- Dalla pagina sui Phish di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
Nell'era dell'hardcore punk-rock, l'estetica dei Phish, un quintetto del Vermont formatosi nel 1983, rasentava il suicidio. Ciononostante, la band divenne uno dei fenomeni più significativi del decennio. I Phish si concentrarono sul concerto dal vivo, un concetto che era stato anatema durante gli anni '80, e riscopersero l'assolo di chitarra, gli elaborati arrangiamenti di tastiera, i cambi di tempo del prog-rock, l'improvvisazione di gruppo e l'intero vocabolario della musica intellettuale, come dimostrano le lunghe tracce della cassetta Junta (1988). Il tour de force enciclopedico di Lawn Boy (1990) si concentrava su fantasie melodiche prevalentemente strumentali che citavano attingendo da una lista infinita di generi. Il chitarrista Ernest “Trey” Anastasio (Fort Worth, 1964) ereditò lo stile compositivo clownesco di Frank Zappa, che fondeva rock, jazz e musica classica in modo pseudo-orchestrale, mentre i suoi compagni ereditarono lo stile di jamming vertiginoso dei Grateful Dead, e il tastierista Page McConnell (Philadelphia, 1963) aggiunse un forte ed elegante accento jazz. La loro arte del montaggio stilistico raggiunse l'apice con A Picture Of Nectar (1992). Le sue suite caleidoscopiche bilanciavano il baricentro melodico e le forze centrifughe delle parti strumentali, esplorando un impressionante catalogo di stili, giustapponendo fonti kitsch (esotica, lounge, easy-listening, doo-wop) e duetti da camera o assoli jazz. Il suono più morbido e raffinato di Hoist (1994) chiuse quella fase epica e aprì quella commerciale, nella vena più leggera di Band, Doobie Brothers, Little Feat e Allman Brothers.
Bio:
Il gruppo che ha ri-definito il concetto di "progressive-rock" per gli
anni '90 è quello dei Phish, eredi al tempo stesso di Frank Zappa e dei
Grateful Dead. Dai primi ereditano lo stile di composizione, che mescola rock,
jazz e classica in maniera quasi orchestrale, e il senso dello humour. Dai
secondi ereditano la predilezione per l'improvvisazione e per i concerti
dal vivo.
Trey Anastasio alla chitarra, Jonathan Fishman alla batteria, Mike Gordon al basso, Tom Marshall alle liriche iniziarono a suonare nel campus della università del Vermont (a Burlington per l'esattezza). Presto si aggiunse Page McConnell (tastiere), proveniente da una scuola di musica d'avanguardia, con le sue propensioni per la musica jazz. Il primo impegno semi-professionale del gruppo fu un musical, interamente composto da Anastasio. Presto il gruppo potè vantare un carnet di decine di canzoni, che costituiranno per diversi anni il canovaccio delle loro (leggendarie) esibizioni dal vivo.
In breve la fama del gruppo, e di quei suoi show per nulla formulaici e
incredibilmente virtuosistici, superò gli angusti confini del New England e
si sparse ovunque. Venne istituito un "fan club", nacque una "newsletter"
e la rete nazionale di computer prese a trasmettere le loro imprese come un
tam-tam. Fenomeno più unico che raro della storia del rock,
senza aver ancora inciso un solo singolo, i Phish si permisero il lusso di
compiere due tour nazionali, riuscendo a riempire teatri da migliaia di posti.
Ai concerti veniva distribuita una cassetta auto-prodotta che vedrà la luce
soltanto anni dopo: Junta (1988 - Elektra, 1992).
Le lunghe jam di David Bowie, Fluff's Travels e
You Enjoy Myself, Esther, The Divided Sky
non potrebbero essere più anacronistiche, ma trovano
un pubblico di ferventi ammiratori.
Con quei concerti i Phish rivalutarono gli assoli di chitarra, gli
accompagnamenti jazz-rock delle tastiere, i cambi di tempo,
le improvvisazioni di gruppo, e tutto il linguaggio del progressive-rock.
Il primo album, Lawn Boy (Absolute A Gogo, sep 1990), alimenta un
fenomeno di culto che stava già dilagando.
L'opera non è soltanto una delle più varie e fantasiose
di sempre, è anche un saggio di montaggio scientifico, di assemblaggio
certosino di temi e partiture eterogenei, di camaleontismo musicale.
