Dalla pagina su Billie Eilish di Piero Scaruffi: traduzioni di Stefano Iardella, Pierluigi Napoli e Francesco Romano Spanò.
(Tradotto da Pierluigi Napoli e Stefano Iardella)

Nata a Los Angeles, Billie Eilish (cognome O'Connell) era solo quindicenne quando la sua eterea ballata folk-pop Ocean Eyes (scritta e arrangiata da suo fratello Finneas O'Connell) diventa virale su Internet. Un altro dei primi singoli, Bellyache, aggiunge un lato più oscuro e spettrale al suo sound. L’EP di otto brani Don't Smile at Me (2017) consegna un soporifero dance-soul di terza mano (Xanny) e ballate noiose (Watch) ma anche un trio di idee intriganti: la cabarettistica My Boy (come avrebbe suonato Marlene Dietrich nell’era del digitale), il singalong subliminale Copycat, e lo shuffle da spiaggia Party Favor. L’influenza di Lorde incombe sugli avvenimenti.

L’album When We All Fall Asleep Where Do We Go? (2019) l’ha trasformata in una star mondiale aggiungendo la sussurata Wish You Were Gay, che rievoca i night-club fumosi degli anni ‘40, la delicata e suicida Listen Before I Go, il numero glitch-dubstep-folk You Should see me in a Crown, e la grottescamente melodrammatica When the Party's Over. La vera attrazione è il sofisticato metodo di produzione di suo fratello, fedele al principio del "meno è meglio". Lui crea la scheletrica ninnananna swingante Bury a Friend (probabilmente la migliore), lo ska debolmente pulsante Ilomilo, e un altro numero da cabaret, All the Good Girls go to Hell. La sua (di lei o di lui?) hit più grande è Bad Guy, con beat tribale, melodia synth cinematografica e fraseggio dell’era doo-wop. Sfortunatamente il singolo (largamente acclamato) Everything I Wanted (2019) e Bitches Broken Hearts (2019) indugiano negli aspetti meno interessanti dei suoi arrangiamenti e della sua voce.


(Tradotto da Francesco Romano Spanò e Stefano Iardella)

L’ascesa fulminea di Billie Eilish nell’olimpo delle celebrità del pop (cosa rara per qualcuno con meno di 20 anni), diventata simbolo della “generazione Z”, culminò con Happier Than Ever (2021), su cui il suo crooning intimo e sussurrato fu accompagnato da arrangiamenti spogli. La delicata ballata pianisticaHalley's Comet è emblematica, ma “semplicità” è anche la parola chiave per la ballata soul-jaz I Didn't Change My Numbere la sensuale Billie Bossa Nova, in cui sembra che stia asfissiando. I brani migliori sono quelli in cui la semplice struttura accresce invece che comprimere la loro (sua e del fratello) interpretazione non ortodossa della ballata pop: Therefore I Am, l’unica canzone scossa da linee di sub-basso, dove un sinistro ritornello cabarettistico viene ripetutamente interrotto da field recordings cinematografici; Getting Older, che evoca Nico che canta in un musichall; Happier Than Ever, un’elegia country alla Cowboy Junkies che si trasforma in un fragoroso coretto da pub; e Oxytocin (forse il migliore), una combinazione stridente tra il ritmo industriale di Finneas e le sue fusa da discoteca. Alcune canzoni sono anonime e saltabili. La danza funk convenzionale My Future si avvicina ai dance club. Il suo coinvolgimento emotivo nelle canzoni è virtualmente inesistente. Canta come se stesse sognando a occhi aperti. E sta proprio qui la forza della sua voce, il punto forte delle sue performance e, data la parsimonia degli strumenti, di gran lunga l’unico motivo per ascoltare quest’album.

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