Dalla pagina di Piero Scaruffi
(Translation by/ Tradotto da Gianfranco Federico)

Grouper, il progetto di Liz Harris, dipinge su Way Their Crept (Free Porcupine Society, 2005) astratte, fragili e spaesate trenodie su una tela di nebulosi droni in slow-motion, ondeggianti su tastiere e chitarre tremule. Ci sono poco più che lenti eco in Way Their Crept, l’inno psichedelico definitivo. L’invocazione di uno sciamano cosmico viene fusa al suono del deserto in Hold A Desert Feel Its Hand, producendo un vortice di torbidi droni e riverberi. Tremolo e distorsione acquisiscono forza in Zombie Wind, che suona come il remix di un assolo di Jimi Hendrix fatto da un monaco tibetano. Questo brano sfuma nel lamento lugubre di Sang Their Way, qualcosa come la versione “musique concrete” di un branco di lupi che ululano alla luna. L'influenza tibetana permea anche Zombie Skin, ma qui le vibrazioni sono più lievi. In confronto, le ninne nanne senza parole Black Out e Where It Goes sono canzoni regolari. Tutte le creature di Grouper sono piccole vignette psicologiche, con l'eccezione dei nove minuti di Close Cloak, che può essere meglio immaginata come una fantasia di sorta, che muta dall'estatica ripetizione minimalista dell'inizio a una fitta nebulosa di buchi neri pulsanti e lamenti di fantasmi, per poi finire in un triste mormorio stile-requiem. Tutto suona astratto e introverso, musicale in una maniera non-musicale, un collage di suoni sfocato come in un sogno, la colonna sonora di un disorientante flusso di coscienza jojyce-iano, ma senza sovratoni tragici; un'esperienza post-mistica.

Lo slo-core d'avanguardia di Grouper diviene allo stesso tempo più vario e corposo in Wide (Free Porcupine Society, 2006). Il cantato senza parole, in realtà, suona come se stesse provando ad articolare verbo in Little Boat - Bone Dance (Audrey), che ha una qualità più cinematica che astratta.

Una pesante vibrazione (quasi un riff di basso hard rock) spinge Imposter In The Sky nello spazio di Interstellar Overdrive dei Pink Floyd, anche se viene trattata con la solita strategia della ripetizione minimalista sfocata. L'elegia per pianola Giving It To You è in realtà un complesso puzzle che evoca vecchie canzoni di strada di Parigi. Da un altro lato, Agate Beach è quasi dissonante, rispetto ai suoi standard (melodici) passati: droni stridenti sembrano fluttuare l'uno contro l'altro, invece che essere in armonia. Uno strumento a corda suona come uno zither in They Moved Everything, accompagnando il flusso e riflusso della voce, anzichè tessendo semplicemente un atmosferico letto di droni. I sette minuti di Wide mischiano alle parti vocali il suono dell'acqua e un pulsante riff di chitarra. Shadow Rise Drowned è l'unico pezzo che ritorna al mood cullante, elegiaco e lirico del primo album. Come disco di transizione, contiene un certo numero di idee, ma difficilmente un brano si eleva alla qualità del primo album.

Le parti vocali sono anche più prominenti su Cover The Windows And The Walls (Root Strata, 2007), dal lento inno hare-krishna Cover The Windows And The Walls alle fiabe sussurrate di Heart Current e It Feels Alright, entrambe le quali sembrano raccontare una storia, anche se è impossibile capire se vengano pronunciate davvero delle parole. La seconda è particolarmente toccante. Le parti vocali, ad ogni modo, restano, come prima, criptiche e difficilmente udibili nella più lenta, marziale, cupa e confusa Opened Space e in Down To The Ocean, così dimessa, ululante e lamentosa. Ci sono ancora momenti di imprevedibile creatività, come quando il rude riff di You Never Came, accoppiato ad un sospiro che è solo un sibilo, evocano una versione in slow motion di Hurdy Gurdy Man di Donovan. L'album si chiude con il vortice più dolce, Follow In Our Dreams, che ripete semplicemente una melodia celestiale intorno a un pattern essenziale di chitarra, il picco di umiltà.

Dragging A Dead Deer Up A Hill (Type, 2008) adotta una forma-canzone più tradizionale, pur mantenendo la dimensione da altro mondo tipica del suo dream-pop immerso in riverberi, introverso e sussurrato. A vincere, ovviamente, sono le elegie senza parole che riportano indietro al suo primo album, come i sei minuti di Stuck, che si staglia su uno sfondo più semplice di chitarre strimpellate, invece che di droni alieni, la triste Tidal Wave e Wind And Snow, una languida e impressionistica pittura sonora. Anche la breve e distorta When We Fall, che suona come l'inizio di una litania dei Velvet Underground, vale più delle varie imitazioni della folk-singer tradizionale, che ovviamente lei non è (in quella vena il meglio è rappresentato dal madrigale cristallino Invisible).

