Nine Inch Nails


(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
Pretty Hate Machine, 7.5/10
Broken, 6/10
The Downward Spiral , 8.5/10
Further Down The Spiral , 6/10
Fragile, 7/10
Things Fall Apart , 5/10
With Teeth (2005), 5/10
Year Zero (2007), 6/10
Ghosts I-IV (2008), 4/10
The Slip (2008), 5/10
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Trent Reznor's Nine Inch Nails changed dramatically the fate of industrial music. Reznor created a persona that was a cross of Dostoevsky's "demons", Goethe's Werther, Nietzsche's "ueber-mensch", and De Sade's perverts. Technically, Reznor took elements from Throbbing Gristle, Pere Ubu, Foetus and Ministry and filtered them through the new computer technology. Reznor thus changed the very meaning of "rock band": the band was him, singer and arranger. Brutal music, nihilistic lyrics and claustrophobic atmospheres turned Pretty Hate Machine (1989) into the manifesto/diary of an entire generation. Few albums better summarize the spirit of the 1990s than The Downward Spiral (1994). Each song is both a battlefield for the highest possible density of truculent sound effects and a largely-autobiographical ode-psychodrama. The thundering polyrhytms, the chaotic and cacophonous orgies, the grotesque "danse macabres", the chamber blues pieces, the harsh counterpoints, the mournful melodies were carefully assembled to deliver the sense of a man without a past or a present or a future, a man who was a pure abstraction in search of meaning, pure form in search of content. Reznor retreated towards a simpler format, albeit using the same tools (psychotic screaming, killer synths, metallic percussions, brutal distortions), on the double album Fragile (1999). Reznor showed that he was not interested in angst for the sake of angst, and cared more for meditation on his own angst; that he was not indulging in insanity but merely puzzled by it.
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Nine Inch Nails e` uno dei progetti piu` importanti degli anni '90. All'inizio venne semplicemente considerato uno degli act piu` rilevanti della musica industriale, ma nel giro di pochi anni la sua influenza si estese ben oltre l'assunto e Nine Inch Nails divenne una delle esperienze fondamentali della musica rock tutta. Dietro la sigla si nascondeva Trent Reznor, originario della Pennsylvania, trasferitosi a Cleveland (Ohio), dove aveva militato in alcune formazioni minori, fra cui gli Slam Bam Boo e gli Exotic Birds di Chris Vrenna. Nine Inch Nails fece scalpore sia per la musica sia per i testi. Reznor impose una perfetta combinazione di arte e vita che entro` in risonanza con l'umore della sua generazione, cosi` come c'erano riusciti Bob Dylan e Jim Morrison prima di lui. Con Nine Inch Nails nacque una figura che era un incrocio fra i "demoni" di Dostoevsky e il giovane Werther di Goethe, fra il superuomo di Nietzsche e i pervertiti di De Sade. La tragedia era accompagnata da note che riassumevano dieci anni di colonne sonore dell'apocalissi (dai Throbbing Gristle e dai Pere Ubu fino a Foetus e ai Ministry), ma filtrati attraverso una nuova tecnologia del suono, la tecnologia dell'era dello studio e del computer. Reznor cambio` la faccia del complesso di musica rock una volta per sempre: il complesso era lui, cantante e arrangiatore, messia e orchestra.

