- Dalla pagina su Kanye West di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Kanye West, produttore di Chicago, ha prodotto Jay-Z, Talib Kweli ed Alicia Keys, e poi ha modellato uno dei più personali concept dell'era, l'album con contaminazioni soul The College Dropout (2004). Ci sono tre principali correnti di musica qui: innanzitutto abbiamo strutture lussuose e suadenti: We Don't Care, con un'atmosfera caraibica e cori di bambini, Spaceship, cioè musica lounge con un tocco di orchestrazione à la Frank Zappa, e Slow Jamz.
Poi ci sono le tradizionali invettive rap, ma architettate in modo creativo: All Falls Down presenta chitarra spagnola funky e voce femminile d'accompagnamento, Never Let Me Down, è intessuta di ragazze che canticchiano melodie cinesi a tempo di inno, Two Words, con un clavicembalo che simula la suspense di una colonna sonora e vasti cori stratificati, Family Business, che accoppia una sonata jazzata per pianoforte ad un inno gospel. Infine vi sono brevi sketch satirici che parodizzano la vita quotidiana attraverso melodie antiquate, come Graduation Day e I'll Fly Away. A metà strada fra il cabaret e la filippica c'è la marcia militare di Jesus Walks, piena di funerei botta e risposta fra voci maschili e femminili, nonché la demenziale e dissonante danza pseudo-klezmer di The New Workout Plan (con tratti ancora più Frank Zappa-iani nell'interazione vocale) che improvvisamente si remixa in un pezzo techno. Il flusso di coscienza di 13 minuti Last Call che chiude lo show è, piuttosto, una vittoria soltanto a metà. Questo è postmodernismo supremamente intelligente, creativo e trans-stilistico.
Gli arrangiamenti 3D ipercromatici (Jon Brion) hanno tramutato Late Registration (2005) in un maestoso affresco hip-hop e distillazione del lascito esistenziale del genere. La palpitante e melliflua ballata Heard 'Em Say annuncia un cantastorie meno eccentrico, talvolta anche troppo atmosferico (Drive Slow) e tenero (Hey Mama). Questi momenti di eccessiva umanità sono compensati dalla più drammatica Bring Me Down (un duetto con Brandy) e la più teatrale Roses.
Quando gli arrangiamenti sono debitamente corposi, acquistano significato e non solo eleganza, come il suono del corno da band swing che permea Touch The Sky, il suono quasi tribale generato da Gold Digger, l'eccezionale Diamonds From Sierra Leone e l'insolita coreografia di Addiction (Poliritmiche brasiliane, voce soft, backbeat digitali, ma in realtà poca o nessuna orchestrazione). Il pezzo più surreale è Gone, sei minuti di danza guidata dal pianoforte con gemiti di violini ed un divenire di voci dialoganti.
D'altra parte, la verbosa We Major comporta altri sette minuti di pro e contro, proprio come la traccia più lunga del precedente album. Quest'album non possiede né l'acume né il pathos del precedente, ma tuttavia ha fatto di West una superstar. In confronto, Graduation (2007) era in larga misura ordinario, nonostante DJ Toomp ed i synth di Mike Dean.
808s & Heartbreak (2008), la colonna sonora di un crollo emotivo, è stato perlomeno un esperimento interessante: facendo crooning (confinato alle canzoni di Kid Cudi) per la maggior parte del tempo invece di rappare (attraverso un dispositivo simil-vocoder) su spartani arrangiamenti elettronici (usando una drum machine vintage degli anni '80). Il risultato è Kanye West al massimo della sua frigidità e depressione, al contempo robotico e patetico.
West ha anche prodotto il settimo album del rapper di Chicago Common, Finding Forever (2007), essendo Common spesso individuato come un rapper che non promuove violenza, sciovinismo, etc.
Il grandioso My Beautiful Dark Twisted Fantasy (Roc-A-Fella, 2010), che praticamente inverte la marcia rispetto ai due album precedenti, è stato accolto dalla stampa come un capolavoro epocale, principalmente per ciò che rappresentava (una diligente accettazione di tutti gli stereotipi “cool” del periodo), e non necessariamente per com'era all'ascolto.