Il rock torna improvvisamente indietro alle suite caleidoscopiche dei primi
anni '70.
Tutti i brani sono prevalentemente strumentali, e tutti dilatano ad oltranza
la forma-canzone del rock. Tutti sono caratterizzati dalle continue mutazioni
(di melodia, di ritmo, di strumentazione, di chiave), per cui le vere
protagoniste di questa musica finiscono per essere le suture; e la composizione
diventa l'arte di saper cucire assieme gli spunti più disparati.
Capita così di ascoltare all'interno dello stesso pezzo cadenze di
calipso, fraseggi di jazzrock, vocalizzi da "barbiere", rumori "trovati", lenti
da ballo, fanfare rhythm'n'blues perfettamente integrati fra
di loro, al punto da non capire dove finisca l'uno e dove inizi l'altro.
La cucitura è ancor meglio mimetizzata che nelle prime suite di Zappa, ma
l'otto volante degli arrangiamenti non è meno avventuroso.
I Phish hanno la stessa cultura enciclopedica della Bonzo Band, ma con un savoir
faire e un piglio da devoto collezionista invece che da liceale mattacchione,
con lo spirito insomma di una Penguin Cafè Orchestra del jazz-rock.
Infine li contraddistingue una perizia strumentale e compositiva
che ha pochissimi eguali, tanto nel rock quanto nel jazz, soprattutto per la
capacità di amalgamare l'assieme. Anastasio è il principale compositore ed
arrangiatore, e a lui si deve anche quel sound ovattato, confezionato con cura
artigianale.
Per esempio, The Squirming Coil diluisce un delicato jazz da camera in
un crescendo travolgente, usando il piano per battere il ritmo con eleganti
figure boogie, per approdare inaspettatamente a una ballata alla Dire Straits,
e per culminare poco dopo in un ritornello solenne (con raddoppio in
falsetto). La sfilata di travestimenti prosegue di questo passo fino a
Bouncing Around The Room, brano invece classicheggiante, impostato come un
gioco di sofisticati contrappunti vocali e di crescendo minimalisti, ma con
un finale evanescente alla Grateful Dead.
Split Open And Melt inizia come una fanfara jazzfunk ma finisce con un
lamento a cappella rinascimentale. La quantità e qualità di trame è
impressionante.
Che non si tratti soltanto di uno show di acrobati della musica, che il
programma sia contaminato da forti dosi di comicità, è dimostrato da
canzoni-gag alla Frank Zappa come Bathtub Gin. A sdrammatizzare ulteriormente
l'atmosfera, portandola quasi ai livelli del circo equestre,
contribuiscono i brevi intermezzi sparsi qua e là: My Sweet One che dipana
con naturalezza un country &io; western, o
il bluegrass d'avanguardia di The Oh Kee Pa Ceremony.
L'obiettivo dichiarato da Anastasio è quello di resuscitare il codice delle
vecchie "big bands", ovvero prendere un motivo e "farlo ascoltare" in diverse
varianti: quello da ballo, quello per intellettuali, quello per relax e così
via. L'obiettivo è cioè di riscoprire la flessibilità insita nel linguaggio
musicale, che la commercializzazione spinta dell'era capitalista ha finito
per castrare a favore di una forma di espressione più rigida (e pertanto
più facilmente vendibile).
Ma il codice linguistico dei Phish ha un'ulteriore livello di interpretazione,
in quanto non è legato a un genere specifico. Il pretesto di un brano può
venire da un ritornello pop come da una filastrocca bluegrass; ma per strada
quel tema cambierà in un altro, blues o funk o reggae o chissà, e la sua
destinazione finale è del tutto casuale. La dinamica è altrettanto
imprevedibile, con una successione di alti e bassi, di ritmi incalzanti e di
ritmi lenti, di passaggi assordanti e di passaggi impercettibili.
Abilissimi nel creare progressivamente stati di suspence,
nell'orchestrare alternanze di tensione e di relax,
nel far scomparire il ritmo in un flusso continuo di sincopi,
nel coagulare
all'improvviso tutte le energie per esplosioni selvagge, maestri della
tecnica classica della fuga, i Phish riescono ad amalgamare lo spirito razionale
(occidentale) e quello irrazionale (africano) della musica moderna.
