- Dalla pagina su Katie Gately di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Katie Gately, musicista elettronica cresciuta a New York ma trasferitasi a Los Angeles, pubblica la cassetta Pipes (Blue Tapes, 2013) contenente due lunghe composizioni basate sul massiccio uso del computer e in cui il collage di voci filtrate è realizzato senza l'impiego di altri strumenti musicali. Il brano Pipes, lungo 14 minuti, stratifica ronzii ed elementi vocali psichedelici e, nonostante lo spirito giocoso che viene a intromettersi con sortite nel musichall e nelle atmosfere circensi, raggiunge a tre minuti dalla fine una qualitˆ ipnotica che ha del sinfonico. Acahella, traccia di 8 minuti, è tanto intrigante quanto viscerale, sia ritmica che caotica, in pratica un viaggio nel futuro (l'ipersonica miscela di schegge sonore) cos“ come nel passato (echi di gruppi vocali anni '50) che coinvolge anche il mondo dei cartoni animati e quello della musica da ballo. Forse all'insaputa della stessa Katie Gately, questo è il nuovo capitolo di una storia cominciata nel 1965 dai Fugs, con Virgin Forest, e portata avanti qualche anno dopo da Robert Wyatt con il suo End Of An Ear.
L'EP di sei canzoni Katie Gately (Public Information, 2013) si apre con le aspre dissonanze industrial di Ice e l'inquietante loop di Last Day, facendo segnare così un deciso cambiamento d'umore rispetto allo spirito capriccioso e gioviale del suo primo lavoro. Dread Referee, uno dei suoi collage più potenti, è una trasognata lamentazione in acido su ronzii distorti degna di Karlheinz Stockhausen.
La musica di Katie Gately porta il processo innescato dalla computer music negli anni '50 alla sua naturale conseguenza, ossia all'eliminazione del performer, fenomeno che pone interrogativi sulla natura della performance nella relazione fra umano e tecnologico.
Pivot (2014), traccia di 15 minuti pubblicata su uno split EP, sembra la versione dilatata e rallentata di Pipes in cui il brio infantile ha lasciato il posto a una sorta di cosmico languore. Qui le melodie sono riconoscibili, i ritmi risultano nella norma e a sei minuti dalla fine l'artista intona persino un semplice canto, sebbene un beat industrial a tempo di marcia si impegni al massimo per trasformare il tutto in un sabba delle streghe.
L'album Color (TriAngle, 2016), arrangiato con tutti i crismi, è un lavoro più rilassato e accessibile, sulla scia della linea dettata da Holly Herndon e quindi meno ascrivibile all'ambito della computer music. L'inusuale pezzo dance Lift (una specie di hip-hop caraibico?) e il gioviale shuffle Tuck hanno ben poco in comune con la musica della sua prima cassetta e si affermano come successi del genere dance-pop. Anche Rive è piuttosto insolita, sfoggiando una melodia e un ritmo che evocano le atmosfere del cabaret francese anni '40. Color trasforma in otto minuti gli iniziali ronzii sinfonici pieni di mistero in una appassionata ninnananna popolare. Se i sette minuti di Sift sono confusi e non portano da nessuna parte, e la folle Frisk si sforza fin troppo di scioccare, Sire (fragoroso ritmo sincopato, tremolante organo isterico e melodie vocali con profusione di contrappunti) si distingue come degna continuazione del progetto d'avanguardia con il quale Katie Gately si è fatta conoscere all'inizio della sua avventura musicale.
Loom (Houndstooth, 2020), apparentemente un requiem per la madre, è un'opera minore disseminata di idee importanti. Allay sembra una canzone da cabaret interpretata da Meredith Monk. L'orecchiabile e marziale Tower sembra Kate Bush che canta world music. Flow è una ninna nanna ingenua sussurrata su maestose tastiere in stile Nico. Rest è un madrigale da chiesa cantato nel sonno. Bracer (dieci minuti) è un confuso collage di stili: inizia come una sorta di lugubre spiritual da piantagione, si trasforma in una melodia folk celtica, accelera in un dance-pop elettronico e muore in un canto etnico distorto. Il lugubre e teatrale Waltz troneggia sull'album.
Fawn/Brute (Houndstooth, 2023) sembra un'opera fragile. La fanfara marciante a bassa voce Seed flirta con atmosfere alla Enya. Fawn suona come una versione industrial di Joanna Newsom. L'orecchiabile Cleave sfuma il confine tra la musica dance alla Depeche Mode e i canti sacri da convento. Scale suona come un remix di Madonna delle colonne sonore di un film di Nino Rota. Un'altra canzoncina orecchiabile, Meat, strizza l'occhio allo stile gotico di Kate Bush. La sua incursione nell'espressionismo industriale pulsante di Chaw è benvenuta. Tame, il brano più complesso, evoca la trenodia elettronica dei Suicide prima di trasformarsi in una torrenziale danza jazz con venature brasiliane. D'altra parte, la sua imitazione operistica dei Nine Inch Nails in Brute è meno convincente. È evidente che le composizioni sono state accuratamente selezionate e arrangiate con cura al computer. La qualità è generalmente superiore alla media. L'unica cosa che manca è la passione: la sua voce suona artificiale, indipendentemente da ciò che canta.
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