Quest'album stracarico ha certamente messo insieme le ambizioni d'arrangiamento di West in modo pomposo e multi sfaccettato, sembra più una sinfonia di Wagner che un album hip-hop. Applicando la lezione di tutti i suoi maestri (Jon Brion, Kid Cudi), West è arrivato ad una musica/testo-melodia/messaggio rap messi meglio a fuoco ed integrati nel canto inneggiante e sognatore di Dark Fantasy e nel lamento ipnotico e sferzante di Gorgeous. Questo metodo ha raggiunto un nuovo picco di pathos in Power, una spaventosa variazione sull'inno futuristico dei King Crimson 21st Century Schizoid Man. Il livello di ricercatezza aumenta con gli effetti elettronici di Hell Of A Life, dove le linee vocali di West rispecchiano una linea di basso vintage dei Black Sabbath.
Il modo in cui Lost In The World transita da una delicata litania ad una danza gioviale (utilizzando una davvero poco gioviale melodia di Bon Iver, Woods) è spettacolare.
Al contempo West mostra il suo talento come
regista di voci, organizzandole in sequenze e strati per ottenere il massimo
effetto drammatico. Da qui ecco All Of
The Lights (che vanta undici cantanti ospiti), un pezzo quasi house su percussioni fragorose e contorte,
con fanfare di trombe ed una melodia che ricorda Listen To Your Heart di DHT.
Da qui Monster, una parata di attori
vocali (Bon Iver, Jazy-Z, Rick Ross) che culmina con un'incredibile
performance-mitragliatrice da parte di Nicki Minaj, sospesa nel tempo. Il
susseguirsi di registri vocali (Prince Cy Hi, Jay-Z, Pusha T, RZA, Swizz Beatz)
scolpisce l'elegiaca e sinistra ninna nanna suadente So Appalled.
Una polifonia di voci (in particolare Rick Ross) spinge Devil In A New Dress su un languido adagio Pink Floyd-iano. La musica non solo prosciuga emozionalmente, ma è fisicamente estenuante man mano che i pezzi si fanno sempre più lunghi.
I nove minuti di Runaway iniziano con un pianoforte ticchettante, poi si passa a rap strazianti, terminano con una coda strumentale di musica da camera destrutturata. Gli otto minuti di Blame Game sono un'altra incursione sotto mentite spoglie nella musica da camera come una appassionata ballata stile Sting. L'album termina con Gil Scott-Heron che predica Who Will Survive In America su un beat imponente. Questo compendio di rap e musica soul del periodo è una sinistra allucinazione di impulsi autodistruttivi.
Watch
The Throne (2011) è stata una collaborazione con Jay-Z. L'attenzione maniacale
di West per il dettaglio è un aspetto positivo solo a metà: il sound dell'album suona
opulento, ma anche selvaggiamente artificiale. La maggior parte delle canzoni
esistono solo come effetti sonori (con testi patetici che prevalentemente
celebrano la vita da jet-set del duo). C'è una sequenza di cinque canzoni (Niggas in Paris, Otis, Gotta Have It, probabilmente
quella di spicco, New Day, That's My Bitch) che avrebbero potuto
essere un EP perfetto.
Per lo meno il lounge pop di Made in America non suona soltanto come l'ennesimo effetto sonoro.
