Dalla pagina sui Red House Painters di Piero Scaruffi: testo originale e traduzioni di Carlo Crudele, Tobia D'Onofrio, Andrea Vascellari, Stefano Iardella.
(Testo originale di Piero Scaruffi)

Mark Kozelek e' uno dei grandi poeti della musica rock degli anni '90. Il suo stile, inizialmente avvicinato alla scuola folk-rock di San Francisco che era stata capitanata dai Catheads ed era culminata con lo stile introverso degli American Music Club, si riallaccia in realta` ai cantautori piu` dimessi e anti-spettacolari degli anni '60: Leonard Cohen, Tim Buckley e Nick Drake (anche se Kozelek sosterra` sempre di non conoscere Nick Drake e di essersi ispirato a John Denver e Cat Stevens). Come quelle dei suoi maestri, le sue storie sono tanto dimesse quanto universali, tanto umili quanto metafisiche. In effetti la tenue malinconia di questo umile cantastorie da caffe` di periferia nasconde un'epica maestosita`.

Verso la fine degli anni '80, Kozelek (canto, classe 1968, gia' capitano dei God Forbid in Ohio, con cui poi si sposto' ad Atlanta) formo` con Gordon Mack (chitarra) a San Francisco un quartetto acustico, i Red House Painters.

Down Colorful Hill (4AD, 1992) raccoglie sei lunghe composizioni di due e tre anni prima. Piu' che canzoni sono tenui vagiti e lenti sospiri. La musica e' ridotta al minimo, cantata in maniera sonnambula, al limite del mantra; e i testi confessionali sprofondano in una depressione abissale. I dieci minuti di Medicine Bottle non concedono rivincita contro il destino, tolgono alla vita poco alla volta il suo senso e la sua vitalita'. La chitarra inanella interminabili collane di accordi soffusamente melodici, quasi timorosa di interrompere l'agonia del ritmo e del canto, cupo da far rimpiangere i lamenti di Morrisey. Canzoni come 24 sono tanto gaie e tanto vivaci quanto le preghiere di un moribondo.
L'inno sterminato della title-track si leva a ritmo marziale a redimere quasi tutto il dolore di cui sono intrise le altre canzoni. Il massimo di eccitazione lo tocca pero' Lord Kill The Pain, in cui finalmente si fa largo la musica, un po' di folkrock e un po' di Lou Reed.

Red House Painters (4AD, 1993), noto anche come Rollercoaster, verte su a quattro nuovi poemi di quello stampo: la classica Katy Song, leggera ed elegante come una piuma che cada da una torre, dipana la sua melodia in volute da "lento" anni '50, coronata dall'assolo di Gordon Mack. Se Strawberry Hill e' distorta e urlata, in un raro esempio di emotivita', Mother arranca con cadenza catatonica per tredici minuti e Funhouse sembra sospendersi trasognata in una trance di riflessi sull'acqua. Sono lente e trepidanti cantilene che cullano l'ascoltatore nella loro ragnatela di accordi e di parole, nella loro calligrafia di sensazioni trattenute, nel loro vischio di momenti magici trafugati al tempo. Ogni loro nota non fa che ricordare quanto sia futile vivere.
Attorno a quel sistema di riferimento si muovono composizioni concise e vivaci (relativamente parlando) come Mistress, quasi epica al confronto della stasi delle altre, o New Jersey, quasi un gospel a cappella; acquarelli impressionisti come Grace Cathedral Park, altro vertice della sua arte, che riescono a portare a galla dettagli ineffabili dal turbinio della vita. Sempre sull'orlo del suicidio.

Il materiale escluso da quel disco (fra cui un'ottima Evil) figura su un disco successivo, sempre intitolato Red House Painters (4AD, 1993).

Era dai tempi di Chris Isaak che qualcuno non scriveva inni di questo genere alla solitudine e al fallimento. Era dal tempo di Nick Drake che qualcuno non faceva musica con cosi' pochi mezzi.

Aperto da un breve strumentale di sapore campagnolo, Cabezon, Ocean Beach (1995) lascia intravedere la luce alla fine del tunnel. Nonostante la depressione sia ancora acuta su Shadows (accompagnato soltanto da un pianoforte quasi new age) e Brockwell Park si aggiri nel cimitero di Nick Drake, il country disimpegnato e swingante di Over My Head e San Geronimo, insolitamente vivace e pop, persino celtica, appartengono a un genere indubbiamente piu` ottimista. Il lento e acustico folk da camera con melodia commossa che lo contraddistingueva affiora soltanto nella breve fotografia di Summer Dress.
La composizione piu` lunga, Drop, rende inutile la discussione, propendendo per uno stile ipnotico e trascendente in cui non trovano posto ne' gioia ne' tristezza. Kozelek non ha forse capito molto della vita, ma ha finalmente capito come guardarla con occhio distaccato.

