poi la tonalità trionfale di I Know You're Fucking Someone Else, che, se fosse cantata in un registro umano (invece che essere gridata in maniera bestiale), potrebbe essere un hit di synth-pop; e che poi riprende con la stessa melodia ma un arrangiamento da rave-up degli anni '60, con tanto di coro, crescendo isterico, riff di organo e assolo di chitarra.
L'ouverture di Der Untermensch è un brano strumentale che accumula semplicemente suoni sgradevoli e rimbombanti (per lo più elettronici) e "tira la volata" all'hardcore di Socioparasite, una delle loro tipiche arringhe nazifasciste; un altro incubo strumentale introduce Waste Of Life, secondo pannello dell'affresco dei reietti, che infatti riprende subito le cadenze scapestrate, ma questa volta sottolineate da una linea melodica di synth, come per inquadrare lo squallore di quelle vite dalla prospettiva disperata della condizione umana; il brano si chiude su cadenze industriali e in un clima plumbeo. Non c'è compassione, soltanto contemplazione delle miserie umane.
Sono mini-sinfonie cariche di paura, che non esitano a confrontarsi con i temi più turpi e raccapriccianti. Nel bel mezzo di Xero Tolerance viene intonata una messa per organo e Steele declama "and now you die": la musica descrive l'assassinio dal punto di vista della mente malata di vendetta dello psicopatico, descrive la sua efferata gioia nel vedere la vittima spegnersi sotto i suoi occhi. Subito dopo il brano si lancia in un pow-wow tribale a velocità supersonica, in un tripudio macabro di impulsi omicidi, mentre Steele racconta come aveva meticolosamente preparato il crimine.
Dalla morte al sesso: Prelude To Agony, aperto da frasi marziali che creano una suspense da thriller, è invece il resoconto di una violenza sessuale, ma trasformato in un cerimoniale di auto-adorazione dell'atto di stupro, con Steele che gode delle urla della vittima mentre la violenta con un martello pneumatico e mentre un coro funebre di monaci (campane e vento in sottofondo) conferisce all'evento un valore sacro. La messinscena sonora è talmente efficace che il brano, quest'orgia di pulsioni sessuali e di misoginia acuta, mette a disagio quasi come se fosse un documentario dettagliato di quella scena terribile.
Ancora il coro di monaci (e passi incatenati di dannati) conduce lo strumentale Glass Walls Of Limbo, forse il più tetro della storia della musica rock, che corona la loro ricerca di una tecnica barbara e sinistra fino al parossismo.
Il sabba selvaggio di Gravitational Constant muta lentamente in un requiem per il protagonista, ovviamente (a questo punto) condannato al suicidio: "suicide is self expression".
Le sonorità dell'album sono sempre dense e tragiche, non concedono tregua. Pervaso da un "wagnerismo" post-industriale alla Foetus, che si sposa alla retorica ultrapunk, deragliato da un'esplosione incontrollata di squilibri psichiatrici, Slow Deep And Hard compie un viaggio sub-dantesco a più livelli: dentro l'inferno della mente alienata, dentro l'inferno della società post-industriale e dentro l'inferno della condizione umana. Non riemerge da nessuno dei tre; si trova a suo agio in tutti e tre. Proclama l'inferno paradiso, proclama se stesso santo, proclama i propri crimini sacramenti.
I titoli altisonanti dei brani (che non hanno nulla a che vedere con i temi dei testi e si riferiscono per lo più a fenomeni fanta-scientifici) aggiungono un'ulteriore incognita tanto all'esegesi critica quanto alla terapia psichiatrica. Forse la liturgia del perverso officiata da Steele sotto forma di un beffardo Grand Guignol alla "Rocky Horror" sottende innanzitutto una ricerca della divinità. Anche Freud avrebbe perso la bussola in questo dedalo di aberrazioni e turpitudini.
Quintessenza dell'odio che regna sovrano nei quartieri più degradati delle metropoli, il rock dei Type O Negative si alimenta degli incubi diurni e quotidiani del popolo di reietti che sciama fra le rovine della metropoli post-nucleare; assorbe e riflette la loro mostruosità, la mostruosità delle loro fantasie omicide; il loro paradosso di esistere ancora, nonostante l'Apocalisse, nonostante se stessi.

Bloody Kisses (Roadrunner, 1993) segna già un ripiegamento verso le sonorità dell'hardrock "progressivo" lontano dai climi maniacali, follemente omicidi, del primo album. La blasfema Christian Woman e la vampiresca Black No 1 (i due singoli di successo) indulgono nella solita iconografia porno-satanica all'insegna di un melodismo da collegiali. La struttura delle canzoni in "movimenti" diversi, ciascuno caratterizzato da un diverso stile di arrangiamento (heavymetal, acustico, industriale e così via) ha sempre il suo effetto drammatico, ma forse non è sfruttata al massimo.
Il disco consegna anche il manifesto politico di We Hate Everyone, in cui il gruppo giura odio eterno a tutte le ideologie ("we hate everyone/ we don't care what you think").
Il lungo delirio di pulsioni di morte di Bloody Kisses, fra organi e campane e i soliti effetti "wagneriani", è però un altro squarcio di violenza urbana dovuto a una banda di pervertiti psicopatici questa volta sinceramente disperati. Proprio su una nota di impotenza e fallimento si chiude il disco, con quella Can't Lose You che è un lento vortice raga-psichedelico. Rispetto all'opera precedente Bloody Kisses sembra suonato al ralentì, come per gustare fino in fondo la qualità macabra di ciascun accordo.