Proponendo una personalita` tanto brutale quanto quella di Foetus ma melodie piu` umane, ritmi ballabili alla Ministry e arrangiamenti elettronici, l'album Pretty Hate Machine (TVT, 1989) fu un disco-avvenimento. Le liriche nichiliste e le atmosfere claustrofobiche ne fecero anche qualcosa di piu`: una sorta di manifesto/ diario di un'intera generazione. Cio' in cui eccelle Reznor e` proprio nel rendere in musica la ferocia, la rabbia, lo spirito di ribellione che permeano queste odi all'alienazione dei teenager. Le atmosfere nevrotiche di Terrible Lie ricordano i brani techno-funk piu` plumbei di Peter Gabriel. L'espressionismo di Reznor nasce qui, da queste frasi sconnesse (prima bisbigliate e poi urlate), da queste violenti sincopi metalliche, da queste scudisciate di tastiere in staccato, da questi sudari agghiaccianti di elettronica. I poliritmi farraginosi di Kinda I Want To sono sullo stesso piano di un pop post-Gabriel, con l'aggiunta di schitarrate punk-rock. Reznor comunica la stessa viscerale paura anche attraverso un rap, Down In It, sempre alla sua maniera cannibale.
Vertice dell'opera e' Head Like A Hole, che e` fondamentalmente un bruttissimo rhythm and blues cantato con foga satanica e propulso da un incalzante battito elettronico. In questo brano sono piu' evidenti i debiti verso il synth-pop decadente idi Billy Idol. E synth-pop sono anche, fondamentalmente, le progressioni sinfoniche di Sin e il balletto conclusivo di Ringfinger.
La tensione rimane al limite della psicosi omicida anche nei brani piu` calmi: nello shuffle febbrile di Sanctified, recitato sotto tono ma carico di angoscia, e nel recital ancor piu` sfumato di Something I Can Never Have, ballata disperata immersa in un paesaggio deturpato da rumori metallurgici e prosciugato da lunghe pause di lontani rimbombi, nel funk grottescamente deformato di The Only Time (uno dei pochi brani in cui la musica prevale sulla voce).
Rispetto ai colleghi "industriali", Reznor sapeva soprattutto cantare, e usava la voce con tutta la sua spaventosa potenza. Reznor fu il primo grande cantante della musica industriale.
Le partiture strumentali preparano il terreno per i lo show canoro. Reznor non ha paura di comporre musica non-lineare, in cui manca il ritornello, in cui i ritmi si spappolano nel momento in cui dovrebbero incalzare o in cui non esistono strumenti melodici. Reznor non ha paura di lasciare la voce sola a rantolare in un cespuglio di ritmi spinosi.

Quando i Ministry sterzarono verso lo speed-metal, Reznor li segui`: sull'EP Broken (TVT, 1992) i synth vengono messi in secondo piano, e al loro posto compare un plotone di chitarre dal sound catastrofico. L'EP esplode con le martellanti distorsioni di Wish, per tuffarsi poi nei torrenti di lava elettronica di Happiness In Slavery (il brano piu' simile al sound dell'esordio, e un hit dei club) e terminare fra le braccia del thrash supersonico di Gave Up. Sono tre dei migliori brani del genere. Tutto (compreso lo stucchevole nichilismo delle liriche) e' studiato per cercare l'"effetto" a tutti i costi, per cui il risultato finale non suona molto spontaneo; ma Reznor riesce comunque a cavalcare la tigre dell'heavymetal meglio di quanto faccia lo stesso anno Jourgensen. (L'anno dopo Reznor pubblichera' Fixed, una serie di remix strumentali di questo EP, in cui il sound e' piu' elettronico e meno heavymetal).