Songs For A Blue Guitar (Supreme, 1996 - Plain Recordings, 2009) e` un album registrato quasi in presa diretta, rinunciando alla precisione maniacale delle registrazioni precedenti. Mark Kozelek si lascia andare, e lo dimostra anche il fatto che il sound sia piu` maschio, benche' sempre ancorato alla sua voce e sempre riluttante a dar spazio alle percussioni.
L'effetto della maggiore spontaneita` e` curioso: il disco e` radicato nella storia della musica folk. Have You Forgotten si riallaccia al cantautore piu` tradizionale, quello dimesso e acustico, melodioso ma non maestoso, quello convertito al rock da cantanti gentili come Donovan (cosi` anche Priest Alley Song, con appena un filo di mellotron). Il gospel languido e marziale di Song For A Blue Guitar riecheggia la Knocking On Heaven's Door di Bob Dylan. Make Like Paper riecheggia l'Harvest di Neil Young (ed e` un vero e proprio tributo all'arte chitarristica del cantautore canadese, con tanto di cadenza marziale e assolo nevrotico di chitarra, per un totale di dodici minuti).
I Feel The Rain Fall e` invece un esperimento per loro insolito: un tempo brioso e saltellante, come nei blues di New Orleans, una melodia da "lullaby", e lo schitarrare del folk-rock.
La musica di Kozelek funge sempre piu` da ponte fra il folk e lo spiritualismo orientale. La qualita` trascendente della sua musica viene esaltata dallo strimpellio ipnotico e dal cantilenare tibetano di Trailways, nonche' dall'impressionismo chitarristico di Revelation Big Sur, a due passi dalla musica new age.

Songs For A Blue Guitar e` il disco piu` ambizioso di Kozelek, cosi` come Red House Painters e` il piu` poetico e Ocean Beach e` il piu` musicale. Down Colorful Hill, pur breve e ingenuo, rimane il lavoro piu` originale.

Retrospective (4AD) e` un disco di composizioni gia` edite e un disco di materiale inedito. Il secondo disco serve soltanto a far aumentare il prezzo dell'antologia.


(Translation by/ Tradotto da Carlo Crudele)

Mentre Old Ramon dei Red House Painters rimane ancora in un limbo per le beghe in corso con la etichetta discografica precedente,

(Badman, 2000) il mini-album solo di Mark Kozelek (quattro covers), prova senza successo a replicare il fascino dei primi albums. Find Me Ruben Olivares e Ruth Marie ci vanno vicini.

L'EP seguente di Kozelek è una rilettura di dieci brani degli AC/DC, What's Next To The Moon (Badman, 2001).

Il singolo Duk Koo Kim (Vinyl, 2003) è un'ode psichedelica di dieci minuti sulla scia di Tim Buckley.


(Testo originale di Piero Scaruffi)

Old Ramon (Subpop, 2001), registrato originariamente fra l'autunno del 1997 e la primavera del 1998, e rimasto intrappolato in beghe contrattuali la vecchia casa discografica, mostra i Red House Painters ancora in splendida forma, e Kozelek in un umore sempre esistenziale ma piu` adulto. Le composizioni intense di questo album circondano le loro subdole melodie di atmosfere magiche e fantastiche, che conferiscono alla musica una qualita` quasi spirituale. La favola indianeggiante Wop-A-Din-Din (con un coro femminile delle isole pacifiche) fa venire in mente persino le vignette esotiche di Kevin Ayers, mentre l'estasi vocale e le chitarre dilatate di Void (spiegati nell'arco di nove minuti) riecheggiano i salmi psichedelici di David Crosby. Un'altra confessione di nove minuti, Cruiser, procede a un passo lento, country, mentre le chitarre solfeggiano uno shuffle dimesso, e il tutto sa contemporaneamente di Neil Young e di Tim Buckley. Undici minuti di River presentano lo stesso schema in un formato piu` elettrico, con chitarre scoppiettanti che cullano il vagito del cantante a un tempo semi-valzer, e un ideale ponte steso con il grunge lirico dei Nirvana. Kozelek rimase profondamente scosso dalla morte di John Denver, e almeno due delle canzoni piu` semplici ne risentono: Michigan e Golden. Il contrasto con i pezzi lunghi e torturati non potrebbe essere piu` cupo. Il complesso si concede piu` grinta in Byrd Joel e Between Days (quasi i Rolling Stones), giusto per dimostrare che lo sanno fare. Nel complesso, l'umore e` meno depresso che nei primi album, e il paesaggio e` piu` colorato. Se un po' della poesia e` andata perduta, e il messaggio non e` piu` profondo com'era, il talento tecnico sta forse appena cominciando a sbocciare. I Red House Painters sono oggi meno pittori e piu` musicisti.


