- Dalla pagina sui Wilco di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
I Wilco di Jeff Tweedy (Belleville, 1967) ampliarono il vocabolario degli Uncle Tupelo verso il folk-rock dei Byrds, le malinconiche ballate di Neil Young, il rhythm'n'blues ubriaco dei Rolling Stones, il gospel-rock casalingo della Band, Blonde On Blonde di Bob Dylan e il pop barocco dei Big Star su Being There (1996), il loro secondo album. Le tastiere di Jay Bennett contribuirono a scrivere arrangiamenti che si allontanavano dalle loro radici. Summer Teeth (1999), la naturale evoluzione di quell'idea, fu quindi un prodotto da studio che si basava molto sui suoni elettronici, mentre Yankee Hotel Foxtrot (2002), il loro album più sperimentale, fu un miscuglio di arrangiamenti eccentrici e melodie distorte, un maestoso non-sense che univa Pet Sounds dei Beach Boys con OK Computer dei Radiohead.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Bio:
Jeff Tweedy degli Uncle Tupelo, discepolo dichiarato di Gram Parsons, rompe con il socio Jay Farrar e vara il progetto Wilco. Tweedy canta sempre del disorientamento delle giovani generazioni nella società post-industriale, forse con un tono più urbano.

L'unico vero pregio delle canzoni un po' noiose di A.M. (Reprise, 1995) è che la loro amarezza viene davvero dal cuore. A parte lo stile chiassoso e corale di Casino Queen, che riecheggia di Faces e Rolling Stones, e il riff grintoso di Box Full Of Letters, che scimmiotta i Byrds, il disco nuota in un sound pigro e mediocre, un po' Neil Young e un po' Bob Dylan (Passenger Side), ma senza convinzione. Non rimane che ascoltare le liriche, ma Tweedy non è esattamente William Shakespeare. Molte canzoni (I Must Be High, Pick Up The Change) sono semplicemente invettive personali contro amici o amiche che l'hanno disertato, e non a caso spesso (Shouldn't Be Ashamed) fanno venire in mente Tom Petty, il maestro della recriminazione e del battibecco in musica. Nonostante la campagna pubblicitaria, il disco è deludente. Non c'è nulla che non si sia ascoltato già cento volte, e in maniera molto migliore. Le schitarrate sono dozzinali, l'accompagnamento è da dilettanti.

Il monumentale Being There (Reprise, 1996), comprendente ben 19 canzoni, rivisita le radici musicali di Tweedy, dai Rolling Stones, ai quali è ispirato il deragliante rhythm and blues di Monday, alla Band, che potrebbe invidiargli Kingpin, da Tom Petty (Outtasite) a Bob Dylan (Someone Elsès Song). Tweedy ha insomma tempo per indulgere in tutti i peccati a cui ci ha abituati.
La novità sostanziale è rappresentata dall'arrangiamento. Non soltanto gli strumenti sono aumentati, e le tastiere (di Jay Bennett) in particolare sono in primo piano, ma la struttura e la dinamica delle canzoni ha acquistato una complessità che spesso le porta definitivamente fuori dalla tradizione folk e country. Misunderstood, il manifesto del nuovo corso, arranca per sei minuti in maniera sempre più sincopata, fino a finire in un incubo dissonante. Fa coppia con l'altro lungo brano concettuale del disco, Sunken Treasure, una trenodia funerea, languida, acustica. The Lonely 1 mette a frutto quegli esperimenti: è il brano più intimo e introverso del disco, ma anche uno dei più articolati, seppure organo, chitarra e violino sono appena accennati.
Aumentare il volume non giova invece a I Got You, una specie di power-pop alla Cheap Trick (con il migliore assolo di Jay Bennett), e a Dreamer in My Dreams, un numero honky-tonk registrato dal vivo in studio, urlato alla Little Richard e strimpellato alla Honky Tonk Women.
Il gruppo eccelle invece in quello che era il loro punto debole, il country tradizionale: Far Far Away, Forget the Flowers e Someday Soon regalano deliziose revisioni postmoderne (e un po' parodistiche) del genere. Anche le melodie vaporosamente pop di Outta Mind e Why Would You Wanna Live, che nominalmente si rifanno a Raspberries e Big Star, sfoggiano questo piglio iconoclasta. Tweedy si concede persino il lusso di filastrocche stralunate e "lo-fi" come Red-Eyed and Blue. Tutta roba che non appartiene al suo (terribilmente serio) background. Sono gli arrangiamenti a fare la differenza, ad aggiungere quel pizzico di humour e di straniamento che trasformano una boriosa paternale in un aforisma eccentrico.
Quando Tweedy si ricorda del suo stile ombroso, il gruppo lo costringe ad adottare l'intensità dei Soul Asylum (Hotel Arizona, con clavicembalo, e Say You Miss Me, con organo e coro), ma manca lo spunto melodico che le redima dal tedio.
Non è certo The River o Exile On Main Street (i due doppi che probabilmente hanno ispirato Tweedy), ma se non altro segna un netto progresso musicale.