In tal senso il capolavoro nel capolavoro è Reba, che inizia come un
vaudeville cantato sottovoce al ritmo di un tip-tap leggero e di un
pianismo subdolo, per tuffarsi in un contesto di cartoni animati e orchestrine
di ragtime e finire in un bandismo buffo e "totale" alla Zappa, con
sequenze di jazz-rock chitarristico superbamente arrangiato.
Ma dal punto di vista strettamente tecnico meglio ancora riesce a combinare
lo strumentale Run Like An Antelope, che parte con uno scoppiettante
country-rock, cambia marcia con un'incalzante "jazzblues fusion",
propulsa da un pianismo da saloon in rapido crescendo, sempre più swingante,
sempre più elettrico, lambendo atmosfere magiche alla Peter Green,
per culminare in un jamming scatenato guidato dalla chitarra,
e terminare in uno spumeggiante bluesrock memore dei Little Feat e della Band.
Nonostante l'album divenisse subito irreperibile per il fallimento della
compagnia discografica che lo doveva stampare,
la fama del gruppo crebbe ulteriormente, ponendoli in testa alle classifiche
dei critici musicali di mezza America.
A Picture Of Nectar (Elektra, feb 1992) raggiunge il formato ideale,
riducendo i funambolismi al minimo indispensabile in maniera che il tema
melodico funga da baricentro e controbilanci le
forze centrifughe con un nucleo più pesante.
Al tempo stesso il disco esalta l'eclettismo del gruppo,
saltando con disinvoltura da comicissimi bozzetti bluegrass e ragtime
(Poor Heart)
a seriose disgressioni sull'arte pianistica di Thelonious Monk (Magilla),
da Santana (Landlady) a Yes (The Mango Song),
dal calypso di Stash al reggae di Guelan Papyrus, disseminando qua e là
fughe atonali e carillon natalizi, serenate romantiche e filastrocche
da vaudeville, con McConnell in maggiore evidenza e una maestria quasi
"orchestrale" nei contrappunti di basso e chitarra.
Senza contare il boogie incalzante alla ZZ Top di Chalk Dust Torture, il
jazzrock torrido di Llama e
la canzonaccia jazzfunk alla Zappa di Cavern (con una delle loro melodie più
memorabili).
Essendo meglio focalizzato, ogni brano ha modo di sviluppare il tema fino
in fondo, invece che interromperlo e capovolgerlo di continuo.
Ancora una volta i momenti più suggestivi sono però quelli in cui i Phish
affrontano le loro sorgenti sonore più kitsch (worldmusic, jazz e pop) con
lo stile della Penguin Cafè Orchestra, in particolare Glide, su uno
splendido duetto di contrabbasso e chitarra acustica, nonchè coro da doo-wop.
Nel campo delle jam improvvisate i Phish mettono a segno Tweezer,
in cui rendono omaggio al "roots-rock" degli Allman Brothers e della Band.
Ciò che mantiene lontani i Phish dall'acidrock degli anni '60 è il
tocco "classico", la pulizia sonora, gli schemi musicali formalmente
impeccabili. Lo spirito non è quello degli hippie ma quello di forbiti
cameristi.
Nel tour del marzo 1992 il gruppo eseguiva settantasette canzoni diverse, a fronte di sole venticinque registrate su disco. L'arguto bluegrass di Rift, la jam jazzata di Maze (un incrocio fra Frank Zappa e In A Gadda Da Vida), la fuga classicheggiante di All Things Reconsidered (un incrocio fra Zappa e Bach), il toccante flamenco di My Friend e il vaudeville comico di Sparkle, vennero raccolti soltanto anni dopo su Rift (Elektra, 1993), coerentemente con la loro etica rigorosamente anti-commerciale.
The Dude Of Life è un personaggio leggendario di New York che ogni tanto
compare agli show dei Phish bardato da re o da folletto e canta una delle
sue canzoni. Il repertorio di questo bizzarro bardo ha fama di essere composto
da sarcastiche meditazioni sull'essenza della vita come quella celeberrima
di TV Show che è uno dei graffiti più usati nei cessi del college di
tutta l'America: “Life is a TV show/ that should've been cancelled long ago”.