Old Ramon (Subpop, 2001), registrato originariamente fra l'autunno del 1997 e la primavera del 1998, e rimasto intrappolato in beghe contrattuali la vecchia casa discografica, mostra i Red House Painters ancora in splendida forma, e Kozelek in un umore sempre esistenziale ma piu` adulto. Le composizioni intense di questo album circondano le loro subdole melodie di atmosfere magiche e fantastiche, che conferiscono alla musica una qualita` quasi spirituale. La favola indianeggiante Wop-A-Din-Din (con un coro femminile delle isole pacifiche) fa venire in mente persino le vignette esotiche di Kevin Ayers, mentre l'estasi vocale e le chitarre dilatate di Void (spiegati nell'arco di nove minuti) riecheggiano i salmi psichedelici di David Crosby. Un'altra confessione di nove minuti, Cruiser, procede a un passo lento, country, mentre le chitarre solfeggiano uno shuffle dimesso, e il tutto sa contemporaneamente di Neil Young e di Tim Buckley. Undici minuti di River presentano lo stesso schema in un formato piu` elettrico, con chitarre scoppiettanti che cullano il vagito del cantante a un tempo semi-valzer, e un ideale ponte steso con il grunge lirico dei Nirvana. Kozelek rimase profondamente scosso dalla morte di John Denver, e almeno due delle canzoni piu` semplici ne risentono: Michigan e Golden. Il contrasto con i pezzi lunghi e torturati non potrebbe essere piu` cupo. Il complesso si concede piu` grinta in Byrd Joel e Between Days (quasi i Rolling Stones), giusto per dimostrare che lo sanno fare. Nel complesso, l'umore e` meno depresso che nei primi album, e il paesaggio e` piu` colorato. Se un po' della poesia e` andata perduta, e il messaggio non e` piu` profondo com'era, il talento tecnico sta forse appena cominciando a sbocciare. I Red House Painters sono oggi meno pittori e piu` musicisti.

(Translation by/ Tradotto da Tobia D’Onofrio)

Sun Kill Moon, il nuovo progetto di Mark Kozelek (in cui suonano Anthony Koutsos dei Red House Painters, Tim Mooney degli American Music Club e Geoff Stanfield), debutta con Ghost Of The Great Highway (Jetset, 2003), un lavoro che mette da parte i clichès dell’epoca in cui vive e ricorda parecchio i migliori Red House Painters. I 14 minuti criptici di Duk Koo Kim sono il tour de force che meglio interpreta il nuovo umore esistenzialista di Kozelek, mentre le superbe Carry Me Ohio, Last Tide, Floating, Gentle Moon e la ballata acustica alla R.E.M. Glen Tipton, sono tipici pezzi alla Kozelek. Persino le stranezze, come la sostenuta Lily And Parrots e la solenne e vibrante Salvador Sanchez, mostrano lo stesso tipo di pacata disperazione. Nel complesso Kozelek ritorna, artisticamente, alla gamma di sonorità di maggior successo, e lo fa con sufficiente consapevolezza e senza aggiungere zavorre, per evitare che la sua condotta sembri solamente nostalgica.

Tiny Cities (2005) dei Sun Kill Moon è una raccolta di cover dei Modest Mouse.

Little Drummer Boy (2007) documenta alcune performance dal vivo di Kozelek.