Reznor mise a punto la sua miscela musicale/esistenziale sull'album The Downward Spiral (TVT, 1994), probabilmente il capolavoro dei Nine Inch Nails. Il livello di introspezione diventa maniacale, e la potenza della musica e` tutta funzione dello psicodramma delle liriche. I brani affondano inizialmente in visioni devastanti del passato (ogni canzone essendo un bagliore improvviso che illumina un ricordo) e poi (a partire da The Becoming) compongono una progressione, quasi un Calvario, verso l'agonia finale di Hurt.
La truce e trascinante violenza di Mr Self Distruct e lo spaventoso voodoobilly di Big Man With A Gun (uno dei suoi vertici), quell'anthem del nichilismo e del superominismo che e` Heresy, le parolacce gridate qua e la' con quel suo tono da maniaco sessuale nonche' omicida multiplo, le cadenze da locomotiva sempre in primo piano, le distorsioni da fili dell'alta tensione colpiti da un fulmine, sono messi al servizio di una forma di "poema industriale" che e' l'analogo del poema sinfonico, tentativo di descrivere fatti e vicende, di raccontare storie in musica, e come tali hanno lo stesso "appeal" sul pubblico dei cyberpunk che i poemi sinfonici di Liszt ebbero sui giovani bohemien del secondo Ottocento.
Nelle loro pantomime viene parafrasato lo zeitgeist degli anni '90. Eraser, forse l'apice drammatico del disco, simula una macchina che implori il suo costruttore di "Hate me/ smash me/ erase me/ kill me". E` la quintessenza dell'espressionismo in musica. The Downward Spiral non e` neppure musica, e` pura claustrofobia. The Becoming e` un'immane affresco degno di Bosch, un'orgia di dannati resa da una partitura affollata, pullulante di dissonanze.
Reptile, le cui scosse d'intensita' "wagneriana" ne rappresentano l'alter ego, mette in musica i "Fiori del Male" della generazione industriale: "Oh my precious whore/ my disease my infection/ I'm so impure".
Lo spleen dei cyberpunk nasce proprio da una fusione fra auto-compassione, auto-disgusto e auto-compiacimento che e' perfettamente realizzata in questi testi musicali. L'incedere al tempo stesso robotico e panzer di March Of The Pigs e' quanto di piu' volgare e perverso Reznor abbia mai concepito: una successione di cariche di TNT che continuano il rituale spaventoso di Wish (con forse una traccia di Ballroom Blitz degli Sweet). Tutto l'immaginario fanta-criminale fabbricato negli anni da film come "Terminator" e dai libri di Gibson trova in questo disco una sua sublimazione in suoni.
Deliri in sordina come Piggy vivono di una tensione piu' sotterranea, ma non meno snervante, affidata a ritmi sconnessi, bisbigli inquietanti, dissonanze sparute. Reznor prova anche a scimmiottare Prince nella languida cantilena oscena di Closer ("I Want to fuck you like an animal"), che e` paradossalmente anche il brano piu` melodico del disco.
Dalle atmosfere pompose di Ruiner, che ricordano (mutatis mutandis) l'art-rock e i primi King Crimson (con un assolo di chitarra che e` di fatto un tributo a Hendrix), allo strumentale funereo di A Warm Place, che ricorda i Moody Blues, Reznor non fa che de-costruire stili e prassi della musica rock e ricostruirli in forma "industriale".
"Your god is dead and no one cares/ if there is hell I'll see you there" (Heresy).

Lungi dall'essere soltanto un artista isolato, Reznor era anche un istrione dell'industria musicale, capace di creare un'attesa spasmodica attorno a ogni sua uscita discografica. The Downward Spiral fu non solo un capolavoro della musica industriale, ma anche l'album che riusci` a portare la musica industriale in classifica.

Further Down The Spiral (Interscope, 1994) e` un album di remix che aggiunge all'opera maggiore alcuni spunti di gran classe. Se soltanto l'esplosiva e tribale Piggy e il trascinante chitarrismo heavy metal di Eraser (Denial) sono coerenti con il suo stile piu` celebre, la sinfonia industriale di The Art Of Self Destruction Part One rivela un compositore d'avanguardia tanto brutale quanto raffinato; i poliritmi travolgenti di Self Destruction Final e la fusione di techno e musica cosmica di The Downward Spiral aprono nuovi orizzonti alla sua chimica infernale.

Il collaboratore Chris Vrenna (che era stato uno dei founding members) lascia Reznor e lancia un progetto con Clint Walsh, Tweaker, che pubblichera` The Attraction To All Things Uncertain (Six Degrees, 2001). 2 AM Wake Up Call (Music, 2004).

Dopo una serie di concerti tutti esauriti che ne consacrano l'immagine di anti-star e il singolo The Perfect Drug (Nothing, 1997), Reznor si trasferisce a New Orleans e si dedica alle colonne sonore ("Natural Born Killers" e "Lost Highway") e alla produzione.