L'amicizia con Trey Anastasio risale ai tempi del liceo, quando
entrambi militavano negli Space Antelope. Dude ha scritto alcune delle
canzoni dei Phish, in particolare lo strumentale Run Like An Antelope e
un paio di brani della mitica cassetta auto-prodotta Junta, più un paio
di brani tuttora inediti (sono almeno una cinquantina i brani dei Phish
mai comparsi su disco).
La musica di Crimes Of The Mind (Elektra, 1994), registrato nel 1991 e
rimasto per anni nel cassetto, è quella che ci potrebbe aspettare dai Phish,
con appena un vizio di humour bislacco in più del normale. Insomma,
il classico impasto di Little Feat, Band, Grateful Dead, forti dosi di
gospel, blues e jazz in una struttura che si presta alla jam.
Dude dimostra di valere molto più degli spezzoni di avanspettacolo che
gli regalano i Phish dal vivo. Come cantautore, si situa a metà strada
fra Warren Zevon e Neil Young. Il passo epico e fatalista del primo sospinge
diverse delle canzoni più lineari (Dahlia su tutte) e
satire affilatissime come Self. La nevrosi solenne del secondo trapela dalla
title-track. Gli sketch per cui è diventato famoso lasciano invece un po'
a desiderare, tanto la gag alla Zappa di Family Picture quanto l'ovvia
parodia di Lucy In The Subway With Daffodils.
Il personaggio è meglio rappresentato da commosse celebrazioni della
propria insipienza come King Of Nothing.
Mentre gli album precedenti riciclavano semplicemente il loro repertorio live,
Hoist (Elektra, 1994) venne composto e rifinito in maniera unitaria.
Il risultato fu, non a caso, più organico e levigato. I suoi brani non sono
jam da eseguire a oltranza, ma canzoni concise e melodiche.
Qual che fosse l'intento, il risultato è chiaramente commerciale.
Le pietre dello scandalo sono Down With Disease, un funkysoul
caracollante e melodico, a un pelo dall'umore farsesco degli Spin Doctors,
che furoreggia alla radio; e il disimpegnato soulrock di Sample In A Jar,
sincopato e orecchiabile quanto basta per imporlo alla nazione sudista.
Anche l'epica cantilena di If I Could, avvolta in spirali elettroniche, e
la delicata parabola country di Lifeboy, infiorettata di violini e banjo,
sono confezionate per un ascolto di massa.
Ma quando Julius intona quel boogie alla ZZ Top,
fra le sortite funky della sezione di fiati dei Tower Of Power e
il raddoppio swingante di un coro gospel, o quando Axilla sfodera il suo
fraseggio travolgente, viene fuori l'indole ribelle del gruppo.
Il loro leggendario jamming rimane relegato alla fine del disco, nella lunga
Demand, a segnalare che quella stagione è ormai finita.
Maestri del kitsch come soltanto Zappa ha saputo essere, i Phish si permettono
anche il lusso di una rievocazione degli anni ruggenti come Wolfman's Brother
e di un bluegrass a rotta di collo come Scent Of A Mule.
Nella solita bolgia di Grateful Dead, Band, Doobie Brothers, Little Feat
e Allman Brothers, i Phish scolpiscono un altro lavoro magistrale.
Per farsi perdonare dai fans estremisti, i Phish pubblicarono poi
A Live One (Elektra, 1995), degno discendente
dei grandi doppi dal vivo degli anni '70.
I Phish celebrano la leggenda uscendone con grande classe, e dalla stessa
porta da cui ne erano entrati, quella delle esibizioni dal vivo.
Dal vivo vengono a galla senza trucchi le parentele con i Grateful Dead,
perlomeno in canzoncine pepate come Bouncing Around The Room (da Lawn Boy) e
Chalk Dust Torture (da Nectar), con la buona aggiunta al repertorio
dell'epica veemenza di Wilson.
A guadagnare dal formato live sono soprattutto i brani più estesi, che hanno
modo di risplendere in tutta la loro genialità compositiva ed esecutiva,
senza la patina di humour ciarlatano a cui eravamo stati abituati.
In effetti c'è più Zappa che Dead nelle partiture jazzate di
The Squirming Coil (da Lawn Boy) e Stash (da Nectar), per via delle
divagazioni gettate lì con nonchalance (celebre il calypso del secondo)
e di una scioltezza orchestrale che non ha molti eguali nella storia del rock.