Kozelek resuscita il moniker Sun Kill Moon (ormai un progetto solista) per April (Caldo Verde, 2008), una diligente escursione nei vari sotto-generi del folk-rock, che raggiunge l’apice del pathos nei dieci minuti di lamenti di chitarra distorta alla Neil Young Tonight The Sky (su un’andatura alla Harvest ma con un ritornello che si eleva vertiginosamente) e in The Light (più lenta e rumorosa), mentre tocca il vertice di passionale introversione nell’apripista di dieci minuti Lost Verses. Il suo alter-ego acustico e pastorale emerge nella Donovan-esca Lucky Man. L’angelica, sussurrata Unlit Hallway, la desolata Blue Orchids, e la spoglia ed ossessiva atmosfera di Heron Blue mostrano la sua destrezza nell’utilizzare i mezzi più semplici per ottenere il massimo impatto emozionale. A confronto, Moorestown sembra una ballata orchestrale. Sembra eccessivo persino il sottile velo di archi che copre i nove minuti di Tonight In Bilbao. Fra i musicisti sono presenti il batterista Anthony Koutsos, il bassista Geoff Stanfield e il violinista Michi Aceret.


(Translation by/ Tradotto da Andrea Vascellari)

Admiral Fell Promises (Caldo Verde, 2010), lavoro solista targato Sun Kil Moon, si apre con Alesund, uno sfoggio di delicato fingerpicking (il quale deve piu' al flamenco che alla musica country). Questa definisce lo standard per la maggior parte dell'album, spostando l'attenzione dalla voce alla chitarra. La seconda canzone, invece, fa esattamente l'opposto: Half Moon Bay si basa su un languore vocale quasi moribondo, che ricorda un piu' sano David Crosby. Di qui le due modalita' si alternano per il resto dell'album. Sam Wong hotel ricorda sia le canzoni rinascimentali che quelle natalizie, a volte il tintinnante tappeto chitarristico suona come Scarborough Fair di Simon & Garfunkel, mentre i sette minuti di Third & Seneca hanno il tono di un mantra ipnotico ripetuto su un monotono motivo di chitarra. La leggermente piu' propulsiva Leaning Tree (otto minuti), tuttavia, mostra il problema di questo metodo: si tratta solo di una litania monotona, perche' c'e' troppo poco in mezzo, sotto e accanto alle parole. Il movimentato lamento di Church of the pines e' indebolito da una chitarra strimpellata senza immaginazione. Lo strimpellio impressionistico di Bay Of Skulls e', d'altra parte, indebolito da un cantato blando. La maggior parte dei brani sono probabilmente troppo lunghi per quello che hanno da dire. Kozelek non e' ne' un grande chitarrista, ne' un grande cantante e, sebbene egli si diverta certamente nel farlo, ascoltarlo suonare da solo per un intero album risulta un po' eccessivo.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Among the Leaves (2012) di Sun Kil Moon, eseguito di nuovo per lo più con una chitarra con corde di nylon, suonava come un corollario non necessario, e per di più lungo e prolisso. L'"elettrico" King Fish arriva come un sollievo quando rompe la malinconica monotonia degli avvenimenti.

Lungi dallo svanire nell'oscurità come molti cantautori di questa generazione, Kozelek divenne improvvisamente prolifico. Like Rats (2013) è una raccolta di cover. L'elettronico Perils of the Sea (2013) è stata una collaborazione con il polistrumentista Jimmy LaValle degli Album Leaf (e uno dei migliori album di questa fase minore); e Mark Kozelek & Desertshore (2013) è stata una collaborazione con la band formata da Phil Carney, suo ex compagno nei Red House Painters, e dal tastierista Chris Connolly, una band che ha pubblicato Drifting Your Majesty (2010) e Drawing Of Threes (2011).

