Dalla pagina di Piero Scaruffi
(Translation by/ Tradotto da Andrea Dettori)

I Baroness, provenienti dalla Georgia e capitanati dal cantante/chitarrista John Baizley, hanno creato una delle più eclettiche fusioni di elementi post-metal e post-stoner sugli EP First (Hyperrealist, 2004) e Second (Hyperrealist, 2005), poi raccolti su First and Second; ciascuno degli EP contiene tre pezzi. Il primo contiene Tower Falls, che innesta vecchi elementi di progressive-rock e hard-rock degli anni '70 su stereotipi death-metal e metalcore come chitarre galoppanti e growls gotici; Coeur, una dimostrazione più breve della loro capacità di creare un ponte fra boogie-rock nostalgico e progressive-metal, e Rise, illuminata da una sofisticata ouverture di chitarra che conduce lentamente a grandiosità metal e a un finale tormentato. Il secondo EP contiene Red Sky, che finisce per essere un po' confusa con i suoi continui cambiamenti di mood; Son of Sun, una molto migliore costruzione psicologica che si apre con vertigini chitarristiche e poi affonda in uno spettrale quasi-silenzio prima di sfrecciare verso una frenesia delirante, e Vision, che si apre con suoni psichedelici e accelera fino a un galattico crescendo solo per stabilirsi su una melodia esotica distorta con batteria dancing. Entrambi gli EP hanno mostrato un'elegante fusione di tradizioni, allo stesso tempo ponendo le basi per uno stile originale.

A Grey Sigh In A Flower Husk (2007) è uno split album con gli Unpersons.

Il Red Album (Relapse, 2007) ha spinto le cose molto oltre, decostruendo, tagliando e facendo deragliare molteplici generi come hardcore, stoner-rock, doom-metal e grindcore con ferocia chirurgica. Rays On Pinion inizia come strumentale impressionista, poi si trasforma in un melodramma teso con voce pulita; le parti vocali sono ancora più intense in Isak, guidata da prodezze chitarristiche e da un drumming possente.

Una lunga ed elaborata introduzione strumentale giustifica il pathos di Wailing Wintry Wind, uno dei pezzi più efficaci grazie a una minuscola parte vocale. Istrionismi incessanti di chitarra cementano la disperazione ululante di Wanderlust, con parti vocali che si ripetono ma per fortuna non cercano di modulare un ritornello. Questi due pezzi centrali sono emblematici della forza psicologica del lavoro chitarristico.

Aleph è fondamentalmente una jam blues sotto mentite spoglie, che ha deformato l'intera struttura ma ha mantenuto il ruolo dominante di ruvidi, ipnotici e agonizzanti riff di chitarra e ridotto le voci angosciate a semplici urla.

Ci sono anche momenti meno metallici, come lo strumentale Teeth Of A Cogwheel, l'intermezzo acustico Cockroach En Fleur e la quieta, anthemica Grad.

Ogni canzone è un caleidoscopio di melodie sobrie, alienazione post-rock, furia metalcore, languore stoner e drumming cerebrale. L'elemento più debole è la voce di John Baizley, che non riesce a differenziare in modo significativo una canzone dall'altra.

I Baroness diventano contagiosamente poppy e completamente idiosincratici su Blue Record (Relapse, 2009), che annovera il nuovo chitarrista Pete Adams, un acquisto significativo. I continui cambiamenti di stile sono più di una mostra di vanità tecnica o un segno di erratica indifferenza: sono shock terapeutici veri e propri. La canzone migliore, A Horse Called Golgotha, trasforma le teatralità progressive dei Mastodon in uno psicodramma toccante. In diversi punti l'album suona come un ponte fra passato e futuro. Le urla enfatiche, la batteria martellante e le chitarre ardenti di The Sweetest Curse segnano un ritorno allo stile delle origini, ma all'interno di una struttura snella e di un tema melodico semplice, mentre picchi di stridente discordanza si raggiungono in Swallen And Halo. Il mottetto pastoral-ecclesiastico di Steel That Sleeps The Eye e il lamento patetico di Bullhead's Lament sono bilanciati dal pesante mozzafiato O'er Hell And Hide. Le idee abbondano, dal drumming tribale di Jake Leg ai pattern circolari di chitarra di The Gnashing, anche se probabilmente non corrispondono alla cornucopia del primo album.

Il doppio Yellow & Green (Relapse, 2012) è solo storicamente legato all'heavy metal. Yellow non è altro che grunge-pop mainstream del genere reso popolare negli anni '90 dai Nirvana, a cui il cantante John Baizley e il chitarrista Peter Adams aggiungono armonie vocali esistenzialiste. Dopo l'ouverture strumentale Yellow Theme e la roboante Take My Bones Away (l'eccezione, non la regola), ci vengono servite power-ballads come Little Things e Sea Lungs e il funk elettronico pinkfloydiano di Cocainium, per raggiungere il picco nei sette minuti di grandeur di Eula. Il suo alter ego Green è ancora meno “heavy”, solo arena-rock melodrammatico, del tipo su cui gli U2 hanno fatto carriera. Dopo la più impreziosita ouverture strumentale di Green Theme, siamo condotti attraverso Board Up The House, Foolsong e Psalms Alive, con un picco romantico nell'orecchiabile The Line Between. Lo strumentale di chiusura If I Forget Thee Lowcountry suona come un'accorata elegia senza parole.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Purple (2015), il loro album più convenzionale finora, con il nuovo batterista Sebastian Thomson e il nuovo bassista/tastierista Nick Jost, e prodotto da Dave Fridmann, contiene canzoni pop molto imbarazzanti come Shock Me e Kerosene, il grunge-pop leggermente meno idiota di The Iron Bell e solo accenni di decenza metal (Desperation Burns).

L'ampio disco di 17 brani Gold & Gray (2019), con l'aggiunta della chitarrista e cantante Gina Gleason, ha ridotto ulteriormente le dosi di metal e ha abbracciato spudoratamente banali melodie da canzoncina come I'm Already Gone, Broken Halo e Throw Me An Anchor, che li fanno sembrare una cover band.
Nella migliore delle ipotesi, suonano come residuati dell'hard rock melodico degli anni '70 (Tourniquet). La delicata ballata Cold-Blooded Angels è l'affronto finale.

Quattro anni dopo pubblicano Stone (Abraxan Hymns, 2023).


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