After a long period of silence, Reznor was expected to save rock and roll from the dozens of Nine Inch Nails pale imitations that roamed the airwaves, was expected to deliver some definitive statement about art and life. What happened, instead, is that Reznor retreated towards a simpler format, albeit using the same tools (psychotic screaming, killer synths, metallic percussions, brutal distortions). The double album Fragile (Interscope, 1999) picks up from Spiral's last track, Hurt, but hardly matches the masterpiece's ferocious prodigy. Reznor shows that he is not interested in angst for the sake of angst and cares more for meditation on his own angst; that he is not indulging in insanity but merely puzzled by it. The album is, in fact, largely autobiographic, the title being a dedication to himself, the industrial ripper who has realized his inherent fragility, his deep need to fill the void he had created around himself.
While the melodic, disturbing bombast (a` la Nirvana) of We're In This Together, Somewhat Damaged's machine-gun rhythm-box and bass loop, and the driving progression and singalong refrain (a` la Smashing Pumpkins) of Please are the clear attention-grabbers, it is the emotional black holes that betray flashes of Reznor's soul as it is burning, such as the virulent riff of The Wretched, attacked by alien frequencies over haunting piano notes; or the evil deflagration of Starfuckers Inc over a swamp of syncopated polyrhythms; or the eerie lament in the killing fields of Underneath it all.
All the instrumentals fall in the latter category: the terrifying chaotic/cacophonous orgy of Just Like You Imagined, that sounds like a peek into another world, the grotesque "danse macabre" of Pilgrimage; the ambient chamber music of La Mer, rising and ebbing; the futuristic blues of The Mark Has Been Made; the closing, subdued, cryptic sonata Ripe.
Two discs may be two much for what Reznor has to say at this point in his career/life. Occasionally too emphatic (The Day the World Went Away, The Way Out is Through, The Fragile), occasionally too friendly to the new fads (Even Deeper illustrates his version of trip-hop, No You Don't flirts with radio-friendly industrial music a` la Gravity Kills, a funky bass line turns Into the Void into a robotic version of Eddy Grant's Electric Avenue, Where is Everybody raps a bit), occasionally even pathetic (The Great Below), Reznor is more than ever a titanic hero, but not an infallible one.

Things Fall Apart (Nothing, 2000) are remixes from Fragile.

And All That Could Have Been (Nothing, 2001) is a live concert.

Having lost the rage, Reznor decided to focus on the sound of his machines for With Teeth (Interscope, 2005). All the Love in the World, Only, the closing ballad Right Where It Belongs and (gasp) the dance-rock novelty The Hand That Feeds are hardly what one expects from the master of paranoia. Maybe You Know What You Are and The Line Begins to Blur were meant as the psychopathic punches of the album, but they sound harmless like a deadly missile exhibited at a museum of old military technology. His voice sits uncomfortably in the front of the mix, and his lyrics In an age in which even Brian Wilson is hailed as a genius, Reznor probably felt that he had no choice but to submit to the dumbness of his contemporaries. At least he did it with no grace, no elegance and no common sense. Maybe this awkward set of songs is simply his way to say "may rock critics rot".

(Translation by/ Tradotto da Marco Baldassarre)