Il doppio disco di Sun Kil Moon, Benji (Caldo Verde, 2014), è composto da undici nuove canzoni, per lo più senza accompagnamento, e dalle versioni live di cinque di esse. Questo ciclo di canzoni costituisce probabilmente l'autobiografia più cupa mai cantata da un musicista. Sono tutti pezzi molto personali e realisticamente dettagliati. Sono espressi con un tono gentile e rilassato al punto talento da sembrare surreale in un'era di vite iperveloci e iperconnesse. C'è pochissimo movimento e poco pathos nei sette minuti di Carissa, una sorta di requiem a un cugino. Prevale la questione dell’approccio fattuale. La lamentosa I Can't Live Without My Mother's Love, un duetto con il pioniere dell'alt-country Will Oldham, è l'eccezione, non la regola. In effetti, il suo tono diventa ancora più crudo e severo, alla Leonard Cohen, in Truck Driver, probabilmente il pezzo forte dell'album, e nei dieci minuti di I Watched The Film The Song Remains The Same (che ahimè è anche la canzone più noiosa dell'album). Il ritmo aumenta un po' nel pedigree sessuale cantato di Dogs, nel blues insistente di Pray For Newtown, nell'honky tonk di I Love My Dad, nell'insolita ballata pop-jazz Ben's My Friend (anche con sassofono) e, soprattutto, nel bizzarro madrigale sul noto serial-killer di Richard Ramirez Died Today Of Natural Causes, che, musicalmente, sembra una variante macabra di Desolation Row di Bob Dylan per l'era delle sparatorie di massa. Mark Kozelek è sempre di più un bardo vecchio stile nella tradizione di Pete Seeger e Woody Guthrie (senza né l'arguzia del primo né il populismo del secondo). Il suo stile monocromatico, che accoppia la più semplice delle voci con la più semplice delle tecniche di fingerplettroing, non solo crea un mondo molto personale ma è anche perfetto per quello specifico mondo personale, che sembra un po' anacronistico, persino irreale. Mark Kozelek condivide un problema con molti altri cantautori statunitensi: sentirsi così distante dalla propria età (sia in termini di stile musicale sia in quanto a contenuto lirico). Queste canzoni sembrano terribilmente provinciali, quasi come se vivesse isolato dalla primavera araba, dal terrorismo islamico, dal boom economico cinese e dalla Silicon Valley. Queste sono canzoni che non trovano risonanza in nessuno sul pianeta, tranne quei pochi che conoscono Kozelek particolarmente bene. Questo è l'album di un uomo anziano con poco o nessun interesse e poco o nessun contatto con il mondo, che sostanzialmente fantastica su un altro mondo che non esiste più, ma che paradossalmente costituisce la sua vita vissuta. Ci si chiede se Kozelek sappia cos'è uno smartphone, dov'è Pechino o chi è Putin. Potrebbero emergere nelle sue canzoni quando un vicino che ricicla metalli raccoglie un iPhone da un bidone della spazzatura o quando una ragazza usa un giornale per incartare un regalo di compleanno.

Il tentacolare Benji si rivelò essere l'inizio della discesa di Kozelek nella follia con una serie di album sempre più inascoltabili. Negli anni successivi i Sun Kil Moon pubblicarono tre album e Kozelek pubblicò un album solista (senza contare un album di copertina e un album di Natale) e almeno cinque collaborazioni. Il primo segno di follia è stato l'album di poesie parlate Dreams of Childhood (2015): 12 poesie in lingua spagnola recitate da lui nella loro traduzione inglese e poi da Nicolas Pauls nella versione originale. La maggior parte di queste pubblicazioni erano monoliti pieni di lunghi monologhi sconclusionati autoindulgenti con arrangiamenti minimi, non proprio flussi di coscienza ma narrazioni autobiografiche in prima persona che sembravano sempre più fuori controllo, un processo che, in retrospettiva, si poteva vedere a partire da Among the Leafs. Se non interessano i testi, queste canzoni sembrano una tortura infinita. Se interessano i testi, probabilmente non ha molta importanza come lui li canta e come suonano i musicisti.

Le canzoni di Universal Themes (Caldo Verde, 2015) sono innanzitutto molto lunghe. A Kozelek ovviamente non piace raccontare una storia in tre minuti: si prende il suo tempo, ritiene che sia importante menzionare tutti i dettagli come in un dipinto iperrealista, e va bene (forse è importante) prendere deviazioni filosofiche casuali. The Possum (8:59) cambia marcia ripetutamente, diventando a un certo punto una canzone rap e la narrazione è nella migliore delle ipotesi irregolare, dimenticando l'opossum fino quasi alla fine. Il ritornello più melodico emerge a metà di This Is My First Day And I'm Indian And I Work At A Gas Station (10:10), dove suona come un Kenny Rogers ubriaco, ma viene presto travolto da un canto completamente diverso che a sua volta decade in una litania sognante accompagnata da un angelico xilofono, ma poi smette di far finta di suonare e la coda è semplicemente una parola parlata. Il crudo e disperato delirio garage in stile Neil Young di With A Sort Of Grace I Walked To The Bathroom To Cry (9:47) è interrotto da sezioni di anemico languore. Le canzoni più semplici sono anche le più stabili: Birds Of Flims (9:05), appena accompagnato dalla chitarra e da cori (multitraccia) e (per buona parte della canzone) da archi; e Garden Of Lavender, la cui attrazione principale è l'interazione della sua voce multitraccia nella prima parte.