Jeff Tweedy suona anche nei Golden Smog.

I Wilco registrano poi un disco con Billy Bragg, Mermaid Avenue (Elektra, 1998), che mette in musica le ultime liriche scritte da Woody Guthrie. Il disco appartiene più a Bragg che a Tweedy. Tweedy viene ispirato dall'occasione a scrivere due delle sue canzoni più epiche e vivaci, Hesitating Beauty e She Came Along To Me, che non avrebbero sfigurato sul Blonde On Blonde di Dylan.
Mermaid Avenue II (Elektra, 2000) contiene Airline to Heaven e Secret of the Sea, e fu seguito da Mermaid Avenue III (2013).

Ken Coomer, John Stirrat, e Jay Bennett compongono il gruppo di accompagnamento di Jeff Black sul suo album di debutto, Birmingham Road (Arista Austin).


(Tradotto da Jacopo Fiorentino, modificato da Stefano Iardella)

Summer Teeth (Reprise, 1999) è un prodotto da studio che deve molto alle tastiere e ai suoni elettronici. Ma, in ogni caso, è comunque molto vicino al roots-rock. Nello spirito, se non nella tecnina, è dalle parti del pop barocco di Pet Sounds, dei Beach Boys, e della psychedelia epica del Bob Dylan di Blonde On Blonde.
Can't Stand It si dipana intorno a un ritmo sincopato e ad un piano jazz, mnetre il ritornello è preceduto da un organo blues. Shès A Jar inizia come una meditazione marziale, alla Dylan, ma il ritornello è puro pop del tipo più allegro (un pomposo mellotron simula un'orchestra). A Shot In The Arm confina pericolosamente con un sound Beatlesiano, e When You Wake Up Feeling Old flirta con i felpati suoni degli show di Broadway. Pieholden Suite offre un satanico incrocio tra i Beatles e Bacharach, mentre il gospel Wère Just Friends mescola Bob Dylan e David Bowie assieme negli stessi toni, una delle più sommesse interpretazioni di Tweedy.
L'album è un grande tributo alle facce sorridenti degli anni sessanta. L'allegra I'm Always in Love (che riprende un boogie alla maniera dei Velvet Underground) e la marcia Nothing's Ever Gonna Stand In My Way ricordano la bubblegum music e il periodo del Merseybeat. Countless nuances sembra presa dalla discografia dei Beatles.
Ci sono solo pochi momenti in cui Tweedy torna alle sue tonalità più personali, quelle del malinconico cantante e cantautore di Via Chicago.
Nonostante questa incoerenza, questo è un album monumentale che fa ritrovare fede nelle possibilità di una sincera musica pop.

Coomer ha lasciato i Wilco per unirsi agli Swag, il supergruppo composto da Robert Reynolds e Jerry Dale McFadden dei Mavericks.