Dopo un lungo periodo di silenzio, ci si aspettava che Reznor salvasse il rock and roll dalle dozzine di pallide imitazioni di Nine Inch Nails che si sentivano in giro, ci si aspettava la sua dichiarazione definitiva circa l’arte e la vita. Quello che e’ successo, invece, e’ che Reznor ha ripiegato verso un formato piu’ semplice, sebbene continuasse utilizzando gli stessi strumenti (urli psicotici, synths killer, percussioni metalliche, distorsioni brutali). Il doppio album Fragile (Interscope, 1999) e’ prende le mosse dall’ultimo pezzo di Further Down The Spiral, Hurt, ma riesce solo occasionalmente ad eguagliare il prodigio crudele di quel capolavoro. Reznor dimostra di non essere interessato alla rabbia in quanto tale, ma piuttosto alla meditazione sulla propria rabbia; dimostra di non essere vinto dall’alienazione mentale, che semplicemente lo sconcerta. L’album e’ in effetti ampiamente autobiografico, col titolo che e’ una dedica a se stesso, quello squartatore industriale che ha messo a fuoco la sua fragilita’ intrinseca, il suo profondo bisogno di riempire il vuoto che ha creato intorno a se’.
Mentre la melodica ed inquietante pomposita’ (stile Nirvana) di We’re In This Together, il ritmo mitragliante ed il bass loop di Somewhat Damaged, e la progressione trascinante ed il refrain (stile Smashing Pumpkins) di Please sono chiaramente i pezzi che suscitano piu’ attenzione, ci sono poi dei commoventi buchi neri che regalano istantanee dell’anima di Reznor proprio mentre sta bruciando, come accade nel virulento riff di The Wretched, attaccato da frequenze aliene, lungo ossessionanti note di piano; o la diabolica deflagrazione di Starfuckers Inc, in una sincopata, poliritmica inondazione; o il lamento da brividi nei campi mortali di Underneath It All.
Tutti i brani strumentali ricadono in quest'ultima categoria: l’orgia terrificante, caotica e cacofonica di Just Like You Imagined, che suona come una sbirciatina in un altro mondo; la grottesca danza macabra di Pilgrimage; la musica da camera crescente e declinante di La Mer; Ripe, la sonata di chiusura sommessa e occulta.
Forse due dischi sono troppi per quello che Reznor ha da dire a questo punto della sua vita e carriera. A volte troppo enfatico (The Day The World Went Away, The Way Out Is Through, The Fragile), a volte troppo accondiscendente verso i nuovi capricci (Even Deeper illustra la sua versione del trip-hop, No You Don’t strizza l’occhio alla industrial music commerciale stile Gravity Kills, una linea di basso funky proietta Into The Void in una versione robotica di Electric Avenue di Eddy Grant, Where Is Everybody e’ abbastanza rap), a volte anche patetico (The Great Below), Reznor e’ piu’ che mai un eroe titanico, ma non un uomo infallibile.

Things Fall Apart (Nothing, 2000) sono remix di Fragile.

And All That Could Have Been (Nothing,2001) e’ un concerto dal vivo.

(Translation by/ Tradotto da Stefano Bedetti)

Avendo perduto la rabbia, Reznor ha deciso di concentrarsi sul suono delle sue macchine in With Teeth (Interscope, 2005). All the love in the world, Only, la ballata conclusiva di Right Where It Belongs e (sciocchezza) la "novit…" dance-rock di The Hand That Feeds sono ben poca cosa rispetto a quello che uno si aspetta dal re della paranoia. Forse You know who you are e The line begins to blur ambivano ad essere le vette psicopatiche dell'album, ma esse suonano innocue quanto un missile mortale esposto in un museo di vecchi reperti di tecnologia militare. La sua voce si adagia faticosamente sul fronte del mix, e cosŤ le sue liriche. In un'epoca in cui anche Brian Wilson viene salutato come un genio, Reznor deve probabilmente aver compreso di non avere altra scelta che rassegnarsi alla pochezza dei suoi contemporanei. Almeno lo ha fatto senza grazia, senza eleganza n‚ buon senso. Forse questa goffa raccolta di canzoni Š semplicemente il suo modo per dire "al diavolo i critici rock".

Year Zero (Interscope, 2007) eviscerates the fundamental contradiction of Reznor's art: between its apocalyptic sound and his introverted persona. The bigger the sound, the more fragile the ego; and viceversa. Reznor has created one of the most influential characters of the turn of the century: the little everyman who is alienated by the giant establishment, and responds with the post-industrial equivalent of an expressionist scream. The storyline seems to deal with a pessimistic futuristic scenario ("seems" because Reznor hid it on purpose calling on the listeners to discover it via a sort of treasure hunt throughout the Internet), but the music is quintessentially turn of the century, i.e. paranoid, claustrophobic and... polemic (the story is a not-so-veiled criticism of George W Bush's "war on terror"). Reznor spends too much time telling the story, something that he has never been good at, as opposed to simply creating the psychological context that would make the storytelling irrelevant. The catchy Survivalism, the anthemic The Beginning of the End, Vessel, God Given, The Greater Good would make a terrific EP. Alas, a handful of inferior tracks make it a mediocre album.
Reznor's industrial music was never a well-defined genre: it was merely a label for heavily-arranged post-guitar rock music when sound-sculpting becomes mood-sculpting. Originally, the "mood" was the rage of the punk age. In 2007 that rage has turned into mere disgust.