Due collaborazioni con Justin Broadrick hanno prodotto Jesu / Sun Kil Moon (Caldo Verde, 2016), apparentemente una raccolta di canzoni d'amore, e 30 Seconds To The Decline Of Planet Earth (Caldo Verde, 2017). In qualche modo i riff torturati di Broadrick e i ritmi faticosi della batteria mettono a dura prova il cantante. Nel primo album, bisogna superare le noiose Good Morning My Love (7:04) e Carondelet (8:35) prima che appaia qualcosa che possa essere definita una "canzone" (A Song Of Shadows, cullata da ondate di shoegazing chitarra e un motivo da sogno di organo). La sua verbosa persistenza a volte genera un naturale morphing della canzone, forse non pianificato e indesiderato, come quando il blando Last Night I Rocked The Room Like Elvis And Had Them Laughing Like Richard Pryor (8:03) acquisisce un'enfasi alla Bob Dylan. È, per inciso, una delle due canzoni in cui recita una lettera inviatagli da un fan (l'altra è America's Most Wanted Mark Kozelek And John Dillinger, un grande bel titolo senza una canzone). Troppo, tuttavia, è ripetitivo e monotono. Ad esempio, è difficile dire cosa succeda tra gli archi, le note di pianoforte in loop e i ritmi programmati di Exodus (9:44) e Beautiful You (14:01) che non pretende nemmeno di essere musica: sono per lo più parole. La seconda collaborazione ha rivelato in Broadrick un produttore e arrangiatore astuto e sofisticato. La tavolozza stilistica è piuttosto ampia, dalla techno minimale di Wheat Bread (17:01) al ribollente carillon synthpop di The Greatest Conversation Ever In The History Of The Universe (9:44), al rilassato blues-rock alla J.J. Cale di Bombs (12:57), la folktronica stridula e tesa di Hello Chicago (8:08), con una coda alla Leonard Cohen, ecc.
Nel complesso è un'esperienza molto più musicale rispetto alla prima collaborazione.

Kozelek ha poi pubblicato un album solista di cover, Sings Favorites (2016), seguito da una collaborazione con il bassista Sean Yeaton dei Parquet Courts, Yellow Kitchen (2017), qui per lo più alle tastiere, dedicato alle sue recitazioni teatrali, come i 12 minuti di Daffodils (in cui impersona addirittura un cane), seguito da Mark Kozelek With Ben Boye and Jim White (2017), una collaborazione con il tastierista Ben Boye e il batterista dei Dirty Three Jim White.
Sfortunatamente i collaboratori aggiungono ben poco ai suoi interminabili monologhi, e gli unici risultati decenti sono l'atmosfera lounge notturna del jazzistico Topo Gigio basato sul pianoforte (14:42) e il ritmo moribondo di The Robin Williams Tunnel (16:22). Era il suo secondo doppio album dell'anno e il quarto album in assoluto.

In qualche modo le collaborazioni con Jesu hanno avuto l'effetto di espandere il vocabolario musicale di Sun Kil Moon. Common As Light And Love Are Red Valleys Of Blood (Caldo Verde, 2017) contiene più di due ore di materiale improvvisato, arrangiato in una varietà di stili. Sfortunatamente si tratta per lo più di musica insignificante con testi selvaggiamente autoindulgenti. Il momento più musicale è forse Seventies TV Show Theme Song (7:30), grazie ad una sezione di fiati, un assolo di chitarra e un ritmo funky. Ma l'arrangiamento è sempre fragile e sommesso, sfocato, come in God Bless Ohio (10:37) e Stranger Than Paradise (12:24), non corrispondente all'ambizione della narrazione e talvolta lo stile è più tortuoso dei testi, come in Lone Star (9:14). I testi sono materia da psicologi: un diario di avvenimenti ordinari, di preoccupazioni globali, di hobby divertenti, di opinioni politiche, di battute, di autoriflessione, e così via... la cronaca di un'esistenza banale e inutile, ma con nessuna introspezione, senza cercare di dargli un senso. Il suo ego musicale (che può rappresentare o meno il suo vero sé) sembra fluttuare nella vita con l'unico scopo di narrare ciò che accade con precisione chirurgica e documentaristica... Il senso della vita è semplicemente documentarlo, trasformando la vita reale in storie , quasi a glorificare il fatto che tutto, alla fine, è superfluo, che la mondanità è il nostro destino.