Le improvvisazioni più coraggiose si trovano forse nelle tre jam inedite:
You Enjoy Myself (venti minuti, compariva sulla prima cassetta), Slave To The Traffic Light (undici minuti)
e Harry Hood (quindici minuti). Qui la spettacolarità si riduce spesso
al minimo. Il motivetto funky della prima spunta soltanto dopo sette minuti e
scompare quasi subito, sommerso dagli assoli logorroici delle tastiere, della
chitarra, della batteria e persino del canto in stile jug.
Bisogna aspettare fino alla fine prima che la seconda si sollevi in un glorioso
tema hard-rock.
Harry Hood è in gran parte dominata da un cincischiare in sordina delle
tastiere.
Tuonino i cannoni: una versione colossale di Tweezer, la loro jam improvvisata
per eccellenza, scardina il limite dei trenta minuti (con momenti di caos
assoluto).
L'atmosfera dal vivo è quella più ideale per i Phish.
Quel grande clown della composizione che è Trey Anastasio mette insieme
nel 1996 un'orchestrina jazz raccattando vecchie e giovani glorie (Marshall
Allen e Michael Ray dell'orchestra di Sun Ra, il John Medeski titolare del
trio con Martin e Wood, nonchè Marc Ribot, ex Lounge Lizard) e registra
Surrender To The Air (Elektra, 1996).
Divertendosi a speculare sulle intuizioni di Miles Davis nell'ambito
della funky fusion, quelle di John Coltrane nel campo del free trascendente
e quelle di Sun Ra nel campo della spiritualità cosmica, Anastasio lascia
ampio spazio ai comprimari (soprattutto nelle quattro parti di
And Furthermore).
Il fare sornione e (volutamente) inconcludente dei Phish costituisce la
cartilagine su cui si appoggiano queste dotte improvvisazioni di virtuosi.
Un disco di splendide serenate per intellettuali hippie.
La suite acquatica di Billy Breathes (Elektra, 1996) rappresenta invece
la prima delusione della carriera di Anastasio.
I Phish si auto-riducono a gruppo di
studio, quando in passato i loro dischi erano stati prima di tutto registrazioni
dal vivo (poco importa se davanti a folle oceaniche o dentro auditorium
deserti), e la musica ne soffre.
Le canzoni sono tutte calcolate per colpire le masse radiofoniche, semplificate
fino a sembrare scheletri di canzoni dei Phish: di Free e
Theme From The Bottom sono rimaste soltanto le melodie e le cadenze
briose, di Character Zero la grinta rock.
Anastasio e compagni si riprendono dal tonfo di Billy Breathes (Elektra, 1996), primo album mediocre della loro carriera, con Slip Stitch And Pass (Elektra, 1997). L'approccio sfacciatamente commerciale di quel lavoro non aveva pagato, e quindi la truppa tenta di farsi perdonare perlomeno dai loro fans con un lavoro registrato dal vivo. Wolfman's Brother (14 minuti) va annoverato fra i classici, forte di una melodia gospel-soul da manuale e di una cadenza sincopata da country-rock, ma soprattutto per il modo maturo ed elegante con cui il quartetto snocciola il suo repertorio di fraseggi e ritmi jazz, blues e rock, nonchè per i superbi e camaleontici assoli di Anastasio. Mike's Song, frenetica, funky e dura, denota la crescente intraprendenza del bassista Mike Gordon. Taste ritorna alle loro radici rurali e scodella l'atmosfera più jazzata, con Anastasio succube degli accenti tropicali di Carlos Santana e il piano letteralmente "picchiato" da Page McConnell. Ma su tutto svetta la scoppiettante e trascinante Weekapany Groove, a metà strada fra una piece di Peter Green, le vertigini mistiche della Mahavishnu Orchestra e un boogie da saloon. Queste quattro lunghe jam bastano a riconciliare giovani e anziani con i Phish.
