Dalla pagina su Lana Del Rey
(Translation by/ Tradotto da Federico Piccioni federicopiccioni@gmail.com)

La cantautrice di New York, Lana Del Rey (all'anagrafe Elizabeth Grant) ha acquistato popolarità grazie ai singoli di successo Video Games (la sua ammissione, con la camera da letto come confessionale) e Blue Jeans, rievocatica delle ardenti ballate vecchio stile e del chamber-pop d'atmosfera. Born To Die (Polydor, 2012), prodotto da Emile Haynie, fu, in ogni caso, una collezione di riempitivi che circonda questi successi, con troppi ritmi hip-hop (Summertime Sadness).

The EP Paradise (2013) contiene Ride, traccia prodotta da Rick Rubin, che consiste in un elegante e solenne bolero in crescendo.

Ultraviolence (Interscope, 2014), prodotto da Dan Auerbach dei Black Keys, lasciò per strada i ritmi hip-hop e acquisì, con questa singola mossa, un più profondo senso di sincerità. Cruel World è il pianto della solitudine per antonomasia, con rimandi psichedelici ed echi degli adolescenziali melodrammi di Jim Steinman (la melodia cresce ricordando Bonnie Tyler nel successo Total Eclipse Of The Hear). West Coast è un lamento blues trascinato dal flusso soprano e dal suono metallico della chitarra vintage, che armoniosamente si trasforma in Sad Girl, un inno da piantagione a fuoco lento e dal sapore marziale, forse il picco di pathos maggiore. Shades Of Cool tesse la sua tenerezza attorno ad un disperato gorgheggio melismatico, a tempo di valzer e su un imperturbabile assolo di chitarra (ben travestita all'interno di questa struttura è l'influenza di Janis Joplin). Diventa tutto ancor più triste con la funerea Pretty When You Cry, che, con il suo pomposo finale, prende in prestito qualcosa da Kate Bush e dai Pink Floyd. Il resto è riempitivo. Fosse stato un EP di cinque canzoni, sarebbe stato un capolavoro.


(Translation by/ Tradotto da Carmine De Matteis & Elena Fratini )

Honeymoon (Interscope, 2015), prodotto da Kieron Menzies e Rick Nowels, abbandonato il chitarrismo di Ultraviolence ritorna agli arrangiamenti lussureggianti di Born to Die ma con un’ impressionante inclinazione al confezionamento di melodie gentili.  Dopo Honeymoon, cinque minuti di snervante pop muzak orchestrale, Del Rey lentamente e metodicamente sfodera la sontuosa elegia del singolo Music to Watch Boys To con un flauto reminiscente di Night in White Satin dei Moody Blues e di un caldo ritmo latino. Un’altra melodia ipnotica aleggia nella placida e strascicata trap esotica di Art Deco con magniloquenze orchestrali e cenni di clarinetti jazz. Il suo cantato raramente si discosta da un monotono e pastoso tono colloquiale che ben si adatta a diversi generi musicali, dalla piano ballad di Terrence Loves You alla ninna-nanna folk di God Knows I Tried; dal bambinesco guazzabuglio del singolo High by the Beach (su una base trap). Emblematico di questo approccio resta il coretto folk Religion che lega un molle ritmo letargico a strimpellate sonnolente. Sembra quasi sull’orlo del collasso mentre intona ripetutamente la nenia anemica di sei minuti di The Blackest Day con un tono moribondo che meglio si addice a sabba esoterici. L’album scivola via dall’ascoltatore dolce come una marea che si ritira.

Ormai diventata la regina del pop melancolico e dei beat languidi, Lana Del Rey smorza completamente tutti gli arrangiamenti per Lust for Life (Polydor, 2017), messo appunto da un’armata di producers (inclusi gli immancabili Rick Nowels & Kieron Menzies) e con la partecipazione di molteplici ospiti. Stesso destino per il piuttosto debole singolo Love, per l’ “inno” Coachella - Woodstock In My Mind, e per la piano ballad  Beautiful People Beautiful Problems (salvata da Stevie Nicks dei Fleetwood Mac), per Groupie Love, che sembra provenire dagli anni ‘50, per Get Free, che suona come i girls-groups degli anni sessanta, per l’austera ballata al pianoforte  Joni Mitchell-iana Change, e per Cherry, una lugubre ballata pop-soul sulla falsariga del trip-hop dei Portishead. La Kate Bush-iana In My Feelings presenta un ritornello travolgente, e finalmente l’album sprigiona un afflato vitale con Lust For Life, una collaborazione con i Weeknd che rivisita il synth-pop anni ’80 con ritmi corposi, campanelle e sintetizzatori. Se nell’album precedente Del Rey sembrava godere di sconfinata inspirazione per melodie accattivanti, qui piuttosto è ridotta ad imitare a fatica l’opulenza musicale dei bei tempi andati. Con risultati a volte maldestri. Come nella grandiosità orchestrale e nel martellante ritmo marziale di 13 Beaches, e nell’ alimentata a trap Summer Bummer con la partecipazione di Playboi Carti and ASAP Rocky che di fatto appartiene a un altro album (uno hip hop, e non fra i migliori).


(Translation by/ Tradotto da Carmine De Matteis)

L’arrangiamento ridotto all’osso e i testi cupi di Norman Fucking Rockwell (Interscope, 2019), prodotto da Jack Antonoff, funzionano bene per la leggiadra elegia al pianoforte di Mariners Apartment Complex. Lo spettro emozionale é in realtá assai vasto, passando dalla Serge Gainsbourg-iana ninnananna erotica di Fuck It I Love You al downtempo noir di Cinnamon Girl. Il chitarrismo di Antonoff interferisce un bel po’ con il cantato della Del Rey, ma I due trovano un dolce equilibrio nella prima metà dei nove minuti di Venice Bitch (ahimè, sfigurata nella seconda metà da un assolo chiassoso e noiosamente verboso).


(Translation by/ Tradotto da Francesco Romano Spanò )

Violet Bent Backwards Over the Grass (2020) è un album di poesia recitata.

Chemtrails Over the Country Club (2021) scelse un sound più folk ma il repertorio non è molto entusiasmante. Il tono austero di Joni Mitchell domina White Dress e mostra la profondità emotiva del suo teatro vocale. Infatti, per la prima volta la sua voce prevale nelle canzoni, sia essa vulnerabile come nell'elegia eterea Wild At Heart o malleabile come nella ballata più mainstream Dark But Just a Game o evocativa come in Not All Who Wander Are Lost (titolo rubato a "Il Signore degli Anelli" di Tolkien). La maggior parte delle canzoni è statica, quindi la qualità della voce diventa cruciale. In una parata così monotona, l'improvvisa irruenza country in Dance Till We Die sembra memorabile. Le migliori forse sono la filastrocca naif Chemtrails Over the Country Club e la ninnananna enyaiana fluttuante Let Me Love You Like a Woman.

L'album successivo, Blue Banisters (2021), il primo non prodotto da Jack Antonoff, suonò ancora più monotono. Si tratta perlopiù di una collezione di scarti, una prova di come lei non sia un granché né come poetessa né come cantante. E neanche i suoi produttori sono un granché, dal momento che alcune scelte di produzione che sono davvero terribili.


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