This Is My Dinner (Caldo Verde, 2018), registrato durante un tour in Europa nel novembre 2017, è sorprendentemente musicale, dato che le lunghe meditazioni utilizzano accompagnamenti abbastanza statici. Il lounge jazz al rallentatore di This Is Not Could (9:12) e This Is My Dinner (12:36) riesce a cullare l'ascoltatore in una sorta di trance sorda. Un pianoforte svolazzante e una batteria stanca spingono Candles (13:40). La sua folle performance in Linda Blair (11:50) è punteggiata da una chitarra petulante e termina con tre minuti di blues-rock alla Led Zeppelin. La prima metà dello straordinario Copenhagen (10:05) è intrisa di una tesa atmosfera noir prima di trasformarsi in un'elegia di valzer che poi decade in un altro canto funebre slow-jazz. Soap For Joyful Hands (13:11) è forse troppo lento e tiepido, nonostante gli ultimi minuti più toccanti guidati dal pianoforte.

L'album solista di Kozelek, Mark Kozelek (2018), è in realtà per lo più per chitarra e voce soliste. Il blando The Mark Kozelek Museum (10:26) è svegliato da un ritornello melodico e da un lungo assolo di chitarra. Prova il jazz al rallentatore senza una band in Weed Whacker (8:03), guidato dal basso. The Banjo Song (12:42) utilizza la chitarra strimpellata in un modo che evoca il ticchettio di un orologio da parete. L'unica canzone vivace è My Love for You Is Undying (13:08) il cui ritmo e fingerpicking ricordano le danze celtiche. Ma le "canzoni" sono troppo lunghe per quello che hanno da offrire. La mancanza di una band di supporto le condanna.

I Also Want To Die In New Orleans (Caldo Verde, 2019) di Sun Kil Moon, registrato con il batterista dei Dirty Three Jim White e il sassofonista Donny McCaslin, non ha un cantante: il ruolo di Kozelek è più quello di parlare in maniera ritmata che non un canto. Ciò abbassa ulteriormente la qualità musicale di "canzoni" come Coyote (12:31): sono discorsi, non musica. Se l'arrangiamento confina con il free jazz, si potrebbe definire il suo canto "vagabondare liberamente". Tuttavia, Day In America (15:06) è una suite composta da molti movimenti. Si apre con una lenta danza marziale con sfumature di sassofono, ma presto (quattro minuti dall'inizio della canzone) voci di sottofondo canticchiate, una chitarra che suona come un dulcimer martellato, batteria saltellante e sassofono ripetitivo intonano un concerto minimalista. E poi sentiamo influenze che vanno dalle danze medievali al jazz e al soul. I'm Not Laughing At You (11:38) è altrettanto instabile ma in un modo meno piacevole. Il cupo blues Cows (9:58) combina pattern di chitarra pieni di suspense, cori in loop e sassofono ronzante per quello che sembra un canto apocalittico del giorno del giudizio. Il ritmo vivace della straordinaria Couch Potato (11:44) evoca brevemente Van Morrison prima di stabilizzarsi in una modalità "Bob Dylan con il sassofono" e prima di scomparire nel solito abbattuto labirinto sussurrato di parole e note. La vera attrazione è la band di supporto per la maggior parte dell'album. Tuttavia, la sua canzone più lunga, Bay Of Kotor (23:14) si apre con un intricato suono di chitarra, che suona come un Leo Kottke semplificato, e questa volta è la voce a rubare la scena, non perché canta, ma perché continua a cambiare tono e stile di dizione. Ahimè, ci sono dieci minuti buoni di materiale ridondante (non sono sicuro che possa essere chiamato "musica") e anche un paio di minuti di parlato senza accompagnamento strumentale.

Joey Always Smiled (2019) con la violinista Petra Haden dei That Dog ha prodotto alcuni altri di questi monologhi sfrenati: Parakeet Prison (16:51), che Haden condisce con un pianoforte lugubre e una voce inquietante; e lo straordinario MTV Era Music Is the Soundtrack to Outcasts Being Bullied by Jocks del 1983 (19:29), avvolto in un arrangiamento insolitamente denso (vibrafono, drum-machine, piano, voci multitraccia). Ma la maggior parte di esso, incluso Spanish Hotels Are Echoey (12:11) indulge in parole, con poca o nessuna musica.


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