Il sound rotondo e rilassato di The Story of the Ghost (Elektra, 1998) conferma però che Anastasio e McConnell (principali responsabili delle musiche) hanno perso per sempre lo smalto di un tempo, e l'unica consolazione è la leggiadria con cui compongono canzoni formalmente impeccabili. I discografici gongolano per il soul-jazz di Ghost e il funky-soul di Birds Of A Feather (con profumi dell'acid-rock californiano) e forse anche per la musica leggera brasiliana di Frankie Says. Ma Limb By Limb sposa le armonie vocali e le progressioni sontuose degli Yes al blues-rock degli Allman Brothers, e Wading In The Velvet Sea è una ballad solenne che mette in orbita una delle melodie più memorabili della loro carriera. I Phish si concedono anche di dissacrare il bluegrass con la scoppiettante Water In The Sky e di prendere in giro la musica da ballo con The Moma Dance. E non lesinano di sperimentare, in particolare con i bozzetti surreali di Fikus e Shafty, che rinunciano al formato tradizionale della canzone a favore di cadenze etniche e di bizzarrie armoniche, e risultano, pur nella loro brevità, fra gli episodi più intriganti. Mancano le suite che li hanno resi celebri, ma il brano più ambizioso, Gayute (guarda caso, brano risalente al 1994) contiene otto minuti di eleganti variazioni su un tenue tema folk, in particolare prima fischiettato alla Jethro Tull e poi suonato alla chitarra a mo' di fuga barocca. Le note di copertina dicono che il gruppo ha composto una quarantina di canzoni nell'ultimo anno e soltanto tredici sono finite su quest'album.
Venuti alla ribalta quasi di nascosto, sorprendendo la stampa ufficiale, forti di adunate oceaniche che facevano impallidire i pellegrini del grunge, entrati in classifica senza sfruttare nessuna delle regole tradizionali del marketing, i Phish erano diventati un'istituzione e avevano rifondato l'idea stessa di cosa fosse la musica rock.
Con un singolare collage di jazz, rock, classica, country, blues, worldmusic,
e forti di un talento enorme, ma ancor più del giusto spirito, i Phish
si sono posti all'avanguardia di un movimento di rivalutazione dei valori
anti-commerciali e comunitari degli anni '60.
Il loro jazz psichedelico ne fa i diretti e legittimi eredi dei Grateful Dead.
I Phish appaiono irriconoscibili su Farmhouse (Elektra, 2000), una tiepida raccolta di canzoni pop che non funzionano nemmeno come parodie della musica commerciale. Le composizioni semplici e melodiche di Trey Anastasio si basano su motivi orecchiabili e lasciano uno spazio molto esiguo all'improvvisazione. Anastasio è un attempato songwriter, che ora mette il cuore in ballate lente accuratamente cesellate come Bug (monotono ronzio d'organo, maestoso riff chitarristico, ritornello epico) e Dirt (orchestra d'archi, solenni figure di pianoforte). La band ritrova la propria vena in Farmhouse, ma, per quanto sia buono il risultato, il brano è un semplice cumulo di citazioni (ritmo marziale della Band, armonie vocali soul, linee di organo gospel, assolo di chitarra romantico). Altrove lo standard è persino meno fantasioso, avvicinandosi al latin-soul-rock di Santana (Twist), ai ritmi country & western (Back On The Train) e ad uno zoppicante rhythm and blues (Gotta Jibboo). Gli strumentali sono probabilmente i peggiori della loro carriera. I momenti più imbarazzanti dell'album arrivano con alcune gags poco ispirate (Heavy Things) che dovevano chiaramente essere il pezzo forte dell'album. Si tratta certamente del meno audace dei loro albums fino a questo momento. L'organo e il pianoforte di Page McConnell rappresentano quasi l'unica ragione, al momento attuale, per ascoltare i Phish. Il prossimo album di Anastasio sarà composto da musica new age strumentale.
Di rado si forma un vero supergruppo. Generalmente uno o due virtuosi si
uniscono e reclutano uno o due strumentisti da band minori. Gli Oysterhead sono
un'eccezione: il chitarrista Trey Anastasio (Phish), il bassista Les Claypool
(Primus) e il batterista Stewart Copeland (Police) sono fra i grandi di
sempre ai loro strumenti e due di loro sono indiscussi leader delle loro
band. Purtroppo, The Grand Pecking Order (Elektra, 2001) soccombe alla sindrome
da supergruppo: un impressionante arsenale di idee ma mediamente il materiale è indistinto.
Little Faces apre con beat africano, chitarra funky e tastiere jazz e ci
si attende una favolosa jam dai tre creativi strumentisti: si tratta invece
di una canzoncina psichedelica con sfumature prog-rock. Oz Is Ever Floating
ha un beat reggae e una melodia che ricorda i Cream, ma senza nulla di rilevante. Con
la terza traccia, Mr. Oysterhead, siamo in piena lounge/soul music. Anastasio,
con Radon Balloon, coglie il genere più popolare del momento, la bossanova
(con un'involontaria imitazione di Donovan).