(Translation by/ Tradotto da Stefano Bedetti)

Year Zero (Interscope, 2007) mette in luce la fondamentale contraddizione dell’arte di Reznor: a meta’ fra i suoni apocalittici e la sua personalita’ introversa. Piu’ imponente si fa il suono, più fragile diviene l’ego; e viceversa. Reznor ha creato uno dei personaggi piu’ influenti all’alba del nuovo secolo: il piccolo uomo qualunque che e’ stato alienato dal gigantesco establishment, e che risponde con l’equivalente post-industriale di un urlo espressionista. La trama del disco sembra avere a che fare con un pessimistico scenario avveniristico ("sembra", perche’ Reznor la ha nascosta intenzionalmente invitando gli ascoltatori a scoprirla tramite un tesoro disseminato per tutto l’Internet), ma la musica e’ quintessenzialmente l’alba del secolo, cioe’ paranoica, claustrofobica e… polemica (la storia e’ una critica non troppo velata alla "guerra del terrore" messa in atto da George W. Bush). Reznor impiega troppo tempo a raccontare la storia, una cosa che a lui non e’ mai riuscita molto bene, invece di limitarsi semplicemente a creare il contesto psicologico che renderebbe irrilevante la narrazione. Survivalism, The Beginning Of The End, Vessel, The Great Destroyer, la musica industriale di Reznor non e’ mai stata un genere ben definito: si trattava soltando di un’etichetta applicata ad una musica rock "post-guitar" dagli arrangiamenti pesanti, quando scolpire i suoni diventa scolpire gli umori. Originariamente, il "mood" era la rabbia dell’era del punk. Nel 2007 quella rabbia si è trasformata in mero disgusto.

The all-instrumental double-disc Ghosts I-IV (Halo Twenty Six, 2008) disappointed because the 36 untitled pieces sounds like 36 second-hand ideas by someone who had grown up during the new wave and the post-rock age, but is not capable of venturing beyond. It is Brian Eno without any oblique strategy.

Reznor's dystopian aesthetic of the fragile versus the demonic has decayed on The Slip (Null, 2008) to a state of somnambulant grieving that expresses itself in Lights in the Sky, 999,999, the fake disco-music of Discipline, the suicidal neurosis of 1,000,000. The old ferocity is gone forever, though, replaced by the fatalistic mood of the layered instrumental Corona Radiata and the gloomy meditation of The Four of Us Are Dying. Significant contributions to the sound of the album came from keyboardist Alessandro Cortini and drummer Josh Freese. Overall, though, these albums signaled a dramatic collapse in artistic inspiration.

The Inevitable Rise and Liberation of Niggy Tardust (2008) was a collaboration with rapper Saul Williams.

(Translation by/ Tradotto da Tobia D’Onofrio)

Il doppio album completamente strumentale Ghost I-IV (Halo Twenty Six, 2008) è deludente perché le 36 tracce senza titolo suonano come 36 idee di seconda mano, venute fuori da una mente cresciuta durante l’epoca new wave e post-rock, ma incapace di spingersi oltre. E’ come Brian Eno senza nessun tipo di strategia obliqua.

L’estetica utopica negativa di Reznor, che contrappone il fragile al demoniaco, è decaduta completamente su The Slip (Null, 2008) in uno stato di afflizione sonnambula che trova espressione in Lights In The Sky, 999.999, nella disco-music fasulla di Discipline, nella neurosi di 1,000,000. La vecchia ferocia, però, è sparita per sempre, sostituita dall’umore fatalista dello stratificato strumentale Corona Radiata e dalla tetra meditazione The Four Of Us Are Dying. Il tastierista Alessandro Cortini ed il batterista Josh Freese offrono significativi contributi al sound dell’album.

The Inevitabile Rise And Liberation Of Niggy Tardust (2008) è una collaborazione col rapper Saul Williams.

Reznor then turned to movie soundtracks: The Social Network (2010) and The Girl with the Dragon Tattoo (2011). (Translation by/ Tradotto da xxx)

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