Jeff Tweedy ha anche composto la colonna sonora del film Chelsea Walls (Rykodisc, 2002): cinque canzoni (che sono realmente degli scarti da precedenti album dei Wilco, e di cui solo due sono suonate da lui) e sette tracce strumentali.

Jay Bennett ha pubblicato The Palace at 4am (Undertow, 2002), una collaborazione con Edward Burch.


(Tradotto da Luca Battistini, modificato da Stefano Iardella)

Yankee Hotel Foxtrot (Nonesuch, 2002), titolato col nome di una traccia del leggendario Conet Project, e inizialmente diffuso su Internet nel 2001 dopo essere stato rifiutato dalla loro etichetta, è l'album sperimentale dei Wilco, pieno di arrangiamenti eccentrici e melodie sghembe.
Questa maestosa assurdità fonde gli ultimi, distratti Byrds e gli Stones dell'era Sticky Fingers (I Am Trying To Break Your Heart, in cui un carillon dissonante di pianoforte giocattolo alla fine si fonde in una melodia crescente), Donovan dell'era Lalena e gli Stones dell'era She's So Cold (Kamera), Kinks e Todd Rundgren (eavy Metal Drummer), il sound accattivante del Mersey e il rhythm'n'blues rumoroso (I'm the Man Who Loves You), Grateful Dead e Simon & Garfunkel (War on War), Steely Dan e Fleetwood Mac (Jesus Etc), e così via.
Gli esperimenti abbondano in ogni canzone, trasformando Radio Cure e Poor Places in pieces da camera con un canto che oscilla casualmente. Lungi dall'essere un mero esercizio di stile, questo album è anche una delle dichiarazioni più personali di Tweedy, offrendo un caustico e scomodo affresco di questi tempi tragici (Ashes Of American Flags, Reservations).
I Wilco continuano ad allontanarsi dall' "alt-country", lungo il sentiero aperto da Summer Teeth.
Il contributo del tastierista Jay Bennett doveva essere stato fondamentale, ma lasciò il gruppo subito dopo aver completato questo album.

Jeff Tweedy si circonda del batterista Glenn Kotche dei Boxhead Ensemble e Jim O'Rourke su Loose Fur (Drag City, 2003).
Il trio non è particolarmente creativo, malgrado indulga in tracce lunghe, nè particolarmente divertente, malgrado le canzoni siano basate su melodie semplici.
L'esecuzione è troppo leziosa, lenta e distaccata: non è particolarmente eccitante ascoltare Tweedy che sussurra Laminated Cat su ritmo blues e chitarre strimpellate con discrezione. Elegant Transaction è una ballad folk-jazz, più "elegance" (eleganza) che "transaction" (operazione).
Chinese Apple, forse il miglior numero vocale, aggiorna le fragili ninnenanne di Donovan a un post-rock ispirato alla bossanova. Tutti i ghirigori di chitarra, con le loro pretese da finta avanguardia, hanno ben poco significato (come dimostra lo strumentale Liquidation Totale).
L'eccezione degna di nota sono i quattro minuti di coda della ballad Neil Young-iana So Long, il cui contrappunto atonale si trasforma in armonie celestiali alla CSN&Y, allo stesso modo in cui si mette a fuoco una lente sfocata. Dinamica, sfumatura e giustapposizione turbano la cartilagine fragile, pastorale e melodica di questi lenti, lunghi madrigali. Ogni canzone è un disfacimento sonoro, un impedimento allo sviluppo di una vera canzone. La qual cosa è allo stesso tempo "arte" e negazione dell'arte.

Born Again In The USA (Drag City, 2006) dei Loose Fur rimane bloccato in una sorta di folk-rock bizzarro ed erudito che è coeso ma non è attraente. Richiede un po' di riflessione, ma più si presta attenzione ai pezzi poppy Stupid As The Sun e Hey Chicken, meno ci si emoziona. Le personalità musicali di Jeff Tweedy, Jim O'Rourke e Glenn Kotche si fondono veramente solo nel saggio post-rock Wreckroom e nella strumentale An Ecumencial Manner. La voce e i testi sono efficaci repellenti in tutto l'album.