Yeezus (Def Jam, 2013), plasmato con un incredibile numero di collaboratori,
è un lavoro superficiale, imbarazzante e ai limiti dell’amatoriale a dispetto
dell’impeccabile fusione di elettronica e voci, degli impeccabili collage e
dell’impeccabile produzione, ma la qualità del suono è un dato non già
artistico, bensì tecnologico. I Daft Punk sono responsabili del beat robotico
di On Sight e l’ottimo riff di Black Skinhead (una delle “canzoni” più
accattivanti): tutto fantastico, ma niente che non avessimo già ascoltato
prima. Ci sono alcuni rari momenti di pathos: il pianto quasi-reggae di I am a God immerso in una desolata
atmosfera post-industriale, il tetro crescendo della prima metà di Hold My Liquor (precedente la non
riuscita orgia di sintetizzatori), le fanfare marziali di trombone in Blood on the Leaves, e... mi sono
sforzato senza successo di trovarne altri. Del pari, ci sono momenti triviali
in modo imbarazzante, sia per mescolanza di generi, sia per quanto concerne
l’analisi sociopolitica (New Slaves, I’m in It, Blood on the Leaves e Bound 2,
che rappresenta semplicemente un noioso tributo alla musica soul) e c’è sicuramente una dose
inconsueta di canzoni riempitive (un EP da quattro canzoni sarebbe stato
notevolmente più appropriato per il messaggio che West cerca di comunicare
nell’album). Nell’album come esperienza narrativa, le storie in esso contenute
cercano di comunicare qualcosa di nuovo, ma finiscono per rappresentare un caso
di bardo populista che cerca disperatamente di trovare qualcosa di nuovo da
dire ai suoi seguaci, più che una discussione seria su genere e razza.
Come esperienza uditiva, quest’album suona
terribilmente datato, proprio come quei nonni che cercano di parlare lo slang
dei loro nipoti. Forse Yeezus doveva essere solo uno scherzo autoironico?
The Life Of Pablo (Def Jam, 2016) è un altro album clamorosamente sopravvalutato, che manca in realtà di ispirazione e contiene soprattutto stereotipi musicali. West flirta con il gospel in Ultralight Beam e questo truccheto mediocre rimane posto in enfasi per più o meno mezz’ora, fino a quando Low Lights non ruba il riff dalla Ballad of Dorothy Parker di Prince e Waves mette insieme un inno in crescendo. Parecchie canzoni dopo, Wolves inscena un’armonia in tre parti rubata dalla muta collaborazione di Sia Furler, il momento più alto dell’album. Dopo No More Parties In L.A., una collaborazione priva di interesse con Kendrick Lamar, l’album si conclude con un puzzle musicale, Fade, che suona come tributo al funk-soul degli anni ’70. L’album è un evento sociale: gli ospiti, i produttori, le campionature e gli autori prevalgono sulla vera musica. E’ solo un’accozzaglia di idee sgangherate. Troppo spesso West prova ad abbellire ritmi noiosi, testi noiosi e melodie noiose con arrangiamenti noiosi.
Nel
2018 West, uno dei parolieri più sopravvalutati nella storia del rap, pubblicò Ye vs The People in supporto della
destra radicale razzista del presidente Donald Trump. Certamente fu una mossa
geniale per attirare audience. Se i suoi meriti artistici sono dubbi, la sua
abilità di generare clamore mediatico è fuori discussione.
Lift Yourself forse contiene il suo
miglior testo: Poopy-di scoop / Scoop-diddy-whoop / Whoop-di-scoop-di-poop.
L’album Ye (Def Jam, 2018) non fu nemmeno un album: lungo 23 minuti, si classifica come EP. Le canzoni sono sciocche e pasticciate. La migliore è Ghost Town, perché prende la melodia da Someday Day di Shirley Ann Lee, l’organo da Take Me For A Little While, e per la cantante ospite Danielle Balbuena, conosciuta anche come 070 Snake. (ho citato questa canzone sol perché se non ne avessi citata nemmeno una, i suoi fan mi avrebbero accusato di non aver ascoltato l’album, ma mi rifiuto di pubblicizzare qualsiasi altra canzone). West ha perso la sua ispirazione, e forse non lo è mai stato particolarmente. Più i media parlano di un artista, più cresce la possibilità statistica che la stampa ne parli bene. Elvis Presley, David Bowie, Michael Jackson, Morrissey ed altre innumerevoli “stars” hanno usato la stessa tattica, ed i loro fan sono convinti della loro immortal grandezza. È imbarazzate come così tanto sia stato scritto su della musica così insignificante (per non parlare dei suoi testi sciocchi, riportati come memorabili poesie) mentre mille dei grandi musicisti classici, jazz, rock ed hip-hop si ritrovino con poche righe.