October Rust (Roadrunner, 1996) riduce di molto la violenza della loro musica. Non solo il sound è ridimensionato ai livelli di un mite hard-rock da salotto (Green Man) o di un dark punk sentimentale alla Cure (Love You to Death), ma tutti gli arrangiamenti e lo stesso canto di Steele hanno trovato una misura più adulta e seria, a tratti ambientale e a tratti persino folk. L'atmosfera è infinitamente meno cupa che nei lavori precedenti. All'incrocio fra il synth-pop melodrammatico e i Sisters Of Mercy nasce persino un nuovo genere commerciale, quello di Be My Druidess e soprattutto My Girlfriend's Girlfriend, le canzoni più orecchiabili della raccolta. Le estenuanti trenodie del male di Burnt Flowers Fallen e In Praise of Bacchus si svenano in un jamming psichedelico alla Stone Roses, ricco di eventi sonori e di timbriche affascinanti, ma privo di reali contenuti e di sviluppo drammatico, con un effetto che è più ipnotico che terrificante. I momenti più simili agli epici e apocalittici incubi del passato sono le armonie di Red Water e Wolf Moon, a metà strada fra il gospel sinfonico degli ultimi Pink Floyd e il gotico classicheggiante di Lycia.
Alcuni brani mancano semplicemente di buone idee e quasi tutti si prolungano senza ragione. La classe e l'esperienza consentono comunque all'elettronica di Josh Silver e alla chitarra di Kenny Hickey di riempire i vuoti dell'ispirazione La messa di dieci minuti di Haunted è un collage di trucchi del mestiere.


(Tradotto da Marco Spagnuolo, modificato da Stefano Iardella)

Dopo l'ovvio accostamento a un Hard Rock più melodico per l'album October Rust, World Coming Down (Roadrunner, 1999) ricongiunge i Type O Negative ai sentimenti, o meglio, alle aspirazioni epiche e anarchiche del primo album grazie a brani come White Slavery and Everything Dies, sebbene con risultati talvolta confusi.
L'apertura elettrizzante in seconda battuta (glissando Hendrix-iano con un ringhiare parossistico) sa un pò di rifiuto (riciclato) considerando il piagnuccolare di sottomissione che segue. In precedenza Steele "abbaia alla luna" con riff che che ricordano il super heavy dei Black Sabbath e un sinistro organo liturgico, sebbene il vecchio formato composto da suite horror dei primi TON si sta avvicinando pericolosamente al formato classico della power ballad. La grandiosa Who Will Save The Sane è forse la più ovvia concessione agli stereotipi del grunge, malgrado l'implacabile batteria e le distorsioni vocali che richiamano i primi Grateful Dead. Creepy Green Light (ritornello d'organo accattivante e preogressioni di chitarra ritmate) e Pyretta Blaze (i TON verso il Brit-pop?) sono troppo "luminose" per i loro standard del passato.
World Coming Down non è solo un mix di elementi enfatici e catastrofici, è un album anche molto personale, che tende a essere anche autobiografico, mostrando dolore e paura sincera dopo molti anni di soli atteggiamenti.
Comunque il melodrama è temperato da un'attitudine incorreggibile e infernale, come quando in Everyone I Love Is Dead "Lord Petrus Steele" rispolvera un vecchio proverbio di Joan Jett: "I love myself for hating you". Questo "maudit" approccia ai lor temi preferiti di tempo, droghe e lussuria che culmina nella parte finale con la preghiera blasfema di All Hallows Eve.
Musicalmente parlando questo si traduce in una struttura complessa ma non violenta, in dinamiche che su ciò si traduce in una struttura complessa ma non violenta, in dinamiche che supportano l'introspezione psicologica. Gli 11 minuti di World Coming Down è un prog/metal di primo ordine, con ritmo e voci (in un certo senso "anti-metal), ma con una serie di espedienti cadenzati, melodie impetuose, monaci che intonano canti liturgici e riff di potenti droni. La sua narrazione (o per meglio dire confessione) e posta su letto fatto di un suono elegante e cupo. Le fratture che sono tipiche dell'heavy metal sono levigate in un modo non troppo differente dai shoegazers.
Prodotto e sequenziato senza la minima imperfezione (adoperando brevi spezzoni strumentali grazie all'utilizzo delle moderne tecniche di registrazione per disorientare l'ascoltatore tra una canzone e l'altra), l'abum promette più di quello che offre all'ascoltatore.

Life Is Killing Me (Roadrunner, 2003) rappresenta una sintesi di tutti i diversi stili sperimentati dai TON durante la loro carriera. Quest'album ha la stessa potenza degli anni precedenti, ma è meno geniale. Esso contiene l'accattivante e furiosa I Don't Wanna Be, la solita dose di rabbia e violenza (Life Is Killing Me, Anesthesia, Less Than Zero), la ballata The Dream Is Dead, e la veemenza dark/punk di I Like Goils con gli inneggianti versi "If You Don't Kill Me I'm Going To Have To Kill You", la strumentale Thir13teen.
Sono tutte performances impeccabili ma la band non si discosta molto da un ambito già fortemente battuto.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Dead Again (2007) contiene The Profit of Doom, di undici minuti, la malinconica September Sun e la contorta suite These Three Things.

Peter Steele è morto a causa di una sepsi nell'aprile 2010, all'età di 48 anni.


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