Harris ritornò prontamente alle sue atmosfere narcotiche sul doppio album A | A - Dream Loss / Alien Observer (Kranky, 2011), che contiene due EP: Dream Loss e Alien Observer. Il primo comincia con Dragging The Streets, un quieto lied da camera elettro-acustico per fluttuazioni ambient-raga e litania da trance. Il concept è inquadrato dallo shoegazing estremo di I Saw A Ray, per grintoso rumore di droni e canto etereo, e dallo slo-core di otto minuti Soul Eraser, una ninna-nanna letargica multitraccia, cullata da un turbolento mare di accordi (quasi un remix funereo dei Mazzy Star). Questa strategia può portare in due direzioni: deragliare in un mormorio confuso (Atone) e in delicate melodie in loop (Wind Return), o librarsi come una creatura mitologica, come nella piece A Lie, dal mood estatico e dilatato, e nello spettrale sussurro senza parole No Other, immerso in un rombo attutito.

Alien Observer vanta Moon Is Sharp, fragile, delicata, di un altro mondo, e un remix di Enya accompagnata dai Cowboy Junkies nella cover di Blue Moon, una delle sue interpretazioni (e immedesimazioni) più potenti di sempre. I nove minuti di Vapor Trails volano via lungo un'orbita simile, rivelando parzialmente il lato oscuro (dissonante) dell'accompagnamento strumentale. La ripetizione lenta e quieta è la chiave della composizione di questo EP. She Loves Me That Way indulge in otto minuti di riff cosmici pulsanti e parti vocali sonnolente e vorticose.

Violet Replacement (Yellow Electric, 2012) è il suo lavoro più ambizioso: due lunghi collage di registrazioni ed elettronica improvvisati e prevalentemente strumentali: Rolling Gate e Sleep.

The Man Who Died In His Boat (Kranky, 2013) è composto da avanzi di registrazioni del 2008. Le canzoni sono sovente troppo eteree (Cloud in Places e The Man Who Died in His Boat) e quasi sonnambule (Being Her Shadow). Ci sono soltanto un paio di momenti in cui Grouper abbandona il suo stato passivo, ed è per diventare ancora più passiva, ma in una maniera più intrigante: nella diffrazione e allungamento psichedelico di Difference, su una pulsazione ribollente, e nella vignetta psicologica Vanishing Point. Litanie statiche senza vita come Cover the Long Way (per citare una delle migliori) hanno una funzione che è l'equivalente di un poster: la decorazione di uno spazio che è destinato ad altro. Ciò che manca è proprio l'”altro”.

Ruins (Kranky, 2014), un'altra collezione di scarti (questa volta del 2011), indulge in una strana sorta di formalismo spartano: elegie di piano e brani strumentali che de-enfatizzano l'emozione e premiano il più sottovalutato calvario dell'anima umana. Un senso di desolazione e solitudine emana dalla natura morta musicale di Call Across Room. Dovremmo forse apprezzare le confessioni bisbigliate di Clearing e Lighthouse (con un suono di rane sullo sfondo, che idea straordinaria), ma non contengono nulla di più di un sussurro. E strumentali come Labyrinth sono un po' imbarazzanti (ripetizione di semplici pattern che richiedono solo la più primitiva delle tecniche). La composizione di undici minuti per droni Made of Air, uno scarto del 2004 che non ha assolutamente nulla a che fare con il resto dell'album, è aggiunta praticamente come “bonus track”, probabilmente per redimere la mediocrità dei pezzi precedenti, ma fa parte, con Violet Replacement, della categoria di arte ambient auto-indulgente. Questo album è di difficile ascolto non perchè sia stancante (al contrario), ma perchè c'è semplicemente molto poco da ascoltare. Il declino artistico è iniziato dopo Dream Loss (2011) e sembra essere in crescita.


(Translation by/ Tradotto da Francesco Romano Spanò )

Che Ruins non fosse solo un incidente o una parentesi lo provò il mini-album di sette canzoni Grid of Points (Kranky, 2018), un’altra raccolta di scheletriche elegie pianistiche che emanano un senso di fragilità, a partire dalla celestiale Parking Lot alla leggiadra Blouse. Le molteplici eco della sua voce cesellano la calda Thanksgiving Song ed il suono di un treno in partenza termina Breathing e tutto l’album in modo criptico. Lei nemmeno canta la Birthday Song, la esala, e le eco della sua voce fanno spazio al canto di un altro strumento.