(Tradotto da Fabio Niccoli, modificato e completato da Stefano Iardella)

Il primo album solistico di Glenn Kotche, Introducing (Locust, 2002), è un esperimento di musica basata su percussioni elettro-acustiche al di fuori di forme "convenzionali".
Next (Quakebasket, 2004) prosegue questo esperimento, ma le singole tracce sono troppo corte, da risultare quasi "abbozzate".
Mobile (2006) è un'opera molto più sperimentale, incentrata sul ritmo e sulla ripetizione, quasi un trattato sul minimalismo dal punto di vista di un batterista (Clapping Music Variations, Mobile Parts 1 & 2, Reductions Or Imitations). Kotche ha creato un'insolita miscela di musica etnica, glitch, jazz e minimalista.

Il bassista degli Wilco, John Stirrat e il polistrumentista Pat Sansone hanno formato gli Autumn Defense e hanno pubblicato The Green Hour (Broadmoor, 2001) e Circles (Arena Rock, 2003).

Superata l'"orgia" sperimentale di Yankee Hotel Foxtrot, i Wilco con A Ghost Is Born (Nonesuch, 2004) pubblicano il loro album più malinconico e introspettivo.
Gli esperimenti, pur presenti (la lunga elucubrazione prog-rock di Spiders e la lunga coda alla Neil Young di Less Than You Think) appaiono qui fuori contesto e perfino condiscendenti (la loro lunghezza ingiustificata sembra quasi mirata a completare il disco). Le melodie più pop (Hummingbird, Muzzle of Bees) non sono altro che pop frivolo. Il resto è uniformemente in stile Wilco : ovvero un "deja-vu".
Questo album fu il più grande successo commerciale della band, entrando nella top ten delle classifiche di vendita.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Il polistrumentista Jay Bennett dei Wilco aveva già pubblicato The Palace at 4am (Undertow, 2002), una collaborazione con Edward Burch, e il mediocre Bigger Than Blue (2004).
Ha poi esorcizzato i suoi fantasmi con le ballate struggenti di The Beloved Enemy (2004) e The Magnificent Defeat (2006).

Jeff Tweedy guidò ulteriormente i Wilco verso il country-rock rilassato e mainstream (con inquietanti sfumature anni '70) di Sky Blue Sky (Nonesuch, 2007), nonostante l'aggiunta del titano della chitarra jazz-rock Nels Cline.
Nostalgici (Side With The Seeds, con uno dei migliori assoli di Cline), senili (On And On And On) e infantili (What Light), le canzoni non riescono a scuotere la sonnolenza che le permea fin dall'inizio (Either Way) fino alla languida Impossible Germany (nonostante la lunga jam chitarristica). Cline raramente è stato così sprecato nella sua carriera (You Are My Face è l'altra canzone in cui brilla). Questo sestetto formato dal batterista Kotche, dal bassista Stirrat, dal tastierista Jorgensen, dal polistrumentista Sansone e da Cline sarebbe rimasta la formazione dei Wilco per più di un decennio.

I pezzi forti di Wilco (The Album) (Nonesuch, 2009) sono il placido lamento country-rock You And I, You Never Know (intriso di enfasi pianistica alla Bruce Springsteen), e Wilco The Song, l'archetipo dei diligenti e riusciti brani pop dell'album (con una progressione ritmica degna dei Rolling Stones e un ritornello che spicca). La gemma nascosta potrebbe essere Solitaire, una confessione appena udibile incastonata nell'atmosfera più nuda dell'album. Tuttavia, il teneramente sottomesso Deeper Down e il leggermente nevrotico Bull Black Nova sono emblematici di come la band estendesse le idee semplici al loro limite, nel modo meno spontaneo. La lenta ballata Country Disappeared e la languida elegia Everspiring Everything sono muzak di second'ordine.