A dimostrazione di essere diventato una delle celebrità più ridicole in circolazione, nel 2018 West ha cambiato nome in Ye.
Il risveglio religioso di Kanye West è diventato più bizzarro con il mini-album di 27 minuti Jesus Is King (Good Music, 2019), il cui obiettivo di fondere gospel e hip hop è stato tentato con l'acume di un gruppo di burloni del liceo. Alterna il canto e il rap e aggiunge un coro gospel e qualche altro elemento sacro, ma tutta questa "spiritualità" espone semplicemente i suoi limiti artistici. In effetti, il suo risveglio spirituale rasenta la standup comedy. È ancora più ridicolo della conversione di Cat Stevens all'Islam nel 1977. Ma West è stato uno degli artisti più sopravvalutati della sua epoca e lunghe analisi di questo ridicolo album riempivano le pagine della maggior parte delle riviste. Se l'inferno esiste, stanno suonando dischi come questo ai dannati.
Incapace di farla finita con il mettersi in ridicolo, West ha deciso di candidarsi alla presidenza nel 2020, aiutato da veterani operativi del Partito Repubblicano intenzionati a far deragliare l'opposizione al governo di Donald Trump.
Il poderoso Donda (2021), da 108 minuti e 23 canzoni, un album dedicato alla sua defunta madre, è un concept diviso, in parte su un padre di famiglia in lutto e in parte sulla sua fede cristiana. I testi mostrano il solito problema: "Quando non è pretenzioso, West è noioso". Raramente un risveglio religioso è sembrato così malinconico e anemico. La produzione è a dir poco deludente. L'elenco delle canzoni inutili è molto lungo, e costituisce sostanzialmente un ipotetico intero album: God Breathed, che sono cinque minuti di pura tortura nonostante la feature di Vory; Jail, in cui la strofa di Jay-Z è considerata uno dei peggiori rap della sua carriera; Tell the Vision, Junya, New Again, Donda Chant, Jonah, Moon, le ballate neosoul Believe What I Say e Remote Control, e tutte le versioni Pt.2.
Alcune di queste canzoni sembrano demo.
Le canzoni, che sono già intrinsecamente deboli, a volte vengono ulteriormente sabotate dagli ospiti. Per esempio, Hurricane è un'idea decente meglio intrecciata con un organo da chiesa vacillante, ma deraglia con una performance mediocre di The Weeknd e un terribile autotuned di Lil Baby.
Detto questo, l'album contiene due gemme: Come To Life, una sorta di inno gospel senza ritmo basato sul pianoforte e una delle migliori canzoni di West da secoli, e i nove minuti di Jesus Lord, con inquietanti droni synth, coro femminile e un brano elettrizzante di Jay Electronica. Anche Off the Grid è degno di nota, nonostante la partecipazione amatoriale di Playboy Carti fortunatamente riscattato dal drammatico intervento di Fivio Foreign. Moderatamente interessanti sono anche Praise God, avvolta in una nebulosa di voci femminili distorte; lo pseudo-gospel 24, con organo e coro da chiesa; i sei minuti di Pure Souls, fondamentalmente un duetto con Roddy Rich decorato con un loop di organo da chiesa e chiuso da un loop di surreali canti botta e risposta; Heaven And Hell, con ampolloso coro neoclassico; l'orecchiabile inno gospel-rap Lord I Need You; e l'avvincente pezzo di chiusura, No Child Left Behind (con un'altra efficace partecipazione di Vory). Ma è come trovare qualche fiore nel deserto. L'album, l'ennesimo capace di vendere milioni di copie, confermò West come uno degli artisti più sopravvalutati nella storia dell'hip-hop.
La musica di Kanye West non è mai stata particolarmente rilevante, ma in qualche modo i media mainstream se ne sono resi conto solo dopo averne abbracciato il linguaggio razzista, antisemita e suprematista bianco. Il fatto che così tanti critici hip-hop pensassero che West fosse un grande musicista dimostra soltanto quanto la musica hip-hop fosse lontana dal diventare un'arte rilevante.
- Torna alla pagina su Kanye West di Piero Scaruffi -