La qualità umoristica di pieces come Shadow Of A Man, di Claypool, starebbe
certamente bene in un'operetta dei Residents. Molte canzoni suonano come
musichall gags (Rubberneck Lions, The Grand Pecking Order) e la seconda
metà è composta da puri riempitivi (alcuni imbarazzanti come l'hard-rock
di Pseudo Suicide e la parodia alla Kinks di Owner Of The World).
In conclusione, un album con materiale debole ed infantile.
Trey Anastasio con il suo secondo album, eponimo, Trey Anastasio (Elektra, 2002), che suona come
il suo progetto più rilassato, propone canzoni immerse nella roots music, offrendo
"party vibrations". Una sezione di quattro trombe (che ricorda il
pop-jazz dei settanta), un coro femminile (che ricorda il soul-rock dei
settanta) e un organo funky sono frammisti a chitarre rumorose e a percussionismo
potente, creando così agitazione sudista e conservatrice di funk and boogie.
Alive Again apre i lavori con forti accenti rhumba and jazz, spinta dal
delirio di trombe e percussioni. Le somiglianze con i Colosseum sono particolarmente
forti in Night Speaks to A Woman, forse la migliore melodia nell'album.
Money Love And Change, leggermente noisy, veloce e fortemente sincopata
avrebbe potuto appartenere al primo album dei Chicago. D'altra parte, il
misto di hard-rock e funk in Cayman Review ricorda i tardi Little Feat.
Pure le lunghe jam, come gli undici minuti di Last Tube e Push On 'Til
The Day diffondono spirito gioioso e carnevalesco.
Anastasio si ferma solo nella bella ballata pianistica Drifting e nei brani
strumentali, a dir poco "strani" (At The Gazebo è una sorta di funerea
versione di Yesterday dei Beatles, Ray Down Balloon è una delicata overture
orchestrale in vena neo-classica).
Questa è solo l'ombra dei Phish. Poco è rimasto della loro esuberante creatività (di
fatto solo l'esuberanza).
Vida Blue (Elektra, 2002) è il nuovo progetto del tastierista dei Phish Page, Page McConnell, che ora si diletta in un virtuosistico pop-funk-jazz (Most Events Aren't Planned, Electra Glide). I dodici minuti di CJ3 dimostrano quanto potrebbe essere un significativo musicista jazz.
I Phish si riunirono per registrare il pessimo Round Room (2002).
Plasma (2002), di Anastasio, consta di performance live.
L'album solista di Mike Gordon, Inside In (Ryko, 2003), è di fatto la colonna sonora del suo primo film.
L'ultimo album dei Phish, Undermind (Elektra, 2004), presenta un interessante pezzo psichedelico (A Song I Heard the Ocean Sing), ma per il resto affonda quasi sempre nelle sabbie mobili del pigro easy-listening per hippies (Army of One and Tomorrow's Song).
Nel frattempo, Anastasio esce con un imbarazzante album solista, Shine (2005), contenente i suoi pezzi più radio friendly di sempre.
Promos e materiale dei primi tempi erano stati inclusi su The White Tape (Dry Goods, 1998), in particolare le registrazioni del 1985.
L'album solista successivo di Anastasio, The Horseshoe Curve (2007), conteneva per contro strumentali composti nell'arco di diversi anni prendendo a prestito da funk, soul e musica latina. I suoi eccentrici arrangiamenti da big-band non sono come quelli di Frank Zappa, e pezzi ambiziosi come Olivia si snodano attraverso stili diversi senza l'abilità di Zappa nel dare un senso all'insensato.
Joy (2009), dei Phish, mostra una forte influenza jazz, sia nelle ballate Joy e Backwards Down the Number Line che nei tredici minuti della jam Time Turns Elastic, che fa propri elementi reggae (Sugar Shack) e boogie (Kill Devil Falls).
Tra gli album successivi si annoverano Party Time (2009), Fuego (2014), Big Boat (2016), Sigma Oasis (2020), Evolve (2024).
Gli stessi Phish sono responsabili di I Rokk (2018), accreditato a Kasvot Vaxt, e Get More Down (2022), accreditato a Sci-Fi Soldier.
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