Glenn Kotche era anche attivo nel progetto parallelo strumentale On Fillmore, una collaborazione con il bassista verticale dei Brise-Glace, Darin Gray. Debuttarono con l'avanguardismo di On Fillmore (2002), contenente la suite in tre parti Cave Crickets, la suite in tre parti Beautiful Funeral e soprattutto Captive Audience, di 16 minuti, per vibrafono e basso, seguito dal più sereno e quasi ambient Sleeps with Fishes (2004), contenente Hikali di 12 minuti, Taisho di otto minuti e Doitsu di dieci minuti. Il loro terzo album, Extended Vacation (Dead Oceans, 2009), inizia con Checking In, una breve ouverture in cui vibrafono, basso, uccelli e uno strano arsenale di oggetti si impegnano in una danza giocosa. La dolce melodia dei sei minuti di Master Moon è rovinata dagli oggetti ritrovati al punto che sembra di ascoltare il "Lago dei cigni" di Tchajkovskij, eseguito da una troupe di zingari. Una melodia di vibrafono ancora più angelica permea gli undici minuti di Daydreaming So Early. Per un po' convive pacificamente con i versi degli uccelli, ma poi strani rumori esplodono in sottofondo (persino una banda musicale) e interrompono l'armonia. I sette minuti di Complications minimizzano sia la musica sia il rumore, fin quasi alla fine, quando riverberi spettrali, echi e droni spazzano via tutto. I dodici minuti più jazz di Extended Vacation si sforzano un po' troppo di creare complessità dalla semplicità, riuscendoci soltanto nella folle coda.

The Whole Love (Anti, 2011) era stato il loro lavoro più eclettico, caotico e confuso fino ad allora, spaziando dall'elegia country Open Mind alla frenetica scenetta vaudeville Capitol City, dalla canzoncina power-pop Dawned on Me al rock'n'roll delirante Standing O, dall'orecchiabile singolo I Might all'acida ballata per pianoforte Sunloathe, e dalla morbosa meditazione acustica Rising Red Lung al pezzo d'atmosfera Black Moon. Niente di tutto ciò è essenziale, ma il tutto è eseguito con grande eleganza e destrezza strumentale. L'asse stellare composto dal chitarrista Nels Cline e dal batterista Glenn Kotche fa miracoli in tutto l'album, ma è un po' sprecato in questi mediocri tributi a generi disparati. Il polistrumentista Pat Sansone e il tastierista Mikael Jorgensen giocano un ruolo nell'espandere gli orizzonti del combo nei pezzi più ambiziosi: il grazioso pastiche acustico post-rock di 12 minuti One Sunday Morning (alla Less Than You Think, una sorta di Sad Eyed Ladies di Bob Dylan o Ambulance Blues di Neil Young per l'era digitale) e la schizofrenica mini-opera prog-rock di sette minuti Art of Almost (ritmi programmati, archi e un sacco di dissonanze di Cline). In questo album il sestetto è arrivato al punto in cui le impeccabili doti strumentali superano ogni limite compositivo.

What's Your 20 (2014) è un'antologia a doppio disco.

Su Star Wars (dBpm, 2015) i Wilco hanno perfezionato il romanticismo eclettico di The Whole Love e forse è il loro migliore, dai tempi di Yankee Hotel Foxtrot. Forse il breve strumentale EKG, in stile Beefheart, voleva essere una prova che la band era davvero unita. La band si fonde attorno all'inno More alla John Lennon, al glam-rock sincopato alla T.Rex Random Name Generator, al tono apocalittico alla Bob Dylan di The Joke Explained (una melodia sbarazzina che avrebbe potuto stare accanto ad Absolutely Sweet Marie su Blonde on Blonde), il desolato mantra alla Lou Reed You Satellite (con una lunga coda strumentale cosmica), e Pickled Ginger, un mix di psychobilly in stile Suicide e boogie alla Deep Purple. Il resto è riempitivo, anche se la ballata alternative country di King Of You, la toccante pastorale Where Do I Begin e il cupo lamento guidato dal mellotron Magnetized (le cui figure di pianoforte lo elevano nel territorio di A Day in the Life) sarebbero stati pezzi straordinari su alcuni dei loro album più mediocri.