Liz Harris pubblicò un album con lo pseudonimo di Nivhek, After its own Death / Walking in a Spiral Towards the House (2019), nato come colonna sonora di un’istallazione multimediale creata dal visual artist Marcel Weber. La suite in nove movimenti After its own death (di 38 minuti) inizia con Cloudmouth, otto minuti di tensione spettrale scolpiti da vagiti eterei e sintetizzatori pulsanti, seguita da Night-walking, una tenera ninnananna ripetuta dallo xilofono e/o dalle campane, con enfasi sui loro toni celestiali. Il ritmo rallenta e la ninnananna diventa una Funeral Song in un monastero dove i riverberi fungono da coro di monaci. I dieci minuti di Thirteen sono riempiti con scampanii chitarristici, che tessono una fragile filigrana che ricorda le preghiere di un convento, qualcosa tra l’Harold Budd di Pavillion Of Dreams ed i Popol Vuh di Hosianna Mantra. Qui, lei perde il filo dei suoi pensieri, e inserisce un paio di interludi non necessari: un duetto onirico tra dei field recordings e la sua voce (Crying Jar) e 50 secondi di forte distorsione. Gli otto minuti di Walking in a Spiral Towards the House sembrano una banale ripetizione delle precedenti preghiere scampanellanti. Walking in a Spiral Towards the House (di ventuno minuti) è fondamentalmente un remix della stessa musica. Le sue versioni di Night-walking e Thirteen sembrano più forti e un po' più “pop”. Funereal Song suona più austera, non meno potente della sua prima versione. La versione di 12 minuti di Walking in a Spiral Towards the House è il pezzo più cinematografico, che a volte ricorda un caldo racconto ed altre invece il canto di una malinconica elegia. Per via delle sue pause ed impeti, il suo languore sembra più sentito ed umano. Le due Funeral Song sono entrambe impressionanti, la seconda Walking in a Spiral Towards the House è molto più interessante della prima, le prime versioni di Night-walking e Thirteen sono molto più creative delle seconde, e Cloudmouth è l’apice della tensione. Se questi pezzi fossero stati montati come un’unica suite di 30 minuti, questo sarebbe stato il suo capolavoro. Così com’è, la musica ha andirivieni d’intensità e bellezza, e sfortunatamente, i “giù” rovinano la magia creata dai “su”.

Dopo aver pubblicato principalmente canzoni al piano, su Shade (Kranky, 2021) tornò alla musica folk chitarristica. L’album, difficilmente monotono o ripetitivo, abbraccia diversi stili differenti. Followed The Ocean e Disordered Minds sono dream-pop lo-fi pesantemente distorto. Dall’altro lato, l’elegia intima e sussurrata Unclean Mind e la folkeggiante Kelso (di sei minuti) suonano stranamente convenzionali. Altrove, Pale Interior e The Way Her Hair Falls sondano le profondità della solitudine in una maniera molto intima ed introversa, che ricorda Nick DrakeElliott Smith e Jeff Buckley. E questo stile decade due volte in maniera incantevole: nella ninnananna eterea sedata Ode To The Blue e nella nenia slocore anemica Promise. Quest’album è più “folk” che “ambient”, ma la spettrale Basement Mix non è proprio una canzone, è più il lamento di un’anima che sta morendo.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Raum è stata una collaborazione con Jefre Cantu-Ledesma dei Tarentel che ha debuttato con i cinque pezzi ambient di Event of Your Leaving (2013), in particolare il vento gentile dei 13 minuti di In Stellar Orbit, la nebulosa spettrale di nove minuti di In Held Company, e l'etereo e dilatato canto ultraterreno di Blood Loss.

La musica ambient del secondo album dei Raum, Daughter (2022), è invece disturbata da glitch di ogni sorta. Un pianoforte, registrazioni sul campo e un po' di rumore di fondo si fondono in Walk Together.
Revolving Door è un loop di inquietante musica concreta che muta lentamente. Daughter è un duetto tra un bordone d'organo e suoni della natura. Lo scintillante arazzo elettronico di Sunlight Crying è un punto culminante, forse proprio perché non si basa su glitch.
Passage, di 20 minuti, è una debole sonata per droni subliminali e note di pianoforte ovattate. La tecnica è spesso facile, ma i risultati sono sempre toccanti. Da questi paesaggi mentali emana un senso di vuoto morale e fisico.


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