Schmilco (2016) è un album molto più rilassato e leggero, un passo indietro verso il suono pigro e incompiuto di Sky Blue Sky. La ninna nanna alla Donovan Normal American Kids e la graziosa ballata country-rock If I Ever Was a Child dettano il ritmo. Cry All Day vanta una locomotiva boogie ma mescolata a una melodia malinconica degna degli Everly Brothers. Fortunatamente, la chitarra d'avanguardia di Cline perfora la sonnolenta Common Sense e annega la scheletrica Quarters. Quella che spicca è forse la canzone meno seria, la novella canzoncina blues Nope. L'album contiene troppi riempitivi, in particolare la stupida canzoncina Mersey-beat Locator che venne persino scelta come singolo principale.

Era il segno che la band aveva raggiunto un altro punto di saturazione. Jeff Tweedy ha pubblicato quattro album solisti: il doppio disco Sukierae (2014), che contiene principalmente riempitivi; Together at Last (2017), una raccolta di canzoni unplugged e senza pretese dei Wilco, trasformate in ninne nanne notturne sui falò; Warm (2018), una parata irregolare di brani pensosi che spaziano dal country-rock alla Eagles (Don't Forget), al folk-rock alla Tom Petty (I Know What It's Like), ai cupi canti funebri alla Neil Young (How Hard it is for a Desert to Die) e filastrocche beatlesiane (Let's Go Rain); e Warmer (2019), registrato durante la stessa sessione. Quest'ultimo è il migliore. Preoccupato per lo più da meditazioni rilassate, è ancorato al movimento del Greenwich Village degli anni '60, sia nel suo lato melodico (Evergreen, Landscape) che in quello più oscuro dylaniano (Orphan), con accenni ai Byrds in Empy Head e il più country, in stile Grateful Dead, Family Ghost. Ha anche pubblicato il suo libro di memorie, “Let's Go” (2018).

Ode to Joy (dBpm, 2019) dei Wilco è stato registrato dalla stessa formazione di sei elementi in carica dai tempi di Sky Blue Sky. Gli scheletrici arrangiamenti di An Emplaced Corner e Bright Leaves scolpiscono atmosfere tremanti e desolate, con la voce di Tweedy nella sua forma più vulnerabile, ma il canto di valzer Love Is Everywhere e White Wooden Cross, infetta dal calipso, suonano come scherzi da liceo. A parte l'assolo in stile indiano di We Were Lucky di Cline, c'è poco che mostri le abilità e la creatività di questo leggendario sestetto.

Il doppio album da 21 canzoni dei Wilco Cruel Country (2022) è un lavoro impegnativo. Le melodie mid-tempo su ritmi country ricordano i Byrds degli ultimi giorni, dalla maestosa Please Be Wrong all'anemica Many Worlds di otto minuti, dalla sussurrata Bird Without A Tail/ Base Of My Skull alla dylaniana Mystery Binds, ma talvolta anche i Flying Burrito Brothers (A Lifetime To Find, Falling Apart) e Gram Parsons (Story To Tell, lo zenit melodico). Delle 21 canzoni, 15 o 16 avrebbero potuto essere facilmente tralasciate. La maggior parte di queste canzoni sono insipide e prive di emozioni o atmosfera. La sensazione generale di mediocrità e routine si dissipa solo in un paio di canzoni atmosferiche ed emozionanti: la funerea Darkness Is Cheap e la noir Tonight's The Day.


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